Nel corso di un webinar è stato presentato il 14 settembre 2026 il Future brief “Trame di resilienza: infrastrutture per l’Italia del 2050”, realizzato da ricercatori del CMCC in collaborazione con Ecosistema Futuro e ASviS, che analizza la vulnerabilità del sistema infrastrutturale italiano di fronte alla crisi climatica, evidenziando la necessità di passare da una logica emergenziale a una pianificazione adattiva e di lungo termine.
Adattarsi non significa prepararsi alla prossima emergenza, ma costruire oggi un Paese capace di affrontare il clima di domani. Le infrastrutture italiane — reti idriche, energetiche, di trasporto, digitali — sono state progettate per un clima che non esiste più. Quali scenari ci attendono al 2050, e quali scelte possono rendere il sistema infrastrutturale più resiliente, equo e pronto al futuro?
Nel corso di un webinar è stato presentato il 14 settembre 2026 “Trame di resilienza: infrastrutture per l’Italia del 2050”, realizzato dallaFondazione CMCC(Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), che analizzacome il cambiamento climatico stia mettendo alla prova il sistema infrastrutturale italiano — reti idriche, energetiche, di trasporto e digitali — progettato su condizioni climatiche ormai superate.
Si è trattato delsecondoFuture BriefdiEcosistema Futuro, una collana di documenti sintetici pensata per offrire strumenti di analisi e riflessione a decisori pubblici e privati promuovendo l’utilizzo di metodologie di foresight, ricerca e analisi anticipante. La serie, è un’iniziativa promossa dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sviluppo Sostenibile (ASviS) – grazie al contributo di università, centri di ricerca e fondazioni.
Gli autori (ricercatori del CMCC:Alfredo Reder,Jonathan SpinoniePaola Mercogliano) costruisconouna visione di infrastrutture adattive, eque e interconnesse, e propongono orientamenti di policy per accelerare la trasformazione necessaria, attraverso4 scenari esplorativi al 2050che non sono previsioni, ma strumenti per mostrare come diverse combinazioni di governance, tecnologia e capacità territoriale possano produrre benefici, squilibri ed effetti inattesi.

–Scenario tecnocentrico: rappresenta un futuro in cui l’ambizione tecnica è spinta oltre i limiti e la fiducia nelle soluzioni innovative diventa eccessiva. L’Italia accelera la transizione infrastrutturale: reti intelligenti, progettazione predittiva, intelligenze artificiali che regolano flussi energetici, idrici e di trasporto. Le decisioni sono centralizzate, coordinate da un potere forte e sorrette da standard europei, come decreti emanati da un’unica regia. Tuttavia, la velocità del cambiamento ha superato la capacità di controllo. Alcuni sistemi, sovraccaricati o troppo dipendenti dall’automazione, hanno causato collassi imprevisti. I territori meno digitalizzati restano esclusi dai benefici. L’innovazione ha generato nuove forme di vulnerabilità, anche sociali, e la fiducia pubblica vacilla.
–Scenario burocratico: raffigura un’Italia che ha scelto la via della difesa e della prudenza tecnica. Lo Stato mantiene una regia forte, ma orientata a un approccio conservativo: si investe in grandi opere e nel consolidamento delle infrastrutture esistenti, senza mettere in discussione il modello. Le soluzioni sono solide ma rigide, standardizzate e sorrette da protocolli inflessibili. Le comunità locali non partecipano alla definizione delle priorità. La resilienza è interpretata come contenimento e protezione, non come leva trasformativa. Il sistema regge, ma resta statico: non impara, non si adatta, non anticipa. Ogni evento fuori scala indebolisce la stabilità del sistema, generando discontinuità, ritardi e tensioni istituzionali.
–Scenario egocentrico: rappresenta il collasso dell’adattamento. Il sistema infrastrutturale è aggrovigliato e fragile, senza regia né regole comuni: ogni ente agisce per conto proprio, i piani restano sulla carta, i fondi si disperdono in emergenze continue. Le reti subiscono interruzioni frequenti e vengono gestite in modo improvvisato. La fiducia istituzionale è svanita: i cittadini sopravvivono adattandosi da soli o abbandonando i territori più fragili. La resilienza è ridotta a una pratica individuale di sopravvivenza, più che a un progetto collettivo.
