Il World Inequality Report (WIR 2026) curato dagli economisti curato dagli economisti Lucas Chancel, Ricardo Gómez-Carrera, Rowaida Moshrif e Thomas Piketty e redatto in un contesto di indebolimento del multilateralismo e di aumento delle divisioni sociali, sottolinea come la disuguaglianza continui ad aggravarsi in terminidi reddito, ricchezza, impatto climatico e genere.
Il 10% più ricco del mondo guadagna più del restante 90% messo insieme. Inoltre, meno di 60.000 persone nel mondo controllano una ricchezza 3 volte superiore a quella complessiva del 50% della popolazione mondiale. Ciò significa che degli attuali 8,2 miliardi di persone, solo 60.000 gestiscono una ricchezza 3 volte superiore a quella posseduta da 4,1 miliardi di persone.
Sono alcune delle statistiche che emergono dal “World Inequality Report (WIR 2026)”, giunto alla III edizione (le precedenti nel 2018 e 2022) e curato dagli economisti Lucas Chancel, Ricardo Gómez-Carrera, Rowaida Moshrif e Thomas Piketty del World Inequality Lab, un Centro di ricerca globale con sede a Parigi che si focalizza sullo studio delle disuguaglianze e delle politiche pubbliche per promuovere la giustizia sociale, economica e ambientale.
Il Centro che gestisce il World Inequality Database open access sulle dinamiche della disuguaglianza globale, con i dati sull’evoluzione della distribuzione di reddito e ricchezza, nonché sulla disuguaglianza di genere e ambientale, che vengono continuamente aggiornati con la collaborazione di oltre 200 ricercatori (WID Fellows), provenienti dalle istituzioni di tutto il mondo.
“Questa edizione del 2026 arriva in un momento critico -scrivono nella Premessa Jayati Ghosh e Joseph Stiglitz – In tutto il mondo, gli standard di vita restano stagnanti per molti, mentre ricchezza e potere si concentrano sempre più ai vertici. La ricerca indipendente è minacciata in luoghi dove la libertà accademica un tempo sembrava sicura. Questi sviluppi sono collegati: la crescente disuguaglianza mina la fiducia, indebolisce le nostre democrazie e alimenta il malcontento”.
I due autorevoli accademici (Professoressa di Economia all’Università del Massachusetts Amherst e consulente delle Organizzazioni delle Nazioni Unite Ghosh, e Professore di Economia alla Columbia University, Premio Nobel per l’Economia e già Direttore capo della Banca Mondiale Stiglitz) ricordano di essere stati invitati dalla Presidenza sudafricana del G20 a redigere, insieme ad altri economisti, un Rapporto sulla Disuguaglianza per proporre nuove soluzioni globali, e che in tale circostanza avevano raccomandato la creazione di un Gruppo Internazionale sulla Disuguaglianza, come quello dell’IPCC sui cambiamenti climatici,segnalandoil World Inequality Lab, a cui avevano attinto per le loro conclusioni, quale modello.
“Il World Inequality Report 2026definisce uno standard elevato per l’elaborazione di politiche basate sull’evidenza – concludono i due economisti – Ci ricorda che la disuguaglianza non è destino, ma scelta, e che con una ricerca seria e indipendente e la volontà politica, società più eque e sostenibili sono a portata di mano“.

