Uno Studio coordinato dal Durrell Institute of Conservation and Ecology dell’Università del Kent (Regno Unito), ha stimato che quasi il 27% della superficie terrestre potrebbe essere già tutelato per la biodiversità, se si considerano anche le aree non riconosciute a livello globale, ma che comunque ospitano fauna selvatica. Tuttavia, viene anche dimostrato che la superficie aggiuntiva non colma sostanzialmente le lacune in termini di rappresentatività ecologica.
Alla Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Biodiversità (CBD-COP17) i Governi devono affrontare il primo Global Stocktake, ovvero di fare il punto a metà percorso sull’attuazione degli impegni assunti con il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (KMGBF) di avere entro il 2023 il 30% delle aree protette.
Vi sono timori che questo potenziale quasi raddoppio della superficie protetta possa avere un impatto negativo sulle persone vulnerabili e sovraccaricare le risorse destinate alla conservazione. Tuttavia, secondo loStudio“Global conservation area coverage substantially exceeds current estimates”, pubblicato il 14 ottobre su Nature e coordinato dalDurrell Institute of Conservation and Ecologydell’Università del Kent (Regno Unito), quasi il27% della superficie terrestre potrebbe essere già tutelato per la biodiversità, se si considerano anche le aree non riconosciute a livello globale, ma che comunque ospitano fauna selvatica.Tuttavia, viene anche dimostrato che la superficie aggiuntivanon colma sostanzialmente le lacune in termini di rappresentatività ecologica, indicando che il solo raggiungimento della componente relativa all’area dell’obiettivo 3(quello che impegna i governi a conservare e proteggere almeno il 30% delle aree terrestri, delle acque interne, delle zone costiere e degli oceani del pianeta entro il 2030)contribuirà poco a risolvere la continua perdita di biodiversità a livello globale. Sono necessari maggiori sforzi e risorse per raggiungere le altre componenti dell’obiettivo, utilizzando un approccio più strategico e inclusivo percolmare le lacune attuali e creare reti di aree protette eque ed efficaci.
“Con quattro anni a disposizione, la componente terrestre dell’obiettivo del 30% sembra irraggiungibile– ha dichiarato l’autrice principale dello studioHelen O’Neill, Ricercatrice post-dottorato presso l’Istituto di zoologia di Londra –La nostra analisi suggerisce che una porzione di territorio molto più ampia di quanto attualmente riconosciuto si trovi all’interno di qualche tipo di area protetta”.
Utilizzando un campione rappresentativo a livello globale di 25 paesi e territori che hanno incorporato i dati nazionali ed estrapolando da tale campione,i ricercatori ritengono che le aree protette coprano già il 26,81% della superficie terrestre, ma permangono enormi lacune nella rete mondiale di aree protette e conservate. Molti habitat, come praterie e aree arbustive, che ospitano una fauna selvatica con adattamenti unici, godono di una protezione limitata e occorre fare di più per conservarli.

(a) e (b) illustrano due dei 1.000 set di unità di campionamento (in verde); i riquadri mostrano l’Europa occidentale. Ogni set di unità di campionamento possiede un’area complessiva minima e garantisce una copertura pari almeno al 10% per ciascuna delle 89 caratteristiche —suddivise in 10 fattori — note per influenzare la copertura globale delle aree di conservazione e la distribuzione della biodiversità.
(c) mostra la frequenza di selezione delle unità di campionamento, ovvero il numero di volte in cui ciascuna unità è comparsa nei 1.000 set. Le unità di campionamento in blu scuro sono presenti in tutti i 1.000 set, poiché risultavano sempre necessarie per raggiungere gli obiettivi di copertura del 10%. Le unità in blu più chiaro compaiono in un numero inferiore di set, in quanto potevano essere sostituite da altre unità contenenti quantità analoghe delle stesse caratteristiche.(Fonte: Helen O’Neill et al.,Global conservation area coverage substantially exceeds current estimates, Nature, 2026)
“Conservare il 30% delle terre e dei mari non è sufficiente di per sé– ha aggiunto la coautrice Heather Bingham, che dirige laProtected Planet Initiativepresso il World Conservation Monitoring Center dell’UNEP a Cambridge –L’obiettivo richiede anche che queste aree siano gestite efficacemente per ottenere risultati positivi in termini di biodiversità e che siano collocate dove avranno il maggiore impatto sulla biodiversità“.
Ciò significa chedevono essere ben collegate, comprendere diversi ecosistemi ed essere gestite in modo equo per le popolazioni locali.
“È necessario un impegno assai maggiore per il riconoscimento ufficiale delle aree protette esistenti, attualmente registrate solo nei database nazionali– ha sottolineatoBob Smith, Direttore delDurrel Institute of Conservation and Ecologye responsabile dello Studio –Dobbiamo inoltre concentrarci maggiormente sul miglioramento dell’efficacia di tutte le aree protette, poiché l’aumento della superficie terrestre destinata alla conservazione servirà a poco se questi siti non vengono gestiti in modo efficace ed equo“.
In copertina: Questo splendido paesaggio rappresenta una creazione digitale (generata tramite intelligenza artificiale) che riproduce un panorama naturale idealizzato.
