Biodiversità e conservazione

Sussidi dannosi per la natura: solo 16% dei Paesi rispetta impegni

Un’Analisi di CarbonBrief rivela che solo il 16% dei Paesi che hanno sottoscritto gli impegni del Quadro Globale per la Biodiversità (GBF) ha conseguito l’obiettivo di identificare entro il 2025 i sussidi dannosi per la natura, evidenziando così che finché la trasparenza dei sussidi non diventerà obbligatoria, soggetta a verifiche e a sanzioni commerciali o finanziarie in caso di inadempienza, la protezione della natura rischia di restare una promessa vuota.

La maggior parte dei Paesi (84%) che hanno sottoscritto l’Accordo per la conservazione della biodiversità non è riuscita a conseguire l’obiettivo di identificare entro il 2025 i sussidi dannosi per la natura.

Lo rivela un’AnalisidiCarbonBrief, Ong no-profit con sede nel Regno Unito specializzata sui cambiamenti climatici che monitora i risultati di conferenze e negoziati internazionali.

Nel 2022 a Montreal (Canada) quasi tutti i Paesi del mondo hanno sottoscritto Il Quadro Globale per la Biodiversità (GBF) con l’obiettivo diarrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030, con la vision di riportare il mondo in “armonia con la natura” entro il 2050, fissando un calendario per monitorare i progressi.

IlTarget 18del GBF prevede di “identificare entro il 2025 ed eliminare gradualmente o riformare gli incentivi, compresi i sussidi dannosi per la biodiversità, in modo proporzionato, giusto, equo ed efficace, riducendoli sostanzialmente e progressivamente di almeno 500 miliardi di dollari statunitensi all’anno entro il 2030, a partire dagli incentivi più dannosi, e rafforzare gli incentivi positivi per la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità”.

La scadenza del 2025 era stata prevista per permettere ai Paesi di aver il tempo necessario per fare un inventario e di approntare una pianificazione. Il fatto che CarbonBrief abbia verificato che l’obiettivo non sia stato raggiunto denuncia unamancanza di volontà, più che di una capacità tecnica, specie quando a non rispettare gli impegni sono soprattutto le nazioni ricche.

CarbonBrief evidenzia che non esiste una definizione universalmente accettata di “sussidio dannoso per la biodiversità” né di come si differenzi da un sussidio dannoso per l’ambiente. In generale,i sussidi ambientali “dannosi” hanno un impatto sull’ambiente circostante per gli esseri umani, mentre quelli dannosi per la biodiversità colpiscono direttamente specie ed ecosistemi.

“Se si conducesse uno studio incentrato sui sussidi dannosi per la biodiversità e uno incentrato sui sussidi dannosi per l’ambiente, si otterrebbe un diagramma di Venn in cui un’ampia percentuale si sovrapporrebbe– ha spiegatoPaul Elton, ricercatore dottorando presso laAustralian National University,esperto sulle opzioni per riforme pratiche, innovative e trasformatrici, che consentano ai governi australiani di raggiungere gli obiettivi di conservazione del GBF, interpellato da CarbonBrief –I sussidi che danneggiano la biodiversità possono essere diretti o indiretti. I sussidi diretti si riferiscono alle spese pubbliche destinate a un progetto che ha un impatto negativo sull’ambiente, come la costruzione di una nuova centrale elettrica a gas. I sussidi indiretti potrebbero includere esenzioni fiscali che incentivano un determinato comportamento, come aliquote fiscali ridotte sui carburanti per i macchinari agricoli”.

Analizzando134 Rapporti nazionali(Inclusa l’UE) presentati al Segretariato della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) entro il 1° luglio 2026, CarbonBrief rileva chesolo 21 paesi sembrano aver raggiunto l’obiettivo del 2025, di cui 5 dei 17 Paesi “megadiversi” ovvero quelli che ospitano la maggior parte delle specie terrestri e un elevato numero di specie endemiche che sono tra quelli che hanno rispettato la scadenza.

I Paesi che hanno identificato tutti i loro sussidi dannosi (giallo); hanno fornito dati per alcuni settori (blu scuro); hanno avviato il processo, ma non hanno fornito alcun dato (blu medio); non hanno avviato il processo (blu chiaro); e non hanno presentato un rapporto nazionale alla CBD (grigio chiaro). Fonte: Analisi di Carbon Brief

Nella quasi totalità dei casi, questi Paesi hannoanche indicato il valore totale di tali sussidiAltri 11 Paesi, oltre all’UE, hanno fornito dati relativi ad alcuni dei loro sussidi, ad esempio solo quelli destinati a un settore specifico.

I 32 Paesi che hanno individuato sussidi, in tutto o in parte, secondo CarbonBrief spendonoquasi 270 miliardi di dollari all’anno in incentivi dannosi per l’ambiente.

È utile contestualizzare l’obiettivo di 500 miliardi di dollari del GBF rispetto alle stime globali su quanto[il totale]potrebbe effettivamente essere, perché ciò sottolinea il fatto che finora, secondo la vostra analisi, solo un sottoinsieme di nazioni ha riportato circa 250 miliardi di dollari, che rappresentano solo la metà[dell’obiettivo di eliminazione graduale]. – ha osservato Elton –Si tratta di una grave mancanza di responsabilità“.

Ripartizione settoriale dei sussidi identificati. “Multiplo” significa che un Paese non ha distinto tra i settori oppure ha riportato un unico dato che comprende diversi settori. “Altro” si riferisce a settori specifici non menzionati nel grafico. Fonte: Analisi di Carbon Brief

A conferma dell’Analisi di CarbonBrief, nel corso della 28ª riunione (Nairobi, 27 luglio – 1° agosto 2026) dell’Organismo sussidiario per la consulenza scientifica, tecnica e tecnologica (SBSTTA) della CBD, in vista dellaCOP17che si terrà dal 19 al 30 ottobre 2026 a Yerevan (Armenia), che dovrà monitorare i progressi nell’implementazione del GBF, è stata presentata e discussa unabozza preliminaredi Rapporto da cui emerge che i Paesi hanno intrapreso alcune azioni per affrontare tutti i 23 obiettivi, ma che “nessun obiettivo presenta un quadro completamente positivo” e che “a meno che l’attuazione collettiva non acceleri rapidamente, gli obiettivi e la missione per il 2030 non saranno raggiunti”.

Il rapporto aggiunge che i progressi sono “particolarmente lenti” nell’affrontare le “cause indirette della perdita di biodiversità“, come le pratiche commerciali dannose e sussidi governativi che le promuovono.
I Paesi hanno “segnalato lacune nella portata e nella tempestività della fornituradi risorse finanziarie, sviluppo e rafforzamento delle capacità, cooperazione tecnica e scientifica, accesso e trasferimento di tecnologia e condivisione delle conoscenze […]Queste barriere possono comportare capacità disomogenee e causare specifici vincoli tecnici e finanziari per tutte le parti coinvolte, ma soprattutto per i paesi in via di sviluppo. È probabile che questi vincoli siano ancora più pressanti per i paesi meno sviluppati e i piccoli stati insulari in via di sviluppo”.

Finché gliimpegni in materia di biodiversità rimangono puramente formali e la trasparenza dei sussidi non diventerà obbligatoria, soggetta a verifiche e a sanzioni commerciali o finanziarie in caso di inadempienza, la protezione della natura rischia di restare una promessa vuota.

Articoli simili

Lascia un commento

* Utilizzando questo modulo accetti la memorizzazione e la gestione dei tuoi dati da questo sito web.