Dal Rapporto si evidenzia l’enorme concentrazione di ricchezza tra gli ultra-ricchi:
– lo 0,001% più ricco (meno di 60.000 individui) possiede oggi una ricchezza tre volte superiore a quella del 50% più povero della popolazione mondiale messa insieme .
– La loro quota di ricchezza è aumentata da circa il 4% nel 1995 a oltre il 6% nel 2025 .
– Il 10% più ricco della popolazione mondiale controlla il 75% della ricchezza totale, mentre il 50% più povero ne detiene solo il 2% .
– L’ 1% più ricco controlla il 37% della ricchezza mondiale, più di 18 volte la ricchezza della metà più povera dell’umanità.
– Il gruppo più ricco al mondo detiene collettivamente il 3% della ricchezza mondiale, mentre quello più ricco al mondo(solo 56 persone in tutto il mondo) ha una ricchezza media di 53 miliardi di euro ciascuno.
Il rapporto suggerisce che “un’imposta globale del 2% sui centi-milionari genererebbe più di 500 miliardi di dollari all’anno, pari allo 0,45% del PIL mondiale”. Non si tratta di espropriazione, ma di riequilibrio: “La necessità di un’imposta globale sul patrimonio non si basa solo sulla fattibilità tecnica, ma anche sulla giustizia”.
La mappa globale della prosperità sta cambiando, ma in modo disomogeneo. L’Europa rimane una delle regioni meno diseguali grazie a sistemi fiscali e di trasferimento relativamente solidi, ma la crescita complessiva del reddito ha subito un rallentamento significativo. Nel frattempo, i paesi dell’Asia orientale e dell’Asia meridionale e sud-orientale hanno registrato aumenti sostanziali sia del reddito che della ricchezza negli ultimi decenni, favorendo la convergenza globale.

Il World Inequality Report 2026sofferma sulla “disuguaglianza climatica”: la metà più povera della popolazione mondiale è responsabile solo del 3% delle emissioni di carbonio associate alla proprietà di capitale privato e del 10% delle emissioni associate ai consumi, mentre il 10% più ricco è responsabile del 77% delle emissioni associate alla proprietà di capitale privato e del 47% delle emissioni basate sui consumi. L’1% più ricco da solo è responsabile del 41% delle emissioni derivanti dalla proprietà di capitale privato, quasi il doppio dell’intero 90% più povero messo insieme. La crisi climatica è una sfida collettiva, ma anche profondamente diseguale, e riguarda anche la vulnerabilità. Coloro che emettono meno, in gran parte le popolazioni dei paesi a basso reddito, sono anche i più esposti agli shock climatici. Nel frattempo, coloro che emettono di più sono meglio tutelati, con risorse per adattarsi o evitare le conseguenze del cambiamento climatico. Quindi la disuguaglianza climatica è una crisi sia ambientale che sociale.
Gli autori del Rapporto sottolineano, inoltre, che la disuguaglianza non è solo una question e di reddito, ricchezza o emissioni, ma è anche radicata nelle strutture della vita quotidiana. Tra le disparità più persistenti e diffuse c’è il divario tra uomini e donne. Le donne continuano a lavorare di più e a guadagnare meno degli uomini. Escludendo il lavoro non retribuito, le donneguadagnano solo il 61% del reddito orario degli uomini; includendo il lavoro non retribuito, questa cifra scende ad appena il 32%. Queste responsabilità sproporzionate limitano le opportunità di carriera e la partecipazione politica delle donne, e rallentano l’accumulo di ricchezza. La disuguaglianza di genere non è quindi solo una questione di equità, ma anche un’inefficienza strutturale: le economie che sottovalutano metà del lavoro della loro popolazione ne minano la capacità di crescita e resilienza.
Il caso Italia

Nel quadro nazionale delineato dal Rapporto, l’Italia presenta una distribuzione del reddito relativamente più equilibrata rispetto a molte economie emergenti, ma la situazione patrimoniale mostra una polarizzazione crescente. Il 10% più ricco controlla il 56% della ricchezza nazionale; l’1% supera il 22%. La metà più povera si ferma al 2,5%, segno che la capacità di accumulare risparmio resta estremamente limitata per una parte significativa della popolazione. Sul fronte del reddito, il 10% superiore si attesta al 32% del totale, mentre la metà più povera intercetta il 21%. Nel decennio 2014-2024, la distanza tra questi due poli è aumentata da 14 a 15 punti, confermando una tendenza costante.
