2 Dicembre 2021
Salute

Osservatorio sulla Salute: presentato il report sulla sanità italiana

Osservatorio Nazionale sulla Salute

di Nicoletta Canapa

L’Università Cattolica del Sacro Cuore ha presentato il risultato del lavoro di 197 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso Università, Istituti ed Assessorati della sanità, Agenzie del Farmaco ed Istat. Il risultato di queste ricerche incrociate ha prodotto un volume di oltre 600 pagine in cui prima si procede con la disamina dei bisogni della popolazione e si fotografa lo stato generale di salute del Paese, poi si valuta la qualità dei servizi offerti.

La speranza di vita non è omogenea per tutto lo stivale: i dati sulla sopravvivenza, infatti, testimoniano che città come Caserta e Napoli registrano circa due anni di speranza di vita in meno, seguite da Caltanissetta e Siracusa, con svantaggi rispettivamente di 1,6 e 1,4 anni. Le Province più longeve, invece, sono Firenze, Monza e Treviso: la prima, in particolare, gode di un’aspettativa di vita pari a 84,1 anni, ovvero di 1,3 anni in più della media nazionale.

Oltre alla speranza di vita, la mortalità prematura non poteva non costituire un fattore fondamentale per l’Osservatorio Nazionale: Campania, Sicilia, Sardegna, Lazio, Piemonte e Friuli sono regioni che presentano una dinamica negativa per morte in età compresa fra i 30 ed i 69 anni, in special modo nell’arco temporale compreso fra il 2004 ed il 2013.

Come indagato in una precedente indagine condotta recentemente, anche l’istruzione incide pesantemente sulla speranza di vita: un italiano nel 2018, infatti, può sperare di vivere fino ai 77 anni se ha un livello di istruzione basso e fino agli 82 anni se ha almeno una laurea; il divario è più lieve per le donne, che raggiungono gli 83 ed i 86 anni, rispettivamente se non laureate e se laureate. Lo status sociale incide pesantemente sull’aspettativa di vita, tanto che, come confermano i dati Istat elaborati dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, i divari di salute dipendono dallo status sociale perché i fattori economici e culturali influenzano gli stili di vita, e quindi ne condizionano la salute anche per le generazioni future.

Una delle malattie più diffuse e più subdole nel nostro Paese è l’obesità che ad oggi interessa il 21,5% della popolazione, di cui il 14,5% sono meno istruiti, ed il restante 6% sono laureati. Ma lo studio non si è fermato al grado di istruzione del diretto interessato, bensì è arrivato ad indagare anche la sfera familiare di primo grado: ne è emerso che la madre incide maggiormente sullo status sociale della propria prole, tanto che il 30% delle persone in sovrappeso ha una madre con un grado di istruzione basso, mentre scende di dieci punti nel caso in cui la madre sia laureata.

Al divario socio-culturale si affianca la disuguaglianza di accesso all’assistenza sanitaria pubblica: anche la difficoltà a raggiungere le idonee infrastrutture costituisce uno dei tanti motivi per cui, ad oggi, molti cittadini rinunciano a sottoporsi a cure di prevenzione. La causa principale di rinuncia all’assistenza sanitaria, tuttavia, è di carattere economico. Sembra infatti che sono sempre di più gli italiani che rinuncino a curarsi: una recente indagine avrebbe stimato che siano oltre 13 milioni gli italiani che lo scorso anno hanno rinunciato a visite mediche, anche scoraggiati dalle lungaggini delle liste di attesa.

È evidente il fallimento del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), anche nella sua ultima versione federalista, nel ridurre le differenze di spesa e della performance tra le regioni italiane – ha affermato Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) che, riferendosi all’evidente gap che insiste fra le regioni italiane in termini di salute ed efficienza delle prestazioni del SSN, si tratta di differenze inique perché non naturali, ma frutto di scelte politiche e gestionali.
È dunque auspicabile – ha proseguito Ricciardi – che si intervenga al più presto partendo da un riequilibrio del riparto del Fondo Sanitario Nazionale, non basato sui bisogni teorici desumibili solo dalla struttura demografica delle Regioni, ma sui reali bisogni di salute, così come è urgente un recupero di qualità gestionale e operativa del sistema, troppo deficitarie nelle regioni del Mezzogiorno, come ampiamente evidenziato nel nuovo Rapporto Osservasalute”.

Dal report emerge, inoltre, molto chiaramente che le disuguaglianze maggiori rispetto al livello di istruzione si riscontrano per sistemi sanitari di tipo mutualistico, dove si osserva che la quota di persone in cattive condizioni di salute è quasi di 15 punti percentuali più elevata tra coloro che hanno titoli di studio più bassi. Nonostante questi numerosi gap è possibile affermare che il sistema sanitario nazionale non è da completamente da rifare, anche in virtù della generale longevità della demografia italiana: questo perché l’Italia ha il livello di disuguaglianza minore dopo la Svezia, con 6,6 punti percentuali di differenza fra i meno e i più istruiti.

Dall’Osservatorio infine sono state avanzate alcune ipotesi per andare incontro al benessere generale del Paese:
– Progetti di sensibilizzazione direttamente alla popolazione, partendo da campagne di approfondimento nelle scuole;
– 
Lotta alla povertà, che incide inevitabilmente sul generale stato di saluto dei singoli individui, anche per massimizzare l’efficacia del sistema sanitario nazionale, alla luce della stretta correlazione fra salute e benessere economico;
 Lotta alla deprivazione, dato che a chiunque deve poter essere garantito l’uguale accesso alle strutture sanitarie, sia in termini logistici, sia in termini di liste di attesa.

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