26 Ottobre 2021
Circular economy Sostenibilità

Bioeconomia: in Italia vale 345 miliardi e 2 milioni di occupati

Il Rapporto “La bioeconomia in Europa”, realizzato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, in collaborazione con Assobiotec e il Cluster SPRING, e dedicato all’analisi del sistema che utilizza le risorse biologiche, inclusi gli scarti, per la produzione di beni ed energia, mostra che l’Italia si pone al 3° posto in Europa, dopo Germania (414 miliardi) e Francia (359 miliardi). Alla filiera agro-alimentare è dedicato quest’anno il focus.

Nel corso dell’evento virtuale “L’Italia riparte dalla Bioeconomia circolare”, è stato presentato il 15 giugno 2020 il RapportoLa Bioeconomia in Europa”, giunto alla sua VI edizione e redatto dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, in collaborazione con Assobiotec- Federchimica e il Cluster Tecnologico Nazionale della Chimica Verde – SPRING, che stima il potenziale economico della bioeconomia nel nostro Paese, declinato sui settori di riferimento identificati dalla Commissione europea nella nuova Strategia (agricoltura, silvicoltura, pesca, alimentare, industria del legno e della carta, chimica verde).

La pandemia causata dal virus SARS-COV-2 ha reso ancora più evidente la necessità di ripensare il modello di sviluppo economico in una logica di maggiore attenzione alla sostenibilità e al rispetto ambientale. In questo contesto il ruolo della bioeconomia, ovvero il sistema che utilizza le risorse biologiche, inclusi gli scarti, per la produzione di beni ed energia, è molto rilevante: la sua natura fortemente connessa al territorio, la sua capacità di creare filiere multidisciplinari integrate nelle aree locali e di restituire, grazie a un approccio circolare, importanti nutrienti al terreno la pongono come uno dei pilastri del Green Deal europeo.

In questo scenario la quantificazione e l’analisi approfondita delle filiere della bioeconomia diventano elementi imprescindibili per scelte di politica economica mirate e consapevoli dei cambiamenti in atto. Nel Rapporto, la stima della produzione e dell’occupazione della bioeconomia in Italia è stata aggiornata al 2018, utilizzando la stessa metodologia originale della precedente edizione, sia per l’Italia che per i principali Paesi europei: Germania, Francia, Spagna, Regno Unito e per la prima volta anche Polonia.

Il quadro che emerge conferma che la bioeconomia rappresenta un mondo estremamente articolato e vario, caratterizzato da una forte interconnessione fra i settori che lo compongono e che ha un peso rilevante sull’economia sia in Italia sia negli altri paesi europei. Spicca, in particolare, il ruolo della filiera agroalimentare, a cui è dedicato il focus in questa edizione del Rapporto.

La bioeconomia costituisce un settore fondamentale per accelerare la crescita dell’economia italiana – ha affermato Stefania Trenti di Intesa Sanpaolo – In particolare, l’analisi della filiera agroalimentare mette in evidenza come il modello italiano, basato su realtà più piccole e ben radicate nei territori e nelle tradizioni locali, sia stato in grado di esprimere una forte attenzione all’innovazione coniugata ad una crescente sensibilità ambientale, elemento imprescindibile nel mondo post-pandemia. Il sistema finanziario continuerà a dare un significativo contributo in questa direzione: la bioeconomia è uno dei settori chiave della regolamentazione da poco introdotta dalla Commissione Europea per la Finanza Sostenibile, che contiene precise indicazioni sulla priorità di utilizzo dei polimeri biobased, sulla gestione efficiente delle risorse in campo agricolo, nel ciclo idrico e per le biomasse”.

Di seguito sono evidenziati gli aspetti chiave del Rapporto.
– In Italia la bioeconomia, intesa come sistema che utilizza le risorse biologiche, inclusi gli scarti, per la produzione di beni ed energia, occupa oltre due milioni di persone e genera un output pari a circa 345 miliardi di euro (dati 2018). L’Italia si posiziona al 3° posto in Europa, dopo Germania (414 miliardi) e Francia (359 miliardi). La bioeconomia è stimata in crescita di oltre 7 miliardi rispetto al 2017 (+2,2%), grazie in particolare al contributo della filiera agro-alimentare.

– La filiera agro-alimentare, cui è dedicata questa edizione del Rapporto, è uno dei pilastri della bioeconomia, generandone oltre la metà del valore della produzione e dell’occupazione. Il sistema agro-alimentare italiano si posiziona ai primi posti in Europa, con un peso sul totale europeo del 12% in termini di valore aggiunto e del 9% in termini di occupazione.

– La filiera agro-alimentare italiana è altamente integrata nel contesto europeo e ha visto crescere la proiezione sui mercati mondiali. Conserva al tempo stesso una forte base domestica, con quasi l’80% del valore aggiunto di derivazione nazionale, considerando non soltanto gli input prodotti internamente ma anche l’apporto degli altri settori. Sono italiane ben 6 regioni su 15 nel ranking del valore aggiunto europeo del settore agricolo.

– A fronte di un tessuto produttivo maggiormente frammentato, l’agrifood Made in Italy è caratterizzato da una specializzazione in prodotti ad elevato valore aggiunto e di alta qualità, come dimostrano il primato europeo delle certificazioni DOP/IGP e il 3° posto mondiale in termini di quota di mercato sui prodotti del food di alta gamma.

