14 Agosto 2022
Cambiamenti climatici Economia e finanza Società

Rating giù con le temperature in su: costi in aumento del debito sovrano

Un Rapporto che ha incluso per la prima volta gli scenari climatici previsti nei prossimi decenni negli indicatori finanziari che vengono utilizzati per i rating del debito sovrano, ha rilevato che senza riduzione delle emissioni fin dal prossimo decennio 63 Paesi subiranno un declassamento della loro affidabilità, con previsioni molto più allarmistiche sullo scenario con RCP8.5 dell’IPCC.

I cambiamenti climatici aumenteranno il costo del debito sovrano e societario in tutto il mondo e oltre 60 Paesi avranno un declassamento di rating entro i prossimi 10 anni, se non verranno intraprese adeguate azioni di riduzione delle emissioni.

È questa la lapidaria conclusione di una nuova analisi condotta da un team di economisti guidato dalle Università britanniche di Cambridge e East Anglia (UEA), che ha utilizzato l’intelligenza artificiale per simulare gli effetti economici dei cambiamenti climatici sulle valutazioni Standard and Poor’s (S&P) per 108 Paesi nei prossimi 10, 30 e 50 anni ed entro la fine del secolo.

Il Rapporto, “Rising Temperatures, Falling Ratings: The Effect of Climate Change on Sovereign Creditworthiness”, pubblicato il 18 marzo 2021, è il primo rating di debito sovrano, ovvero la valutazione dell’affidabilità creditizia delle nazioni, un indicatore chiave per gli investitori, che include direttamente la scienza del clima negli indicatori finanziari. Attualmente il debito sovrano ammonta ad oltre 66 trilioni di dollari, su cui i rating, e le agenzie che li assegnano, svolgono un’azione di sorveglianza.  

Le Agenzie di rating hanno subìto un colpo di reputazione per non aver anticipato la crisi finanziaria del 2008 – ha affermato Patrycja Klusak, della Norwich Business School dell’UEA e ricercatrice affiliata al Bennett Institute for Public Policy di Cambridge, autrice principale del Rapporto – Ora è un imperativo che siano proattive nel riflettere sulle conseguenze molto più grandi dei cambiamenti climatici“.

Secondo i ricercatori, l’attuale groviglio di indicatori di finanza verde come i rating ESG(Environmental, Social and Governance) e le attività di rendicontazione ad hoc delle imprese non si basano sulla scienza, e lo Studio dimostrerebbe che questa è una grave lacuna.  

Colmare il divario tra la scienza del clima e gli indicatori finanziari. Le caselle blu (riga superiore) rappresentano lo status quo nella scienza del clima, nell’economia del clima e nei rating del debito sovrano. I modelli economici traducono le proiezioni scientifiche delle variazioni di temperatura e precipitazioni in impatti macroeconomici (riquadro bianco). I riquadri verdi e le frecce descrivono l’approccio utilizzato per colmare il divario rimanente tra l’economia del clima e le valutazioni. 

Il mercato dei rating ESG dovrebbe superare il miliardo di dollari quest’anno, ma è gravemente privo di basi scientifiche sul clima – ha affermato Matthew Agarwala, del Center for Social and Economic Research on the Global Environment (CSERGE) e della School of Environmental Sciences presso l’UEA e il Bennett Institute for Public Policy di Cambridge, e co-autore del Rapporto – Poiché i cambiamenti climatici colpiscono le economie nazionali, i debiti diventeranno più difficili e più costosi da mantenere. I mercati hanno bisogno di informazioni credibili e accettabili su come i cambiamenti climatici si traducano in rischi al capitale. Collegando la scienza del clima di base con gli indicatori già inseriti nel sistema finanziario, dimostriamo che il rischio climatico può essere valutato senza compromettere la credibilità scientifica, la validità economica o la prontezza decisionale”. 

Il team di ricerca afferma di aver assunto come “principio generale” di rimanere il più possibile aderenti sia alla scienza del clima che alle pratiche finanziarie del “mondo reale”.  

I modelli di intelligenza artificiale per prevedere l’affidabilità creditizia sono stati desunti dai rating di S&P dal 2015 al 2020, combinati poi con i modelli economici del clima e le valutazioni del rischio di catastrofi naturali di S&P, al fine di ottenere rating di credito “intelligenti per il clima”, secondo i vari scenari di riscaldamento globale conseguenti alle emissioni rilasciate (RPC- Representative Concentration Pathways) previsti dall’ultima valutazione (AR5) dell’IPCC. 

Il team ha scoperto che se non si fa nulla per frenare i gas serra, 63 nazioni potrebbero essere declassate mediamente di oltre una graduazione (notch) già entro il 2030. Germania, India, Svezia e Paesi Bassi scenderebbero tutti di tre notch, con Stati Uniti e Canada in calo di due e Regno Unito di uno.  

Senza una seria riduzione delle emissioni, tuttavia, 80 nazioni sovrane dovrebbero affrontare un downgrade medio di 2,48 notch entro la fine del secolo, con India e Canada, tra gli altri, in calo di oltre 5 graduazioni e la Cina addirittura di otto

Cambiamenti dei rating sovrani indotti dal clima globale (2100, RCP 8.5). La cartina mostra l’ampiezza e la distribuzione geografica delle modifiche ai rating sovrani previste dal modello utilizzato modello entro il 2100 con RCP 8.5, mostrando che le nazioni più colpite includono Cile, Cina, Slovacchia, Malesia, Messico, India, Perù e Canada, tutte con downgrade superiori a 5 graduazioni (notch). Praticamente tutti i paesi, ricchi o poveri, caldi o freddi, subiranno declassamenti se si mantiene l’attuale traiettoria delle emissioni di carbonio.

