25 Ottobre 2021
Demografia Società

Natalità: ancora un calo record nel 2019 e prosegue nel 2020

I dati ufficiali dell’Istat su natalità e fecondità della popolazione residente in Italia al 2019 conferma i trend negativi degli ultimi anni, con un tasso di fecondità che ha raggiunto il minimo di 1,27. Cala anche il contributo della popolazione straniera e l’età media delle donne alla nascita del primo figlio si attesta a 31,3 anni e cresce il numero di quelle che sono senza figli.

In attesa di conoscere quali impatti avrà determinato la pandemia di Covid-19 sulle natalità nel 2021, quelli che l’Istat ha fornito il 21 dicembre 2020 (“Natalità e fecondità della popolazione residente”), riferiti al 2019, continuano a certificare un drammatico calo.

Continuano a diminuire i nati
Per il settimo anno consecutivo c’è un nuovo superamento, al ribasso, del record di denatalità: nel 2019 i nati della popolazione residente sono 420.084, quasi 20 mila in meno rispetto al 2018 (-4,5%). Dal 2008 le nascite sono diminuite di 156.575 unità (-27%), determinato quasi esclusivamente dalle nascite da coppie di genitori entrambi italiani (327.724 nel 2019, oltre 152 mila in meno rispetto al 2008).

Si tratta di un fenomeno di rilievo, in parte dovuto agli effetti “strutturali” indotti dalle significative modificazioni della popolazione femminile in età feconda, convenzionalmente fissata tra 15 e 49 anni. In questa fascia di popolazione le donne italiane sono sempre meno numerose:
– da un lato, le cosiddette baby-boomers (ovvero le donne nate tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta) stanno uscendo dalla fase riproduttiva (o si stanno avviando a concluderla);
– dall’altro, le generazioni più giovani sono sempre meno consistenti, scontando, l’effetto del cosiddetto baby-bust, ovvero la fase di forte calo della fecondità del ventennio 1976-1995, che ha portato al minimo storico di 1,19 figli per donna nel 1995.

A partire dagli anni duemila, l’apporto dell’immigrazione, con l’ingresso di popolazione giovane, ha parzialmente contenuto gli effetti del baby-bust, tuttavia, l’apporto positivo dell’immigrazione sta lentamente perdendo efficacia man mano che invecchia anche il profilo per età della popolazione straniera residente.

A diminuire sono soprattutto le nascite all’interno del matrimonio, pari a 279.744 nel 2019, 18 mila in meno rispetto al 2018 e 184 mila in meno nel confronto con il 2008. Ciò è dovuto anche al forte calo dei matrimoni che si è protratto fino al 2014, anno in cui sono state celebrate appena 189.765 nozze (rispetto, ad esempio, al 2008 quando erano 246.613) per poi proseguire con un andamento altalenante.

La denatalità prosegue nel 2020; secondo i dati provvisori riferiti al periodo gennaio-agosto 2020, le nascite sono già oltre 6.400 in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Anche senza tener conto degli effetti della pandemia di Covid-19, che si potranno osservare a partire dal mese di dicembre 2020, ci si può attendere una riduzione ulteriore delle nascite almeno di 10 mila unità.

Il calo si ripercuote sui primi figli che rappresentano il 47,7 del totale dei nati, mentre i figli di ordine successivo sono diminuiti del 25% nello stesso arco di tempo. Il calo interessa tutte le aree del Paese ad eccezione della Provincia autonoma di Bolzano.

Tra le cause del calo dei primi figli vi è la prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine, a sua volta dovuta a molteplici fattori che hanno spinto i giovani a ritardare le tappe della transizione verso la vita adulta rispetto alle generazioni precedenti: il protrarsi dei tempi della formazione; le difficoltà che incontrano i giovani nell’ingresso nel mondo del lavoro e la diffusa instabilità del lavoro stesso; le difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni; una tendenza di lungo periodo di bassa crescita economica; oltre ad altri possibili fattori di natura culturale.

Aumentano i nati fuori dal matrimonio
In un contesto di nascite decrescenti, quelle che avvengono fuori del matrimonio aumentano di oltre 27 mila unità rispetto al 2008, raggiungendo i 140.340 nati da genitori non coniugati nel 2019. Il loro peso relativo continua a crescere (33,4% nel 2019). L’incidenza di nati fuori dal matrimonio è più elevata nel caso di coppie miste se è il padre a essere straniero (35,3%); quando è invece straniera la madre, la proporzione è più bassa (26,4%). Per i nati da genitori entrambi stranieri la quota è la metà (16,7%) del totale nazionale.