La visione per l’Italia del 2050 impone invece un netto cambio di paradigma:la transizione da logiche reattive ed emergenziali verso un approccio anticipatorio, interconnesso ed equo.Costruita selezionando elementi ritenuti desiderabili da ciascuno degli scenari esplorati, la Visione 2050 li seleziona e li ricombina in modo intenzionale per definire una traiettoria desiderabile e coerente.

La sovrastante tabella esplicita quali caratteristiche sono state assunte come leva trasformativa, quali sono state parzialmente integrate e quali sono state consapevolmente escluse. Su questa base, prende forma una traiettoria volta a una trasformazione resiliente, equa e sistemica delle infrastrutture critiche italiane. La roadmap che segue non rappresenta una previsione né uno scenario tra gli altri, ma uno scenario ideale cui ispirarsi e da prendere come modello di riferimento per lo sviluppo.
Gli scenari e la visione al 2050 descrivonoun futuro possibile in cui l’adattamento infrastrutturale è la leva per la resilienza del Paese. L’adattamento infrastrutturale al cambiamento climatico non può più essere inteso come un sottoinsieme della politica ambientale, né come una competenza tecnica da delegare esclusivamente alla sola progettazione. Occorre riconoscerlo come uncampo strategico e trasversale, che richiede una governance coerente, una capacità anticipatoria distribuita e una riformulazione dei modelli di investimento pubblico. I prossimi anni rappresentano una finestra di opportunità limitata: il rischio non è solo subire eventi estremi più frequenti, ma anche entrare in una traiettoria di regressione sistemica da cui sarà difficile uscire, oppure, se le scelte saranno lungimiranti, avviare una spirale di crescita e rafforzamento della resilienza.
Per agire in modo efficace,le politiche devono dotarsi di un quadro nazionale abilitante che aggiorni gli strumenti normativi, gli indirizzi finanziari e i modelli decisionali. Serve una strategia nazionale di anticipazione e adattamento infrastrutturale, coerente con gli indirizzi europei e con il PNACC (quest’ultimo, anche grazie all’istituto dell’osservatorio), cheintegri dati climatici aggiornati,definisca livelli essenziali di resilienzaepromuova la coerenza tra i piani urbanistici, energetici, idrici e di trasporto. Questo richiede anche una revisione dei codici tecnici e degli standard di progettazione, oggi ancora fondati su dati climatici storici e scarsamente orientati a un futuro climatico in evoluzione.
Parallelamente, è necessariorafforzare le capacità territoriali, in particolare nei piccoli comuni e nelle aree interne. Le politiche di adattamento non possono prescindere dal riconoscimento della disuguaglianza infrastrutturale già esistente. Per ridurre questo divario, occorre creare meccanismi redistributivi chiari e anticipare dinamiche di sistema: non solo finanziamenti, ma anche assistenza tecnica, condivisione di strumenti digitali e percorsi formativi. I digital twin, le piattaforme climatiche, gli strumenti predittivi devono diventare accessibili e standardizzati, non riservati ai contesti più avanzati.
Una terza direzione riguarda lacostruzione di una governance multilivello: senza una regia nazionale stabile e senza il coinvolgimento effettivo degli enti locali, l’adattamento resterà disomogeneo e frammentario. Serve una regia che non sia solo centrale, ma capace di abilitare scelte locali coerenti con un quadro comune e a lungo termine. Le istituzioni dovrebbero investire in processi di co-progettazione, in piattaforme pubbliche per la trasparenza dei dati e in indicatori condivisi per valutare l’efficacia delle scelte e per la costruzione e l’analisi di scenari futuri.
Infine, va ripensatoil ciclo della spesa pubblica infrastrutturale in chiave climatica. Ogni investimento, anche al di fuori delle opere esplicitamente legate al rischio, dovrebbe essere valutato in termini di resilienza integrata, impatto climatico e valore adattivo. Questo implica ridefinire le metriche con cui si giudica l’efficienza e l’equità degli interventi, includendo la dimensione del lungo periodo e la capacità di prevenire effetti a catena.
In sintesi,la resilienza infrastrutturale deve diventare un criterio ordinatore delle politiche pubbliche, non un intervento emergenziale accessorio. L’Italia dispone di conoscenze, tecnologie e reti istituzionali per fare questo salto di scala. Ma serve una volontà politica esplicita, capace di coniugare visione, coerenza e giustizia territoriale. Solo così le infrastrutture diventeranno non solo barriere contro il rischio, ma anche motori di coesione e progresso.
