14 Agosto 2022
Agroalimentare Clima Scelti per voi Sostenibilità Territorio e paesaggio

La nuova PAC non è progettata per il futuro

Dura presa di posizione di un team di ricercatori europei sull’attuale proposta di Politica Agricola Comune post – 2020 che non sarebbe in grado, così come è stata adottata dalla Commissione UE nel 2018, di migliorare la protezione dell’ambiente e la sostenibilità, secondo gli impegni internazionali assunti dall’UE in termini di mitigazione del clima (Accordo di Parigi) e di conseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile (Agenda ONU al 2030).

Secondo un team di ricercatori europei, coordinati dal Centro Helmholtz per la Ricerca Ambientale (UFZ) di Lipsia, dal Centro germanico per la Ricerca Integrata sulla Biodiversità di Lipsia e dall’Università di Gottinga – Dipartimento di Economia Agricola e Sviluppo Rurale, la proposta di Politica Agricola Comune post-2020 quale adottata il 1° giugno 2018 dalla Commissione UE,  non migliorerà la protezione ambientale e la sostenibilità, nonostante l’UE abbia sottoscritto nuovi impegni internazionali, quali quelli relativi alla mitigazione dei cambiamenti climatici con l’Accordo di Parigi e al conseguimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda ONU al 2030.

L’analisi A greener path for the EU Common Agricultural Policy” pubblicata su Science il 2 agosto 2019 e basata su una revisione completa della letteratura di circa 450 pubblicazioni, ha concluso che la proposta della Commissione UE presenta un chiaro passo indietro rispetto a quella attuale.

I ricercatori hanno analizzato la proposta di PAC post-2020, affrontando questioni come la sua efficacia, efficienza e pertinenza e concentrandosi in particolare su 3 domande:
– la proposta di riforma è compatibile con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile?
– la proposta di riforma riflette il dibattito pubblico sull’agricoltura?
– la proposta di riforma offre un netto miglioramento rispetto all’attuale PAC?

Prendere sul serio la sostenibilità e gli OSS richiede una profonda riflessione sulla politica agricola, i suoi budget e strumenti, nonché lo sviluppo di buoni indicatori per misurarne il successo – ha affermato l’Ecologo Guy Pe’er, Catalizzatore post-dottorato al Centro Helmholtz per la Ricerca Ambientale (UFZ) di Lipsia e principale autore dello Studio –  Al di là delle parole, abbiamo trovato ben pochi riscontri“.

Le aree agricole coprono 174 milioni di ettari, ovvero il 40% dell’area dell’UE e con circa il 40% del bilancio totale, la PAC dell’UE è uno dei settori politici più importanti per l’attuazione degli impegni internazionali sottoscritti. Tuttavia, “la proposta fatta dalla Commissione europea per la PAC post-2020 non dimostra tale intenzione“.

L’intensificazione dell’uso dei suoli, principalmente da parte dell’agricoltura, è stata identificata dalla Piattaforma Intergovernativa sulla Biodiversità e i Servizi Ecosistemici (IPBES) nella sua prima Valutazione globale sulla Biodiversità (ndr: è stato diffuso finora il Summary per decisori politici, rilasciato il 6 maggio 2019, mentre in queste settimane, dal 29 luglio al 22 settembre 2019, si sta svolgendo la revisione esterna), come la prima causa di perdita di biodiversità, in grado di compromettere i servizi ecosistemici fondamentali per il benessere umano.

Secondo i ricercatori, la PAC ha le potenzialità per supportare almeno nove dei diciassette OSS, mentre con l’attuale proposta contribuirebbe al conseguimento soltanto di due.

I ricercatori criticano anche che l’UE vuole mantenere alcuni degli strumenti della PAC che si sono dimostrati inefficienti, dannosi per l’ambiente e socialmente ingiusti. Un esempio evidente di strumento inefficiente sono i pagamenti diretti nell’ambito del pilastro 1 (Organizzazione Comune dei Mercati) della PAC. Circa 40 miliardi di euro (circa il 70% del bilancio della PAC) sono versati agli agricoltori solo sulla base della superficie coltivata. Ciò determina una disparità nella distribuzione dei finanziamenti: l’1,8% dei destinatari ottiene il 32% di finanziamenti.

Questi pagamenti compensativi, introdotti nel 1992 come soluzione provvisoria – ha osservato l’Economista agricolo Sebastian Lakner dell’Università di Gottinga e co-autore dello Studio – mancano di una valida giustificazione scientifica”.

Secondo l’analisi dei ricercatori, i pagamenti diretti contribuiscono molto poco agli obiettivi ambientali o sociali. Tale critica non è nuova, tant’è che nel 2010 la stessa UE aveva cercato di introdurre un correttivo con l’emanazione dei nuovi Regolamenti della PAC (2014-2020) tramite il cosiddetto “inverdimento” (greening) che lega una quota dei pagamenti diretti ad alcune pratiche agricole ritenute positive per l’ambiente: la diversificazione delle colture per le aziende con più di 10 ettari di seminativi; il mantenimento dei prati permanenti; l’introduzione di aree di interesse ecologico per le aziende con più di 15 ettari di seminativi.

Tuttavia, affermano i ricercatori, il tentativo di “inverdimento” si è ben presto rivelato inefficace per le pressioni politiche esercitate durante il processo di riforma, che hanno di fatto annacquato le prescrizioni ambientali, annullando così l’originaria intenzione di favorire la biodiversità.

La stessa Corte dei Conti europea (ECA) nella relazione speciale di Dicembre 2017 aveva concluso che “L’inverdimento rimane, fondamentalmente, un regime di sostegno al reddito. Così come è attualmente applicato, è improbabile che possa migliorare in maniera significativa la performance della PAC in materia di ambiente e di clima”.