Si riduce il contributo alla natalità degli stranieri
I nati da genitori entrambi stranieri, sono nel 2019 il 15% sul totale dei nati, ma poco più di 2.500 nati in meno rispetto al 2018. Il loro contributo alla natalità del Paese si sta riducendo, anche per effetto delle dinamiche migratorie dell’ultimo decennio che si sono attenuate per effetto della crisi. L’incidenza delle nascite tra i nati stranieri iscritti in anagrafe è più elevata nelle regioni dell’Italia settentrionale.

La fecondità delle italiane verso il minimo storico  
Nel 2019 le donne residenti in Italia hanno in media 1,27 figli (1,29 nel 2018), accentuando la diminuzione in atto dal 2010, anno in cui si è registrato il massimo relativo di 1,46. Ricordiamo che il tasso di fecondità totale (TFT) per assicurare che una popolazione mantenga costante la propria struttura demografia è pari a 2,1 figli per donna.

Su The Lancet lo scorso luglio è stato pubblicato uno Studio condotto da ricercatori dell’Università di Washington-Seattle e parzialmente finanziato dalla Bill & Melinda Gates Foundation, dove si indica che la popolazione italiana ha già raggiunto il picco di 61 milioni di abitanti nel 2014, e crollerà a circa 30,5 milioni nel 2100.

A livello regionale, la Sardegna continua a presentare il più basso livello di fecondità (1,00), ancora in diminuzione rispetto al 2018 (1,02). Le differenze territoriali nella fecondità totale sono spiegate dal diverso contributo delle donne straniere: 2,1 al Nord, 1,78 al Centro e a 1,86 al Mezzogiorno. La fecondità delle cittadine italiane è passata da 1,21 del 2018 a 1,18 nel 2019, scendendo per la prima volta sotto il minimo storico del 1995 che, seppur riferito al complesso della popolazione allora residente, risulta prossimo alla fecondità delle sole cittadine italiane, data la bassissima incidenza dei nati da donne straniere a metà degli anni Novanta.

Il numero medio di figli per donna delle italiane è in calo soprattutto al Centro (da 1,15 del 2018 a 1,11) e nel Nord (da 1,20 a 1,17), in misura più contenuta nel Mezzogiorno (da 1,24 a 1,23). A detenere il primato della fecondità delle italiane resta sempre la Provincia autonoma di Bolzano (1,60) seguita dalla provincia di Trento (1,30). Tra le regioni del Centro, il livello più elevato si osserva nel Lazio (1,12) mentre nel Mezzogiorno il picco si registra in Sicilia e in Campania (1,30).

Cresce anche l’età media alla nascita del primo figlio, che si attesta a 31,3 anni nel 2019 (3,3 anni in più rispetto al 1995).

A livello nazionale la quota di donne senza figli è in continuo aumento da una generazione all’altra e per le nate nel 1979, a fine storia riproduttiva, si stima più che raddoppiata (22,6%) rispetto a quella delle nate nel 1950 (11,1%).

I nomi preferiti dai neo-genitori
Sulla base delle informazioni contenute nella rilevazione degli iscritti in anagrafe per nascita, l’Istat elabora la distribuzione dei nomi maschili e femminili più frequenti nel 2019. A livello nazionale, il nome Leonardo mantiene il primato conquistato nel 2018, mentre Francesco, anche quest’anno si conferma al secondo posto. In terza posizione, Lorenzo scalza Alessandro che scende al quarto posto.
Per quanto riguarda i nomi femminili rimane in prima posizione Sofia, ma si rileva uno scambio sul podio tra Aurora che sale al secondo posto dal terzo, quest’anno occupato da Giulia.

Dal quadro che emerge e che si consolida di anno in anno dobbiamo pensare che dopo la pandemia che prima o poi è destinata a scomparire, dovremo attrezzarci per affrontare anche la sfida a più lungo termine della decrescita delle natalità con la riduzione sempre più marcata di futuri lavoratori e contribuenti, mentre gli anziani bisognosi di assistenza saranno sempre più numerosi, con le tutte le ripercussioni economiche e sociali che ne deriveranno.

Foto di copertina: Liv Bruce su Unsplash

E.G.

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