27 Maggio 2022
Aree protette e parchi Biodiversità e conservazione

Conservazione della natura: il Rapporto McKinsey quantifica i vantaggi

La Società di consulenza leader a livello globale ha messo a punto una metodologia per quantificare i benefici che deriverebbero dall’aumento delle aree per la conservazione della natura. Investendo da 20 a 45 miliardi di dollari aggiuntivi all’anno nel capitale naturale, ne deriverebbero ritorni economici 3 volte tanto, oltre ai benefici climatici, all’aumento dei posti di lavoro e alla riduzione dei rischi di zoonosi.

In questi giorni la Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Biodiversità (CBD-COP15), prevista in Cina (Kunming, 15-28 ottobre 2020), avrebbe dovuto concludere i suoi lavori per la definizione del nuovo Piano decennale 2021-2030 post-2020 per la salvaguardia della vita degli animali e delle piante che, secondo la proposta formulata dai relativi Gruppi di Lavoro ad inizio anno, avrebbe comportato la salvaguardia entro il 2030 il 30% del Pianeta ( il cosiddetto obiettivo 30 × 30).

Come purtroppo sappiamo, a causa della pandemia di Covid-19 anche questo atteso evento, come accaduto per la Conferenza delle Parti della Convenzione ONU sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC-COP26), è stato rinviato al prossimo anno (17 al 30 maggio 2021).

Il 2020 doveva essere il cosiddetto “Super anno della biodiversità”, perché dopo la Conferenza delle Parti della Convenzione ONU sulle Specie Migratorie di fauna selvatica (CMS-COP13), in India (Gandhinagar, 15-22 febbraio 2020), si sarebbe proseguito con la Conferenza ONU sugli Oceani (UNOC) in Portogallo (Lisbona, 2-6 giugno 2020), che doveva discutere della proposta di salvaguardare il 30% anche delle acque marine, e che è stata viceversa annullata. Il primo Vertice ONU sulla Biodiversità (New York, 30 settembre 2020) si è tenuto, ma in modalità virtuale, e per l’occasione è stato diffuso il “Global Biodiversity Outlook 5” (GBO-5) che doveva essere diffuso a margine delle riunioni degli organi sussidiari della CBD in vista della Conferenza cinese. Dal Rapporto, che riassume i dati più recenti sullo stato e le tendenze dei progressi verso i 20 Aichi Biodiversity Targets, concordati alla Conferenza di Nagoya (2010) con l’orizzonte al 2020, emerge che solo sei obiettivi sono stati parzialmente raggiunti entro la scadenza prevista.

Proprio in vista del Vertice ONU sulla Biodiversità, la  McKinsey & Company, la Società leader a livello globale di consulenza manageriale e di strategia, che focalizza la sua attività per risolvere problemi di grandi aziende ed organizzazioni, ha pubblicato il Rapporto “Valuing Nature Conservation: A Methodology for Quantifying the Benefits of Protecting the Planet’s Natural Capital“, che valuta dove la salvaguardia del capitale naturale potrebbe avere il maggiore impatto su clima, economia e salute umana.

Prendendo atto della richiesta per la conservazione permanente di almeno il 30% della superficie del Pianeta entro il 2030, il rapporto identifica la necessità di una “rigorosa analisi basata sui dati” per consentire ai responsabili delle decisioni di progettare sforzi di conservazione che catturino anche i benefici e gestiscano i rischi, nonché per fare compromessi informati. Nel tentativo di contribuire a tali sforzi, il rapporto fornisce una metodologia per valutare l’intero spettro di co-benefici dalla conservazione della natura.

Gli autori del Rapporto hanno utilizzato “analisi geospaziali avanzate per creare e valutare scenari alternativi di conservazione della natura ed esplorare i compromessi“, suddividendo le superfici del Pianeta in “pixel” (aree terrestri di 5 chilometri per 5 chilometri e aree marine di 30 chilometri per 30 chilometri), raggiungendo un totale di circa 6 milioni di pixel.

Hanno quindi sovrapposto la risultante “mappa globale con migliaia di strati di dati spaziali” che coprivano variabili come biodiversità, stock di carbonio e impronta umana “per stabilire una linea di base per la conservazione della natura e definire sei scenari alternativi per massimizzare il valore della conservazione estesa”.

Gli autori hanno poi valutato l’impatto della conservazione estesa sui cambiamenti climatici, i posti di lavoro, il prodotto interno lordo (PIL), il rischio di malattie zoonotiche e la biodiversità, calcolando i costi operativi aggiuntivi della conservazione.

Dal Rapporto emerge che, a seconda dello scenario di conservazione, raddoppiare la quantità aree e acque nazionali protette potrebbe richiedere da 20 a 45 miliardi di dollari aggiuntivi all’anno. In più della metà delle aree di conservazione identificate, “i vantaggi economici dell’ecoturismo e della pesca sostenibile da soli potrebbero superare questi costi di almeno tre volte“. 

Allo stesso tempo, i vantaggi del raddoppio della terre e acque protette includerebbe:
la riduzione annuale del biossido di carbonio atmosferico (CO2) da 0,9 gigatonnellate a 2,6 gigatonnellate;
– la creazione da 400.000 a 650.000 posti di lavoro nei settori della gestione della conservazione, oltre a generare o salvaguardare da 300 a 500 miliardi di dollari di PIL e 30 milioni di posti di lavoro nell’ecoturismo e nella pesca sostenibile
– la riduzione del rischio di nuove malattie zoonotiche.
Gli autori sottolineano che questi risultati sottostimano il valore della conservazione della natura, poiché il rapporto non è stato in grado di quantificare i benefici in dettaglio su scala globale.

Il capitale naturale, inteso come lo stock mondiale di beni naturali, fornisce un’ampia gamma di servizi ecosistemici con vantaggi diretti per l’umanità (Fonte: Mc Kinsey & Company)

Riconoscendo che l’espansione della conservazione del capitale naturale a livello locale e globale richiede le azioni di più parti interessate, gli autori osservano che:
– le organizzazioni del settore privato trarrebbero vantaggio dalla consapevolezza dei crescenti rischi per le catene di approvvigionamento e le attività operative derivanti dalla perdita di capitale naturale, il che potrebbe anche aiutarle a identificare gli investimenti nella conservazione della natura per affrontare questi rischi;
– i governi nazionali potrebbero utilizzare la metodologia per comprendere meglio i motivi per investire nella conservazione della natura;
– le organizzazioni intergovernative potrebbero utilizzare l’analisi per identificare gli obiettivi di conservazione, sostenere i Governi nazionali nel prendere decisioni di investimento nella conservazione e promuovere il dialogo internazionale;
– i professionisti della conservazione e i donatori potrebbero utilizzare l’approccio geospaziale per identificare le aree in cui investire e costruire alleanze con il coinvolgimento delle parti interessate,  per aumentare il numero di progetti di conservazione in tutto il mondo, garantendo la loro attuazione efficace ed efficiente.

Anche il World Economic Forum (WEF), in vista della Conferenza sulla biodiversità di Kunming, aveva pubblicato lo scorso gennaio il Rapporto Nature Risks Rising: Why the Crisis Engulfing Nature Matters for Business and the Economy”, realizzato in collaborazione con PricewaterhouseCoopers (PwC), che metteva in guardia le imprese sulle loro significative “dipendenze nascoste” dalla natura nella loro catena di approvvigionamento che potrebbe essere molto più a rischio di interrompersi di quanto previsto.

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