25 Settembre 2021
Biodiversità e conservazione Fauna

Living Planet Report 2020: dal 1970 un calo del 68% di fauna selvatica

Il biennale Living Planet Report del WWF segnala che continua senza sosta la perdita di specie e che le cause sono le stesse della distruzione ambientale, tra cui la deforestazione, l’agricoltura insostenibile e il commercio illegale di fauna selvatica, che contribuiscono anche alla diffusione di epidemie zoonotiche, come il Covid-19.

Secondo il Living Planet Report 2020, il Rapporto faro del WWF International chemonitora ogni due anni lo stato del mondo naturale, le popolazioni di mammiferi, uccelli, anfibi, rettili e pesci hanno subito un declino medio del 68% in meno di mezzo secolo, dovuto per lo più alla distruzione ambientale (deforestazione, agricoltura insostenibile, commercio illegale di fauna selvatica), la stessa causa che contribuisce alla diffusione di malattie zoonotiche come Covid-19.

Il Living Planet Report 2020 sottolinea come la crescente distruzione della natura da parte dell’umanità stia avendo impatti catastrofici non solo sulle popolazioni di fauna selvatica ma anche sulla salute umana e su tutti gli aspetti della nostra vita – ha affermato Marco Lambertini, Direttore generale di WWF International – Non possiamo ignorare le prove: questo grave calo delle popolazioni di specie selvatiche è un indicatore che la natura si sta sgretolando e che il nostro Pianeta sta lampeggiando segnali di allarme rossi di guasto dei sistemi. Dal pesce nei nostri oceani e fiumi alle api che svolgono un ruolo cruciale nella nostra produzione agricola, il declino della fauna selvatica influisce direttamente sulla nutrizione, sulla sicurezza alimentare e sui mezzi di sussistenza di miliardi di persone. Nel mezzo di una pandemia globale, ora è più importante che mai intraprendere un’azione globale coordinata e senza precedenti per fermare e iniziare a invertire la perdita di biodiversità e delle popolazioni di fauna selvatica in tutto il mondo entro la fine del decennio, e proteggere la nostra salute futura e il nostro sostentamento. La nostra stessa sopravvivenza dipende sempre più da questo”.

Il Living Planet Report 2020 presenta una panoramica completa dello stato del nostro mondo naturale attraverso il Living Planet Index (LPI), fornito dalla Zoological Society of London (ZSL), che controlla  20.811 popolazioni di 4.392 specie di vertebrati tra il 1970 e il 2016, e dei contributi di 125 esperti di tutto il mondo.

Le specie in via di estinzione evidenziate dal LPI includono il gorilla di pianura orientale, il cui numero nel Parco Nazionale Kahuzi-Biega (Repubblica Democratica del Congo) ha visto un calo stimato dell’87% tra il 1994 e il 2015 principalmente a causa della caccia illegale, e il pappagallo grigio africano nel sud-ovest del Ghana, il cui numero è diminuito fino al 99% tra il 1992 e il 2014, a causa delle minacce rappresentate dalla cattura per il commercio di uccelli selvatici e dalla perdita di habitat.

Il LPI mostra anche che le popolazioni di fauna selvatica che si trovano negli habitat di acqua dolce hanno subito un calo dell’84%, il calo medio della popolazione più netto in qualsiasi bioma, equivalente al 4% all’anno dal 1970. Ne è esempio la popolazione riproduttiva dello storione cinese nel fiume Yangtze in Cina, diminuita del 97% tra il 1982 e il 2015 a causa dello sbarramento del corso d’acqua.

Il Living Planet Index è una delle misurazioni più complete della biodiversità globale – ha sottolineato Andrew Terry, Direttore della conservazione del ZSL – Un calo medio del 68% negli ultimi 50 anni è catastrofico e una chiara prova del danno che l’attività umana sta arrecando al mondo naturale. Se non cambia nulla, senza alcun dubbio le popolazioni continueranno a diminuire, portando la fauna selvatica all’estinzione e minacciando l’integrità degli ecosistemi da cui tutti dipendiamo. Ma sappiamo anche che tramite azioni di conservazione le specie possono essere allontanate da questo baratro. Con impegno, investimenti e competenza, queste tendenze possono essere invertite“.

Proprio per invertire la perdita di biodiversità, un consorzio che riunisce il WWF e oltre 40 tra università, enti di conservazione e intergovernativi, ha avviato la “Bending the Curve Initiative” che promuove un nuovo modello per stabilizzare e invertire la perdita della natura, e che, contestualmente alla diffusione del Living Planet Report 2020, ha pubblicato su Nature  lo Studio Bending the curve of terrestrial biodiversity needs an integrated strategy” (Piegare la curva della biodiversità terrestre richiede una strategia integrata), dove viene chiarito che stabilizzare e invertire la perdita della natura, causata dalla distruzione degli habitat da parte degli esseri umani, sarà possibile solo se saranno adottati sforzi di conservazione più audaci e ambiziosi e verranno apportati cambiamenti trasformativi al modo in cui produciamo e consumiamo il cibo. I cambiamenti necessari includono di rendere la produzione e il commercio alimentare più efficienti ed ecologicamente sostenibili, ridurre gli sprechi e favorire diete più sane e rispettose dell’ambiente. 

Lo studio dimostra che l’attuazione di queste misure, insieme piuttosto che isolatamente, consentirà al mondo di alleggerire le pressioni sugli habitat della fauna selvatica, invertendo così le tendenze alla perdita di biodiversità decenni prima rispetto alle altre strategie. La modellizzazione indica anche che se il mondo continua con il “business as usual“, i tassi di perdita di biodiversità visti dal 1970 continueranno anche nei prossimi anni. 

Nella migliore delle ipotesi – ha osservato il principale autore dello Studio, David Leclère dell’International institute for applied systems analysis (IIASA) – queste perdite impiegherebbero decenni per invertirsi e sono probabili ulteriori perdite irreversibili di biodiversità, mettendo a rischio la miriade di servizi ecosistemici da cui le persone dipendono”.

Il Living Planet Report 2020 è stato lanciato a poco più di una settimana prima della 75ma Sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGA 2020) che si svolgerà a New York dal 21 al 25 settembre 2020, e che vedrà riuniti i leader mondiali, le imprese e la società civile per esaminare i progressi compiuti sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, sull’Accordo di Parigi e sulla Convenzione sulla diversità biologica (CBD) per la quale è in programma un vertice speciale il 30 settembre 2020, dopo che Conferenza delle Parti (COP15-CBD) che doveva tenersi in Cina per definire il Piano Strategico 2021-2030 sulla base proposta Zero draft of the post-2020 global biodiversity framework”, e che è stata rinviata al 2021 a causa della pandemia di Covid-19.

Il modello Bending the Curve fornisce una prova inestimabile che se vogliamo avere qualche speranza di ripristinare la natura per fornire alle generazioni attuali e future ciò di cui hanno bisogno, i leader mondiali, oltre agli sforzi di conservazione, dovranno impegnarsi a rendere i sistemi alimentari più sostenibili ed eliminare la deforestazione, una delle principali cause del declino della popolazione di fauna selvatica, dalle catene di approvvigionamento – ha concluso Lambertini – Con i leader che si riuniscono virtualmente per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite tra pochi giorni, questa ricerca può aiutarci a garantire un New Deal per la natura e le persone che sarà la chiave per la sopravvivenza a lungo termine delle popolazioni di fauna selvatica, piante e insetti e dell’insieme della natura, inclusa l’umanità. Un New Deal non è mai stato così necessario“.

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