Mari e oceani

AMOC: se si indebolisce l’oceano e il Pianeta si surriscaldano

Una ricerca coordinata da uno scienziato paleoclimatico rivela che l’indebolimento della circolazione termoalina atlantica (AMOC) che modella i climi regionali e distribuisce i nutrienti oceanici, non trasferisce il calore all’emisfero australe, come si pensava, ma amplifica la velocità con cui il pianeta assorbe calore, influenzando l’innalzamento del livello del mare, le ondate di calore marine, la stabilità delle calotte glaciali e la velocità con cui si manifesta il riscaldamento globale.

Ricerche precedenti hanno dimostrato che durante ciascuna delle ere glaciali terrestri, verificatesi ripetutamente tra 11.700 anni fa e 2,7 milioni di anni fa, la circolazione termoalina atlantica (AMOC) ha subìto una serie di bruschi cambiamenti, noti comeeventi di Dansgaard-Oeschger, che rappresentano probabilmente il miglior esempio di “punti di svolta”climaticicon un brusco raffreddamento nell’Atlantico settentrionale che ha reso le temperature molto più rigide nella parte orientale del Nord America, la Groenlandia e l’attuale Europa. La teoria scientifica prevalente suggeriva che il calore venisse trasferito all’emisfero australe, secondo un modello noto come “”altalena termica bipolare” (bipolar thermal seesawobipolar seesaw), meccanismo fondamentale della paleoclimatologia che spiegherebbe come i cambiamenti nella circolazione oceanica possano causarecomportamenti climatici opposti tra l’emisfero nord e l’emisfero sud. Quando un polo si raffredda, l’altro si riscalda, proprio come le due estremità di un’altalena.

Ora loStudio“Planetary energy budget during abrupt glacial climate events set by Atlantic Ocean heat valve”, pubblicato il 10 agosto 2026 su Nature Geosciencee condotto da un team internazionale di ricercatori, coordinati dal paleoclimatologoChristo Buizert, Professore associato presso ilCollege of Earth, Ocean, and Atmospheric Sciencesdell’Università statale dell’Oregon, che ha sintetizzato studi recenti su un quadro alternativo emergente,incentrato invece sul contenuto di calore oceanico globale e sul bilancio energetico planetario, indicano chele variazioni della circolazione termoalina atlantica (AMOC) possono agire come una “valvola termica”, modificando non solo la distribuzione del calore, ma anche la quantità di energia che l’intero pianeta trattiene.

“La nuova ricerca dimostra che, anziché una semplice ridistribuzione del calore, si verifica in realtà un aumento netto del calore immagazzinato dagli oceani globali– ha affermato Buizert –Per dare un’idea della portata del fenomeno, gli episodi di indebolimento della circolazione termoalina atlantica (AMOC) durante l’ultima era glaciale hanno causato un riscaldamento paragonabile a quello provocato oggi da 25 ppm di anidride carbonica, equivalenti a circa 10 anni di emissioni antropiche”.

I ricercatori hanno creato un nuovo modello, utilizzando simulazioni di bruschi cambiamenti della circolazione termoalina atlantica (AMOC) provenienti da3 diversi modelli climatici che hanno monitorato come il calore si sposti negli oceani e quanto ne è stato perso o guadagnato dal pianeta nel suo complesso.

Dallo studio emerge che quando la circolazione termoalina atlantica (AMOC) si indebolisce, questo calore si accumula nelle profondità dell’oceano.Solo un sottile strato superficiale dell’Atlantico settentrionale si raffredda, mentre il resto dell’oceano si riscalda.

Bilancio termico oceanico e stabilità dell’AMOC in funzione della CO2 atmosferica.
a. Variabilità simulata dell’AMOC con le concentrazioni di CO2 elencate.
b. Anomalia del flusso di calore superficiale oceanico nell’Atlantico settentrionale (QNA, giallo) e nell’oceano globale ad eccezione dell’Atlantico settentrionale (QUP, nero) rispetto alla simulazione predefinita di 210 ppm di CO2.
c. La frazione di tempo che il sistema trascorre nella modalità interstadiale DO (DOI).
d. Temperatura della Groenlandia.
e. SST media globale.
f. Temperatura media globale dell’oceano (MOT).
g. Temperatura antartica.
Nei riquadri b-g, le barre verticali indicano l’intero intervallo e i marcatori rotondi il valore medio a lungo termine; la media temporale è stata effettuata su 5 ka e più cicli DO.
h. i. Spostamenti concettuali al diagramma Q-OHC in condizioni di livelli di CO2 atmosferica ridotti (h) e aumentati (i). Il clima stazionario (contrassegnato con SS) è possibile ogni volta che uno dei due rami interseca l’asse orizzontale (Q = 0). Fonte: Christo Buizert et al., Nature Geosciences, 2026.

Irisultati hanno implicazioni che vanno ben oltre le ere glaciali. Dal momento che leprevisioniindicano che il riscaldamento di origine antropica indebolirà la circolazione termoalina atlantica (AMOC), per effetto  dello scioglimento dei ghiacci e dell’aumento dell’apporto di acqua dolce che riducono la densità delle acque superficiali dell’Atlantico settentrionale, ciò influenzerebbe l’innalzamento del livello del mare, le ondate di calore marine, la stabilità delle calotte glaciali e la velocità con cui si manifesta il riscaldamento globale.

“È come se l’intero oceano agisse come un gigantesco secchio di calore– ha osservato Buizert –L’AMOC funge da rubinetto che controlla la quantità di calore che può fuoriuscire. La nostra ricerca dimostra inoltre che in un mondo più caldo, la circolazione termoalina atlantica tende ad essere più stabile, il che suggerirebbe che questi ‘punti di svolta’ potrebbero non verificarsi in futuro. Tuttavia, sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere meglio la futura stabilità dell’AMOC. Gli studi sui cambiamenti naturali avvenuti in passato nella circolazione termoalina atlantica non sono un paragone perfetto per i cambiamenti climatici odierni, ma più i ricercatori riescono a imparare sul passato, meglio riescono a capire come potrebbe essere il futuro”.

Coautori dello studio sono stati:Ayako Abe-Ouchi,Yuta Kuniyoshi e Sune Olander Rasmussen dell’Università di Tokyo;Guido Vettoretti dell’Università di Copenaghen;Xu Zhang del British Antarctic Survey e dell’Università cinese di Xi’an Jiaotong;Sarah Shackleton dell’Istituto oceanografico Woods Hole;Joel B. Pedrodella Divisione Antartica Australiana e dell’Università della Tasmania;Eric D. Galbraithdell’Universitat Autonoma de Barcelona e dell’Università McGill; eThomas F. Stocker dell’Università di Berna, Svizzera.

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