– L’Italia è tra i leader europei con quasi 2 milioni di ettari di terreni destinati alle coltivazioni biologiche. L’analisi dei bilanci di un campione di oltre 9.300 imprese dell’agro-alimentare italiano, evidenzia come le imprese con certificazioni biologiche abbiano registrato una crescita del fatturato del 46% tra il 2008 ed il 2018, quasi doppia rispetto al +25% delle imprese senza certificazioni.

– La sostenibilità della filiera agroalimentare è strettamente legata sia al modello produttivo e di consumo sia alla riduzione degli sprechi e alla valorizzazione degli scarti. I rifiuti organici prodotti dalla filiera a livello europeo sono pari a 87 milioni di tonnellate, pari a 171 kg pro-capite. Un potenziale di biomassa importante da cui si possono ricavare compost, bioenergia e biomateriali se opportunamente raccolti e gestiti.

– La produzione agricola, la trasformazione industriale, il trasporto e il consumo di cibo hanno impatti importanti sulle emissioni di gas serra e sui consumi idrici. L’Italia, tra i Paesi analizzati, evidenzia sia una incidenza inferiore del comparto sul totale delle emissioni (12% contro 15%) sia una minore intensità (1.144 grammi per euro rispetto a 2.253 registrati a livello europeo). Il settore agricolo è anche un grande utilizzatore di acqua sia a scopi irrigui sia zootecnici: il riuso della risorsa idrica può rappresentare un passaggio importante per mitigare lo stress idrico, ma attualmente risulta ancora molto limitato.

– È opportuno attuare pratiche di prevenzione e riduzione degli sprechi seguendo la Food Recovery Hierarchy: i prodotti alimentari che vengono sprecati lungo tutta la filiera rappresentano, infatti, emissioni di CO2 e consumi idrici inutili ed evitabili.

La logica circolare è un fattore cruciale per lo sviluppo della bioeconomia: l’Italia ha sviluppato buone pratiche ed esperienze innovative e in alcuni territori ha ottimizzato virtuosamente la raccolta differenziata, il riciclo e il riutilizzo di biocomponenti – ha affermato Laura Campanini di Intesa Sanpaolo, presentando il Rapporto – I rifiuti organici prodotti dalla filiera agroalimentare sono una fonte importante di biomassa e rappresentano una risorsa da valorizzare piuttosto che uno scarto da smaltire. La sostenibilità della filiera agroalimentare è strettamente legata sia al modello produttivo e di consumo sia alla riduzione degli sprechi e alla valorizzazione degli scarti. La dotazione di impianti e gli assetti normativi e regolamentari sono cruciali per garantire la chiusura del cerchio in modo sostenibile”.

Lo scorso maggio Assobiotec (Associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie) che fa parte di Federchimica, ha presentato in collaborazione con ENEA il Rapporto BioInItaly 2020” che ha evidenziato come le biotecnologie, applicate in particolare ad agricoltura e zootecnia, giochino un ruolo cruciale come principale fonte di innovazione per una bioeconomia fortemente legata alle aree locali, e ancor più nel contesto dell’attuale crisi che ha interrotto le filiere internazionali di approvvigionamento e che ha fatto risaltare il ruolo strategico della filiera corta e dell’economia circolare.

Il VI Rapporto sulla Bioeconomia conferma quanto questo meta-settore rappresenti una parte rilevante del PIL nazionale – ha sottolineato il Presidente di Assobiotec, Riccardo Palmisano intervenuto alla presentazione del Rapporto – Si tratta di un settore in cui le biotecnologie si sono ritagliate un ruolo di game changer e che oggi è imprescindibile nelle politiche di sviluppo sostenibile di diversi Paesi del mondo. Per l’Italia rappresenta oggi un potenziale pilastro su cui fondare la ripartenza, conciliando economia, occupazione, società e ambiente. Servono politiche e regole stabili e competitive che proiettino il paese in un nuovo modello di sviluppo in sintonia con il percorso di Green Deal europeo. La crisi da Covid-19 ci pone con urgenza il bisogno di rivedere il rapporto tra modi di produzione, gestione delle risorse e territorio ed il biotech potrà e dovrà svolgere un ruolo cruciale in questo processo di innovazione del Paese”.

Il Rapporto, tra l’atro, indica che è in crescita anche il mondo delle Start-up innovative della bioeconomia: sono state censite 941 start-up innovative, pari all’8,7% di quelle iscritte a fine febbraio 2020 al Registro Camerale (quota che sale al 17% per le iscritte dei primi due mesi del 2020), con oltre il 50% dei soggetti operativi nella R&S e nella consulenza.

Tra queste il Cluster SPRING (Sustainable Processes and Resources for Innovation and National Growth) che fa parte della cabina di regia nazionale sul tema della Bioeconomia,a cui aderiscono oltre 100 soggetti che rappresentano tutte quelle realtà che a diverso titolo operano nel campo della bioeconomia e che raffigurano l’intera filiera italiana della “chimica verde”.

Il momento che stiamo attraversando è particolarmente complesso e per una ripartenza reale ed efficace abbiamo il dovere di aumentare la nostra resilienza e di accelerare il processo verso la bioeconomia circolare – ha affermato Catia Bastioli, Presidente di SPRING e Amministratore delegato di Novamont – La sfida è soprattutto strategica e di creazione di connessioni tra piattaforme di innovazione esistenti, alimentando molteplicità di nuove iniziative. Il Green Deal è una imperdibile opportunità soprattutto se sapremo adattare gli obiettivi europei alle necessità dei nostri territori, con una strategia a lungo termine che sia in grado di produrre effetti anche nel breve termine”.

Articoli simili

Lascia un commento

* Utilizzando questo modulo accetti la memorizzazione e la gestione dei tuoi dati da questo sito web.