29 Novembre 2022
Cambiamenti climatici Cibo e alimentazione

Crisi climatica: sta alimentando la fame in un mondo già affamato

Un rapporto lanciato da Oxfam International in occasione della UNGA77 e della COP27 rileva che la crisi climatica sta aggravando la fame in 10 dei peggiori hotspot climatici del mondo ripetutamente colpiti da condizioni meteorologiche estreme negli ultimi due decenni, senza responsabilità di quanto accade, mentre i paesi più inquinanti continuano ad accumulare ricchezze straordinarie con i profitti dell’industria del petrolio e del gas.

In soli 6 anni il numero di persone colpite dalla fame è più che raddoppiato nei 10 Paesi che hanno registrato il maggior numero di eventi climatici estremi: erano 21 milioni nel 2016, oggi sono 48 milioni, 18 milioni dei quali rischiano di morire di fame.

È quanto riporta il nuovo RapportoHunger in a Heating World. How the climate crisis is fuelling in a already hungry world” che Oxfam International, Confederazione di organizzazioni no-profit che si dedica alla riduzione della povertà globale attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo, ha lanciato in occasione dell’apertura della 77esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA77,16-26 settembre 2022) e in vista della 27esima Conferenza delle Parti della Convenzione sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC-COP27, Sharm-el-Sheikh, 7-18 novembre 2022).

Siccità, desertificazione, cicloni e alluvioni sempre più frequenti stanno mettendo a rischio milioni di vite nei contesti più vulnerabili del Pianeta: Afghanistan, Burkina Faso, Gibuti, Guatemala, Haiti, Kenya, Madagascar, Niger, Somalia e Zimbabwe. Questi Stati sono stati ripetutamente colpiti da condizioni meteorologiche estreme negli ultimi due decenni, pagando il prezzo più alto dei cambiamenti climatici dei quali sono poco responsabili, rilasciando in atmosfera tutti assieme lo 0,13% delle emissioni globali di CO2, mentre i Paesi del G20 ne producono il 76,60 e quelli del G7 impattano da soli per quasi la metà delle emissioni globali a fronte di una capacità di risposta e adattamento nemmeno lontanamente paragonabile a quella di questi 10 Paesi.

Gli effetti più drammatici della crisi climatica si riscontrano in questo momento nei seguenti stati:
Somalia, al 172° posto su 182 paesi per la capacità di risposta alla crisi climatica, con la peggiore siccità mai registrata, una carestia già in corso nei distretti di Baidoa e Burhakaba e 1 milione di persone costrette a lasciare le proprie case per sopravvivere;
Kenya, dove la siccità ha ucciso quasi 2,5 milioni di capi di bestiame e lasciato 2,4 milioni di persone senza cibo, tra cui centinaia di migliaia di bambini;
Niger, con 2,6 milioni di persone che soffrono di fame acuta (+767% rispetto al 2016), mentre la produzione di cereali è crollata di quasi il 40% per l’impatto di alluvioni, siccità e del conflitto che attraversa il Paese;
Burkina Faso, dove i livelli di fame sono cresciuti del 1350% dal 2016, con oltre 3,4 milioni di persone senza cibo a causa del conflitto in corso nel paese e del processo di desertificazione che sta bruciando campi e pascoli;

Guatemala, dove una gravissima siccità ha contribuito alla perdita di quasi l’80% del raccolto di mais e devastato le piantagioni di caffè.

La crisi climatica non è più un’emergenza pronta ad esplodere, ma una realtà di portata epocale che si sta consumando sotto i nostri occhi – ha commentato Francesco Petrelli, Policy advisor per la sicurezza alimentare di Oxfam Italia – Il numero di eventi climatici sempre più estremi e imprevedibili è cresciuto di ben 5 volte nell’ultimo mezzo secolo. Per milioni di persone già colpite dagli effetti della guerra in Ucraina e dalle crescenti disuguaglianze, è impossibile fronteggiare i disastri climatici. Basti pensare che tra il 2010 e il 2019 i danni materiali diretti e indiretti dovuti al clima sono stati in media di 3,43 milioni di dollari al giorno. Siamo di fronte ad una tempesta perfetta che produce una crescita esponenziale della fame globale, per la quale devono essere adottate misure urgenti, radicali e non più rinviabili. Di questo passo tra il 2030 e il 2050 fino a 720 milioni di persone, ovvero 1 abitante su 11 del pianeta, rischia di ritrovarsi in condizioni di povertà estrema a causa della crisi climatica”.

Nel frattempo, mentre l’umanità affronta questa crisi esistenziale, i paesi più inquinanti continuano a fare ricchezza straordinaria: l’industria del petrolio e del gas ha accumulato 2,8 miliardi di dollari al giorno di profitti per ciascuno degli ultimi 50 anni. Meno di 18 giorni di quei profitti coprirebbero l’intero appello umanitario delle Nazioni Unite da 48,82 miliardi di dollari per il 2022.

Oxfam chiede alle nazioni ricche e inquinanti una immediata iniezione di fondi salvavita per soddisfare l’appello delle Nazioni Unite. Per fermare la prossima crisi climatica, devono anche ridurre drasticamente le proprie emissioni, garantire adeguati finanziamenti per il clima per aiutare le persone povere ad adattarsi e soprattutto compensare i paesi a basso reddito colpiti dalla crisi climatica.

Il rapporto ricorda che l’Africa produce il 2% delle emissioni, ma entro il 2030 118 milioni di persone saranno colpite dalla crisi climatica. Una catastrofe destinata a peggiorare se le temperature medie globali supereranno i 2 °C di aumento (rispetto al periodo pre-industriale), con le produzioni di cereali come miglio e sorgo che potrebbero calare fino al 25% in Paesi con Kenya e Burkina Faso.

La fame, alimentata dai cambiamenti climatici, è la riprova delle profonde disuguaglianze che attraversano il pianeta – ha affermato Petrelli – I Paesi che hanno minori responsabilità per la crisi climatica e quasi nessuno strumento per affrontarla, ne pagano il prezzo più alto. Nell’indice globale che misura quanto i diversi paesi siano in grado di adattarsi al cambiamento climatico, quelli più colpiti sono agli ultimi posti. Paradossalmente, i leader delle nazioni più ricche, come quelle del G20 – che controllano l’80% dell’economia mondiale – continuano a difendere gli interessi delle aziende più ricche e inquinanti, spesso tra i primi sostenitori delle loro campagne politiche ed elettorali. Si stima che le aziende che producono energia dai combustibili fossili abbiano realizzato in media 2,8 miliardi di dollari al giorno di profitti negli ultimi 50 anni. È evidente quindi quanto sia urgente un cambio di paradigma per far fronte a questa immane crisi”.

Oxfam ha rivolto un appello ai leader mondiali che parteciperanno all’Assemblea generale ONU e alla COP27 affinché mantengano le promesse fatte più volte sul taglio delle emissioni e sui finanziamenti per l’adattamento alla crisi climatica dei paesi più poveri e più colpiti. 

“Farlo è un dovere etico, non è carità. È un’assunzione di responsabilità che riguarda il nostro comune futuro -ha concluso Petrelli – È poi evidente, che non possiamo risolvere la crisi climatica senza correggere le disuguaglianze presenti nel sistema alimentare e in quello energetico. La strada da seguire è far pagare chi inquina di più: un’addizionale di appena l’1% sui profitti annui delle multinazionali che producono energia da combustibili fossili porterebbe circa 10 miliardi di dollari di entrate per gli stati, sufficienti a colmare gli ammanchi finanziari per far fronte all’aumento della fame globale”.

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