Rapporto del Censis “Invecchiare nell’Italia della longevità” scatta l’istantanea di una società in profonda mutazione demografica, dove all’allungamento della vita media si affiancano forti rischi di isolamento sociale e una carenza strutturale dell’assistenza pubblica, evidenziando un boom delle fragilità tra gli over 65 italiani, con una percentuale di persone bisognose di aiuto raddoppiata negli ultimi vent’anni.
Tanti anziani, pochi giovani, sempre meno nascite: ecco la demografia dell’Italia destinata a consolidarsi nel futuro. Uno scenario che impone non pochi interrogativi quali, ad esempio:
– La società italiana è pronta a rispondere a bisogni e problemi di una popolazione con una speranza di vita sempre più lunga?
– Come si invecchia concretamente in un Paese di longevi?
– Sono disponibili adeguate risorse umane, finanziarie e tecnologiche per costruire soluzioni efficaci?
Per rispondere a questi e ad altri quesiti, ilCensisha scelto di partire dall’anzianità vista e vissuta da chi anziano è oggi, per raccontare, fuori dalle retoriche più consuete, le sfide e opportunità dell’invecchiamento, in unRapportoche è stato presentato e discuso nel corso di un evento dedicato dal titolo “Invecchiare nell’Italia della longevità. Come costruire un Paese a misura di anziani”, trasmesso instreaming.
Ne è emerso che gli anzianisono sempre più fragili e bisognosi di aiuto nella vita di tutti i giorni.
Il 36,6% degli anziani dichiara che, seppure autosufficiente, ha comunque bisogno di qualche aiuto nella vita quotidiana. In vent’anni la percentuale di persone con 65 anni e oltre che si sente fragile e chiede un supporto è raddoppiata: nel 2006 era pari al 18,3%. Oggi al 31,7% capita di tanto in tanto di avere bisogno di aiuto, al 4,9% capita spesso perché sperimenta parecchie difficoltà nelle attività ordinarie.Si dichiara totalmente non autosufficiente l’1,4% degli intervistati e totalmente autosufficiente il 62,0%. Però nel 2006 si definiva totalmente autosufficiente il 78,8%: 16,8 punti percentuali in più rispetto ad oggi.
Oltre la retorica della longevità
L’89,6% dei longevi dichiara che, per quanto ci si possa prendere cura di sé stessi, il declino fisico non si può fermare.Il 79,3% dei longevi si è rassegnato al fatto che certi cambiamenti legati al tempo che trascorre sono irreversibili, definitivi. C’è unanuova consapevolezza della fragilità legata all’età che avanza. Un approccio diverso dalle retoriche della longevità attiva, della performance anche in età avanzata. Inoltre,per il 79,8% dei longevi accettare la vecchiaia come condizione permanente aiuta a dare più valore al presente.
Rischio alto per il Paese più vecchio d’Europa
I fabbisogni legati alla vecchiaia rappresentano una sfida decisiva per l’Italia, visto che già oggi le persone con almeno 65 anni costituiscono il 25,1% della popolazione totale, dato che rende l’Italia il Paese più longevo dell’Unione europea.Un’onda grigia potente che può diventare un problema perché si affianca al crollo della natalità e al rarefarsi dei giovani. Nel periodo 1951-2025 i minori fino a 17 anni sono diminuiti del 38,8% e i giovani tra i 18 e i 34 anni del 18,9%.Le persone di età tra 35 e 64 anni sono invece aumentate del 53,7% e quelle con almeno 65 anni del 248,6%. Le proiezioni demografiche al 2050 indicano chegli anziani saranno oltre 18,9 milioni, il 34,6% del totale: più di un italiano su tre.
Ma quando si diventa anziani?
Secondo gli attuali over 65, si diventa anziani in media a 76,7 anni. Infatti, pensa che si diventi anziano a 65 anni il 5,7% degli attuali anziani intervistati, a 70 anni il 16,6%, a 75 anni il 24,5%, a 80 anni il 28,7%, a 85 anni il 14,5%, mentre il 9,5% non ritiene che ci sia un’età precisa e il 10,0% non esprime un’opinione. In sintesi,il 41,0% degli intervistati fissa l’età di accesso alla vecchiaia tra i 70 e i 75 anni, eoltre il 43% al di là dell’80° anno di vita. In ogni caso, al di là dell’età,per il 69,4% dei longevi si diventa anziani se si perde l’autosufficienza, per il 24,9% in caso di morte di amici e coetanei, per il 22,3% in caso di morte del coniuge, per l’8,0% al momento del pensionamento e per il 4,2% quando si diventa nonni.
Dalla quantità alla qualità: vivere bene, piuttosto che vivere a lungo
L’82,8% degli anziani indica come sua maggiore paura di dover dipendere dagli altri in futuro, il 33,5% teme la morte. Solo il 16,5% degli intervistati è interessato a vivere fino a 120 anni.Per gli anziani non conta tanto la durata della vita, quanto la sua qualità e soprattutto preservare l’autonomia, per non dipendere dagli altri.
La famiglia come perno dell’assistenza
La famiglia resta il fulcro del sistema di cura per gli anziani. In caso di necessità,il 52,7% conta sui figli, il49,6% su coniugi e conviventi, il 16,0% su altri parenti, il 10,8% su amici e conoscenti, il 7,0% sulle badanti e l’1,9% su infermieri o assistenti domiciliari delle strutture pubbliche. Il 7,8% non ha alcuno su cui contare, deve affrontare da solo ogni difficoltà.
Rischio solitudine
Al 62,3% degli anziani capita di sentirsi solo: all’8,9% capita sempre o spesso, al 22,8% qualche volta, al 30,6% raramente.Al 37,7% invece non capita mai di sentirsi solo. In concreto,vive solo il 29,5% degli anziani, quota che sale al 37,0% tra chi ha 75 anni e oltre e al 49,9% tra chi ha almeno 85 anni.
“I numeri attuali proiettati nel futuro, infatti, indicano che il ritmo di miglioramento dello stato medio di salute degli anziani e la crescente capacità di convivere con le cronicità non saranno in grado di compensare l’ampliarsi dei fabbisogni di care, supporto e assistenza indotte dalle tante e diverse condizioni di non autosufficienza e di vulnerabilità reali e percepite– conclude il Rapporto –Il dilatarsi delle classi di età longeve, che le previsioni demografiche annunciano, farà emergere in modo inequivocabile la caducità del modello attuale di gestione degli effetti dell’invecchiamento. Occorre infatti accettare di misurarsi con l’intreccio tra le leggi bronzee della demografia regressiva, il rattrappirsi del soggetto famiglia perno del welfare informale e la crisi strutturale e irreversibile del welfare formalizzato tradizionale. L’esito diretto consiste nell’urgenza di dedicare un elevato investimento di intenzionalità e risorse al necessario adattamento della società alle esigenze dei longevi. Costruire un Paese a misura di anziano non è una scelta regressiva, non è un modo per rinunciare allo sviluppo, ma una necessità per continuare a fare dell’Italia uno dei paesi più avanzati al mondo”.
