2 Dicembre 2021
Agroalimentare Cambiamenti climatici Territorio e paesaggio

Agricoltura italiana: secondo il WWF “siamo alla frutta”

Presentato in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, il Rapporto del WWF “2021 Effetto clima – L’anno nero dell’agricoltura italiana” sottolinea che l’anno in corso con circa 1.500 eventi estremi, e un aumento del 65% di nubifragi, alluvioni, trombe d’aria, grandinate e ondate di calore rispetto agli anni precedenti, ha rappresentato un anno nero per le produzioni agricole del nostro Parse, in particolare per frutta e verdura, con conseguenti aumenti dei prezzi schizzati alle stelle.

Gli eventi estremi causati dai cambiamenti climatici hanno effetti devastanti sulla produzione agricola e sui conseguenti prezzi dei prodotti. In particolare, sono schizzati alle stelle i prezzi di frutta e verdura, alla base delle diete sostenibili schizzati alle stelle. Cali notevoli nella produzione di olio che in qualche regione è sceso dell’80%, di vino (-9%), di miele (Toscana ed Emilia-Romagna -95%). Complessivamente gli eventi climatici estremi sono costati al comparto agricolo negli ultimi 10 anni circa 14 miliardi di euro.

È il quadro allarmante tracciato dal Rapporto2021 Effetto clima – L’anno nero dell’agricoltura italiana” che il WWF ha pubblicato in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione.

IL WWF, nel ricordare che nell’ambito del Decennio ONU 2016-2025 il 2021 viene celebrato come Anno Internazionale della Frutta e della Verdura , fa notare che “Tristemente questa ricorrenza coincide con quello che viene definito da molti  l’anno nero dell’ortofrutta italiana”.

La crisi climatica, con i suoi molteplici effetti, sta minacciando la capacità produttiva dei sistemi agricoli a livello globale, compromettendo la loro capacità di nutrire adeguatamente l’umanità – ha dichiarato Eva Alessi, Responsabile Sostenibilità del WWF Italia– È necessario affrontare questo cambiamento in maniera coerente e coordinata. I nostri comportamenti a tavola e fuori sono determinanti, non possiamo più ignorare il nostro ruolo all’interno del sistema globale”.

Con circa 1.500 eventi estremi, il 2021 fa registrare in Italia un aumento del 65% di nubifragi, alluvioni, trombe d’aria, grandinate e ondate di calore rispetto agli anni precedenti.

Il Rapporto sottolinea come la regione mediterranea sia considerata uno degli “hot spot” dei cambiamenti climatici, con un riscaldamento che supera del 20% l’incremento medio globale e una riduzione delle precipitazioni in contrasto con l’aumento generale del ciclo idrologico nelle zone temperate. Il nostro Paese, per la sua posizione geografica, l’estensione longitudinale, le caratteristiche orografiche e idrografiche, la grande eterogeneità climatica, lo stato diffuso di inquinamento postindustriale, uniti alla vulnerabilità idrogeologica e sismica, è particolarmente a rischio.

L’Italia ha appena attraversato il decennio più caldo della sua storia. Si assiste a un incremento di oltre 1,1 °C della temperatura media annua nel periodo 1981-2010 rispetto al trentennio 1971-2000. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da incrementi di temperatura piuttosto elevati. Il 2019 è stato, ad esempio, il terzo anno più caldo dall’inizio delle osservazioni (+1,56°C rispetto al trentennio 1961-1990), dopo i record già registrati nel 2018 e nel 2015.

Se le produzioni agricole hanno subìto notevoli cali, anche le filiere alimentari della trasformazione sono state messe in crisi: il caldo torrido di questa estate ha accelerato la maturazione del pomodoro, superando la capacità logistica per raccoglierlo, trasportarlo e lavorarlo: il 20% del raccolto è andato così perduto.

Il caos climatico compromette le produzioni agricole, al contempo la produzione, distribuzione e consumo di cibo lavorano come cause dirette dei cambiamenti climatici: basti pensare che il sistema alimentare contribuisce per circa il 37% alle emissioni di gas serra, di cui ben un terzo è legato agli sprechi alimentari, fenomeno in costante crescita.

Dal 1960, il consumo di calorie pro capite è aumentato di circa un terzo, il consumo di carne è raddoppiato. Cambiamenti nelle diete hanno portato 2 miliardi di adulti ad essere obesi, mentre 821 milioni di persone sono ancora denutrite. L’uso di fertilizzanti chimici è aumentato di nove volte e le aree naturali convertite corrispondono a circa la superficie di tutta l’Europa continentale (esclusa la Russia europea) con un consumo idrico per l’irrigazione pari al 70% del consumo umano totale di acqua dolce.

Fino al 1992 nessuna politica ha limitato lo sviluppo di tecniche colturali basate sulla intensificazione degli input esterni, in particolare concimi e fitofarmaci, o ha influenzando l’apporto di carbonio al suolo. L’approvazione del regolamento sull’agricoltura biologica (2092/91), la Direttiva nitrati (91/676) e l’inserimento delle misure agro ambientali (2078/92) hanno rappresentato alcune delle prime strategie in Europa atte a ridurre la pressione dei sistemi agricoli sull’ambiente.

La vera svolta dovrebbe verificarsi con l’implementazione delle Strategie “Farm to Fork ” e “Biodiversità 2030”, presentate dalla Commissione UE l’anno, che fissano obiettivi misurabili per la riduzione degli input chimici di sintesi entro il 2030 (riduzione del 50% dell’uso dei pesticidi e del 20% dei fertilizzanti chimici) e per l’incremento della superficie agricola utilizzata certificata in agricoltura biologica (25% della SAU in biologico a livello UE).

Purtroppo gli obiettivi di queste due Strategie UE sono sotto attacco e la recente riforma della PAC post 2022 non li ha recepiti, rendendoli vincolanti per gli Stati membri – sottolinea il Rapporto –  A questo punto la redazione del Piano Strategico Nazionale (PSN) della PAC post 2022 rappresenta l’ultima opportunità per perseguire con le risorse comunitarie gli obiettivi per agire sul cambiamento climatico”.

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