diRoberta Garibaldi, Docente all’Università degli Studi di Bergamo e Presidente di AITE (Associazione Italiana Turismo Enogastronomico)
Il turismo diffuso viene spesso indicato come una risposta alla concentrazione dei flussi, allo spopolamento delle aree interne e alla necessità di distribuire maggiormente i benefici economici del turismo. Borghi, paesaggi rurali, produzioni tipiche, cantine, frantoi, caseifici, ristoranti e piccoli musei costituiscono, in effetti, una parte essenziale dell’offerta italiana.
Ma il valore di un territorio non basta, da solo, a trasformarlo in una destinazione.
Perché una risorsa locale diventi un’esperienza turistica servono condizioni molto concrete:collegamenti affidabili, informazioni aggiornate, servizi per l’ultimo miglio, orari coordinati e modalità semplici di prenotazione.
Qui emerge una delle contraddizioni del turismo italiano. Da un lato, promuoviamo aree interne, piccoli Comuni ed esperienze rurali come alternative alle destinazioni più congestionate; dall’altro, molti dei luoghi che potrebbero accogliere nuovi flussi rimangono difficili da raggiungere senza automobile.
Le aree interne rappresentano una parte rilevante del Paese: secondo i dati richiamati daISTAT, ospitano circa13,3 milioni di persone, pari al 22,7% della popolazione italiana, e si estendono sul58,8% del territorio nazionale.
Il tema dell’accessibilità non riguarda quindi soltanto i visitatori, mail diritto di chi vive in questi territori a raggiungere scuole, ospedali, stazioni, luoghi di lavoro e servizi essenziali.
È il tema dellatransport poverty: una forma di disuguaglianza che non dipende soltanto dall’assenza di una strada o di una stazione, ma anche da tempi eccessivi, costi elevati, basse frequenze e difficoltà nel completare l’ultimo tratto del percorso.
Secondo un’elaborazioneOpenpolissu dati ISTAT,1.960 Comuni italiani risultano contemporaneamente non accessibili né prossimi sia alle stazioni ferroviarie sia alla rete autostradale. In oltre il 60% dei casi si tratta di Comuni periferici o ultraperiferici, situati a più di 40 minuti dal polo di servizi più vicino.
Per ilturismo enogastronomico, in particolare, l’accessibilità non può essere considerata un servizio accessorio.È parte integrante della qualità dell’esperienza.
Una degustazione in cantina o in birrificio pone anche un tema di sicurezza negli spostamenti. Un itinerario tra più produttori richiede collegamenti, tempi coordinati e soluzioni condivise. Una destinazione rurale può davvero diventare attraente solo quando il visitatore è messo nelle condizioni di muoversi, fermarsi più a lungo e combinare più esperienze. E ricordiamo il dato del nostro ultimoRapporto:oltre il 50% degli italiani vede nel timore di multe un limite alla visita alle cantine.
Il punto decisivo non è sempre la grande infrastruttura. Spesso è l’ultimo tratto del viaggio: quello tra una stazione e un borgo, tra una struttura ricettiva e una cantina, tra il centro abitato e un’azienda agricola.
Occorrono quindi navette stagionali o su prenotazione, accordi con taxi e noleggi locali, servizi condivisi tra imprese, percorsi ciclabili e pedonali, collegamenti con le stazioni e strumenti digitali che consentono di acquistare insieme trasporto, visita e ospitalità.
La vera innovazione consiste nel passare dalla singola esperienza prenotabile a una destinazione integralmente fruibile.
Questo approccio produce benefici che vanno oltre il turismo. Un servizio di trasporto attivato per collegare una stazione alle imprese del territorio può essere utilizzato anche da residenti, lavoratori e studenti. Lamobilità turistica può quindi diventare parte di una nuova infrastruttura territoriale, a condizione che venga progettata insieme alle comunità e non esclusivamente per i periodi di maggiore affluenza.
Una destinazione è sostenibile non soltanto perché attrae visitatori in aree meno note. Lo è quando ilturismo contribuisce a mantenere servizi, generare opportunità e migliorare la qualità della vita di chi risiede.
Non basta raccontare un territorio. Occorre costruire le condizioni perché possa essere scelto, raggiunto, prenotato e vissuto.
La misurazione che manca
Accanto ad arrivi e presenze, le destinazioni dovrebbero iniziare a rilevare anche:
–la quota di attrazioni ed esperienze raggiungibili senza automobile privata;
–il tempo necessario per completare l’ultimo miglio;
– la disponibilità di collegamenti nelle ore serali e nei giorni festivi;
– la possibilità di prenotare con un’unica operazione di trasporto, esperienza e ospitalità;
– l’utilizzo dei servizi di mobilità da parte sia dei visitatori sia dei residenti.
Sono indicatori utili per capire se il turismo diffuso esiste realmente o rimane soltanto un obiettivo promozionale.
In copertina: Collio friulano (GO)