Ciò nonostante la Commissione UE propone di mantenere e persino espandere i pagamenti diretti, elaborando una cosiddetta “architettura verde” quale risposta alle diffuse critiche, includendo nel primo Pilastro la diffusione di buoni criteri agricoli ambientali e nuove misure volontarie, denominati “eco-schemi” che dovrebbero incrementare le azioni nazionali in materia di ambiente e di mitigazione del clima sulla base delle esigenze e delle circostanze locali. Per la Commissione UE il 40% delle misure previste dalla nuova PAC sarebbero “rispettose del clima”, ma secondo i ricercatori questo calcolo è assai discutibile, e mentre le emissioni di gas a effetto serra nell’agricoltura stanno aumentando anziché diminuire, la Commissione UE non offrirebbe strumenti specifici adeguati per affrontare i cambiamenti climatici.

Inoltre, il secondo Pilastro della PAC (“Programma di sviluppo rurale“), sarebbe in grado di offrire strumenti migliori per affrontare la protezione della biodiversità e i cambiamenti climatici, ma la Commissione UE propone di tagliare del 28% misure ed azioni nei prossimi (attualmente solo un decimo del primo Pilastro).

In tal modo, secondo i ricercatori, si metterebbe a rischio sia la salvaguardia dell’ambiente che le comunità rurali. La ragione principale di tali carenze ambientali risiede in un processo di riforma sbilanciato che consente a potenti organizzazioni di lobby di vasta portata di influenzare la riforma e promuovere i propri interessi, escludendo importanti attori della scienza e della società.

Chiaramente l’UE non ha alcuna volontà di soddisfare la domanda pubblica di agricoltura sostenibile e di attuare gli obiettivi ambientali e di sviluppo globali che ha pur sottoscritto – ha sottolineato Pe’er – Gli interessi delle lobby predominano sia sulle prove che sugli interessi pubblici“. 

Anche la Corte dei Conti dell’UE (ECA) nell’analisiInformativa sulla sostenibilità: un bilancio delle istituzioni e delle agenzie dell’Unione europea”, pubblicata lo scorso giugno, ha lamentato che nonostante gli impegni assunti dall’UE a favore della sostenibilità e degli obiettivi di sviluppo sostenibile, la Commissione UE non attua alcun monitoraggio né pubblica relazioni sul contributo fornito dalle politiche e dal bilancio dell’UE alla loro attuazione.

Secondo un’indagine condotta da Eurobarometro nel maggio 2018 e pubblicata in settembre, il 92% dei cittadini e il 64% degli agricoltori dichiarano che la PAC dovrebbe migliorare le proprie prestazioni in termini di protezione dell’ambiente e del clima.

Per avere un miglioramento della PAC, secondo i ricercatori, devono cessare i pagamenti diretti ed essere rafforzate le misure del secondo Pilastro che si sono dimostrate benefiche per la biodiversità e la sostenibilità, e il neoeletto Parlamento europeo ha l’opportunità di rimodellare il processo di riforma al fine di soddisfare la volontà pubblica e gli impegni dell’UE in materia di obblighi internazionali, fin dal prossimo autunno quando inizierà la fase finale dei negoziati sulla PAC con la Commissione UE e il Consiglio europeo.

Esistono prove scientifiche sufficienti su ciò che funziona e quel che non corrisponde alle esigenze – ha concluso Pe’er – soprattutto per quanto riguarda l’ambiente”.
Dovrebbe essere nell’interesse principale della Commissione UE – gli ha fatto eco Lakner – utilizzare i soldi dei contribuenti in modo più efficiente per sostenere obiettivi sociali come il mantenimento della biodiversità o l’agricoltura sostenibile”.

I ricercatori ritengono che un autentico processo di riforma, capace di coinvolgere tutte le parti interessate e prendere sul serio le risultanze scientifiche, possa aiutare a ricostruire il sostegno pubblico e l’accettazione della PAC.

Anche i Governi nazionali potrebbero sostenere l’agricoltura biologica, mentre, come abbiamo constatato con la pubblicazione da parte del MATTM lo scorso luglio della seconda edizione del “Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e dei sussidi ambientalmente favorevoli”, di fatto in Italia l’agricoltura convenzionale riceveun notevole sostegno finanziario, attraverso agevolazioni fiscali e sussidi diretti per prodotti fitosanitari e fertilizzanti chimici riceve un notevole sostegno finanziario, mentre viceversa a quella biologica vengono riservate le briciole.

Tant’è che nei nostri campi, come testimoniato anche dal Rapporto Cambia la Terra” di FederBio, Legambiente, WWF, LIPU e ISDE, all’agricoltura biologica, pur rappresentando il 14,5% della superficie agricola utilizzata, va solo il 2,3% delle risorse europee e il 2,9% di co-finanziamento italiano.

Per la Coalizione di Associazioni CambiamoAgricoltura” “è arrivato il momento che l’agricoltura inizi a fare la sua parte nella lotta ai cambiamenti climatici. Gli eventi metereologici estremi delle ultime settimane ci ricordano che il contrasto ai cambiamenti climatici è il modo più efficace e concreto di tutelare i redditi degli agricoltori”.

La Coalizione sottolinea come l’agricoltura potrebbe e dovrebbe essere perfino un assorbitore netto di gas serra, se si attuassero le giuste politiche e si modificasse il modello attuale, come peraltro ha indicato il Rapporto dello IEEP, mostrando che l’obiettivo di un’agricoltura europea a zero emissioni al 2050 è fattibile, evidenziando le azioni e le politiche necessarie per raggiungerlo.

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