Con le tensioni geo-politiche globali che hanno influenzato i negoziati sui cambiamenti climatici nell’ultimo anno è difficile essere ottimisti sui risultati della Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC-COP31).
I conflitti globali, l’incertezza economica, le preoccupazioni per la sicurezza energetica e la crescente sfiducia tra i Paesi fanno sì che la cooperazione multilaterale continui a essere messa a dura prova. Queste tensioni hanno influenzato i negoziati sui cambiamenti climatici nell’ultimo anno e probabilmente continueranno a condizionare gli accordi che i governi saranno disposti ad accettare alla prossima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC-COP31) che si svolgerà adAntalya, dal 9 al 20 novembre 2026, in partnership senza precedenti traTurchiaeAustralia: l’Australia fungerà da Presidente dei negoziati della COP 31 e guiderà il processo negoziale durante la Conferenza, mentre la Turchia svolgerà le funzioni di Paese ospitante. Questa partnership e la conseguente divisione delle responsabilità sono il risultato del compromesso raggiunto tra i due Paesi in merito all’organizzazione della COP31.
Oltre alla COP31, avranno luogo la21ª riunione delle Parti del Protocollo di Kyoto(CMP 21), la8ª sessione dellaConferenza delle Parti che funge da riunione delle Parti dell’Accordo di Parigi(CMA 8), la 65ª sessione dell’Organo sussidiario per la consulenza scientifica e tecnologica (SBSTA 65) e dell’Organo sussidiario per l’attuazione (SBI 65).
Limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rimane un pilastro dell’Accordo di Parigi, tuttavia, con le politiche attuali e le traiettorie alternative a breve termine, il superamento di 1,5 °C è ormai ampiamente considerato inevitabile, come ha evidenziato ilRapporto dell’UNEP, secondo il quale tuttavia è ancora possibile ridurre le temperature e raggiungere gli obiettivi globali dell’Accordo di Parigi. Ciò richiede però una fortevolontà politicaemultilateralismo,politiche efficaci,una governance inclusivaefinanziamenti adeguati.
Anche su quest’ultimo aspetto, il recenteAdaptation Gap Reportsui flussi finanziari pubblici internazionali destinati all’adattamento nei paesi in via di sviluppo entro il 2035, come previsto dall’AccordoGlobal Mutirãodeciso alla COP30 di Belém, ha rilevato che vengono erogati per un decimo di quanto previsto.
La Conferenza definirà gli orientamenti per ilsecondoGlobal Stocktakedell’Accordo di Parigi, facendo seguito al primo bilancio conclusosi alla COP28, per misurare a livello globale l’efficacia delle azioni intraprese dai Paesi sumitigazione(riduzione delle emissioni),adattamento ai cambiamenti climaticieflussi di finanziamento per la transizione ecologica giusta, sulla base dei dati aggiornati e dei contributi forniti dai rapporti scientifici dell’IPCC e dai nuovi piani climatici nazionali (NDCs) presentati dai singoli Stati. Di fatto serve acapire se il mondo è in linea con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale agli obiettivi prefissati e a stimolare i governi ad alzare le proprie ambizioni climatiche.
La riunione sarà anche la prima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici dopo l’entrata in vigore, nel gennaio 2026, delritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi. L’uscita dall’Accordo di uno dei maggiori emettitori di gas serra al mondo influenzerà, ovviamente, il contesto politico in cui si svolgeranno i negoziati.
ABonn, durante l’annuale appuntamento di giugno per la preparazione della Conferenza,i risultati sono stati alquanto deludenti. Anche la riunione preparatoria alla COP per l’area del Pacifico (Pacific Pre-COP) alle Fiji e Tuvalu (Nadi, 5-8 ottobre 2026), dove circa 4.000 delegati, tra Ministri, Alti rappresentanti, Negoziatori, Dirigenti aziendali e Organizzazioni della società civile che avrebbero dovuto far progredire i negoziati sul clima, ha deluso le aspettative, in particolare deileader dei piccoli Paesi insulari, minacciati dall’innalzamento dei mari, che hanno cercato inutilmente di attirare l’attenzione sulla loro realtà resa drammatica dalle conseguenze dei cambiamenti climatici, non essendo stata definita un’agenda ambiziosa per la Cop31, né per la riduzione delle emissioni né per il potenziamento dell’adattamento.
A gettare ombre sullo svolgimento della prossima COP31 è poi intervenuto il Rapporto “Partners in Coal” di350.org, che analizzando ildatabase UN Comtrade, ha rilevato cheTurchia e Australia sono collegate da una catena di approvvigionamento del carbone responsabile di oltre 75 milioni di tonnellate di emissioni di CO₂,estendendo al contempo la collaborazione nel settore dei combustibili fossili al gas naturale liquefatto (GNL). Questi interessi consolidati, secondo la Ong,compromettono la volontà di Australia e Turchia di guidare la transizione verso fonti energetiche alternative, nonostante la COP31 si svolga nel pieno della più grande crisi dei combustibili fossili della storia.
È una questione di “credibilità climatica” che si trascina da qualche anno con le Presidenze delle COP che vengono affidate a Paesi fortemente dipendenti dall’estrazione o dal consumo di carbone, petrolio e gas,
Èdifficile non sospettare che l’agenda della Conferenza venga annacquata per proteggere i propri interessi economici.