Solo i pagamenti di interessi aggiuntivi sul debito sovrano causati dai tali declassamenti indotti dal clima entro il 2030 – un semplice assaggio delle conseguenze economiche delle emissioni non bloccate nei prossimi otto decenni – potrebbero costare al Tesoro tra 137 e 205 miliardi di dollari.

I ricercatori definiscono le loro proiezioni “estremamente prudenti”, in quanto le cifre seguono solo un aumento diretto della temperatura. Quando i loro modelli incorporano la variabilità del clima nel tempo – gli eventi meteorologici estremi del tipo di quelli cui stiamo assistendo – i declassamenti e i relativi costi aumentano notevolmente.   

La ricerca suggerisce, inoltre, che ci saranno effetti climatici a lungo termine per il debito sovrano anche se l’Accordo di Parigi dovesse essere rispettato e si raggiungesse il net zero emissions, con un declassamento medio sovrano di 0,65 notch e aumenti nei pagamenti annuali di interessi fino a 33 miliardi di dollari a livello globale entro il 2100. 

Il team ha anche calcolato gli effetti a catena che questi declassamenti sovrani avrebbero per i rating delle imprese e il debito in 28 nazioni, scoprendo che le aziende vedrebbero costi aggiuntivi fino a 12 miliardi di dollari a livello globale entro il 2100 se l’Accordo di Parigi venisse rispettato e fino a 62 miliardi di dollari senza azioni per ridurre le emissioni.

L’intelligenza artificiale ha il potenziale per rivoluzionare il modo con cui eseguiamo la valutazione del rischio climatico e le valutazioni ESG – ha affermato Matt Burke, ricercatore presso la Norwich Business School dell’UEA e co-autore del Rapporto – ma dobbiamo assicurarci che le evidenze di base siano inserite“.

Mentre si prevede che le nazioni in via di sviluppo con punteggi di credito inferiori saranno più duramente colpite dagli effetti fisici dei cambiamenti climatici, secondo lo studio le nazioni che si classificano con le triple AAA dovrebbero affrontare declassamenti più gravi. 

Il messaggio chiave che si desume dal Rapporto è che è possibile “finanziare l’azione climatica”, senza compromettere la credibilità scientifica, il rigore economico o la prontezza decisionale. La scienza e l’economia del clima possono supportare gli indicatori di finanza verde credibili e pronti per assumere decisioni. La ricerca interessa allo stesso modo investitori, stati sovrani e agenzie di rating del credito. I Governi emettono obbligazioni a scadenza sempre più lunga, di cui le compagnie di assicurazione sulla vita e i fondi pensione sono ansiosi acquirenti, consentendo loro di far fronte alle proprie passività a lungo termine. Pertanto, gli investitori dovrebbero considerare l’affidabilità creditizia a lungo termine delle emissioni sovrane. 

Attualmente non esiste un parametro affidabile per valutare nel merito il credito sovrano oltre il decennio in corso e questa ricerca colma questa lacuna – sottolineano gli autori – I dati sull’adattamento e la resilienza saranno sempre più importanti. Gli istituti nazionali di statistica potrebbero svolgere un ruolo decisivo, utilizzando il Sistema dei conti economici ambientali delle Nazioni Unite, recentemente come quadro per tracciare gli investimenti e le spese ambientali”.

Infatti, con un Comunicato, diffuso l’11 marzo 2021, la Commissione Statistica delle Nazioni Unite ha reso noto di aver adottato il framework System of Environmental-Economic Accounting-Ecosystem Accounting (SEEA EA) che “segna un importante passo avanti, andando oltre la statistica comunemente usata del PIL che ha dominato i rapporti economici dalla fine della seconda guerra mondiale”.

Qualche giorno fa un altro Rapporto aveva spiegato perché le banche centrali e le autorità di vigilanza dovrebbero sviluppare una tabella di marcia per includere la promozione di attività di collegamento e coordinamento con le misure governative per emissioni nette zero. Anche se poi tali misure e impegni verso l’obiettivo di emissioni nette zero di Governi e Imprese non siano affidabili, come ha rilevato un altro Rapporto pubblicato questa settimana.

La Ricerca delle Università di Cambridge e UEA è stata supportata da una sovvenzione dell’International Network for Sustainable Financial Policy Insights, Research, and Exchange (INSPIRE), una rete di ricerca indipendente costruita per supportare le banche centrali e le autorità di vigilanza della Network for Greening the Financial System (NGFS) nel loro lavoro per gestire il rischio climatico e mobilitare la finanza a sostenere la transizione verso un’economia sostenibile, che ha recentemente assegnato un “research grant”, ad un team di ricercatori italiani per un Progetto per sviluppare modelli macroeconomici che supportino le Banche centrali a valutare i rischi climatici.

Peraltro, la stessa Presidente della BCE Christine Lagarde, in un suo intevento dello scorso gennaio, aveva sollecitato le banche centrali a contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici, a saperne comprendere i rischi e a sfruttarne le opportunità che ne derivano. 

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