Un Rapporto del Joint Research Centre (JRC) della Commissione europea che ha analizzato sostenibilità economica delle plastiche riciclate chimicamente, focalizzandosi sulle due tecnologie principali (pirolisi per le poliolefine e la solvolisi per la depolimerizzazione del PET), evidenzia che il riciclo chimico non ha raggiunto la parità di costo con la plastica vergine e richiederebbe forti sussidi regolamentari o premi verdi.
Il riciclo chimico svolge un ruolo complementare nel riciclo della plastica, mentre il riciclo meccanico rimane l’opzione più economica, efficiente in termini di risorse e con minori emissioni di carbonio. Nessun perfezionamento tecnologico potrà colmare questo divario strutturale. Il riciclo chimico nell’UE pur non raggiungendo la parità di costo con le plastiche vergini, potrebbe svolgere un ruolo significativo nel fornire ai mercati le plastiche riciclate necessarie per conformarsi ai requisiti di contenuto riciclato del Regolamento sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio e della Direttiva sulle plastiche monouso, nonché a potenziali future normative di natura simile.
Sono le conclusioni delloStudio“Economic viability of chemical recycling”, pubblicato il 22 luglio 2026 e condotto dal Centro Comune di Ricerca (JRC) della Commissione UE su incarico della Direzione Generale per il mercato interno, l’Industria, l’imprenditorialità e le piccole e medie imprese (DG GROW), che ha analizzato lafattibilità economica nell’UE del riciclo chimico, riferito ai processi che scompongono i rifiuti, come la plastica, nei loro elementi costitutivi chimici, che possono poi essere utilizzati per produrre nuova plastica, evidenziando i risultati per i proprietari dei marchi, le aziende di riciclo e le organizzazioni governative.
Il Rapporto si concentra sullasostenibilità economica della pirolisi e dellasolvolisi, attualmente i processi di riciclo chimico più diffusi,prendendo in considerazione i costi di produzione e di investimento, nonché la maturità e i limiti di queste tecnologie.
I ricercatori sottolineano chenon esiste una definizione standard di sostenibilità economica né di come misurarla. Per un determinato modello di business o processo produttivo tecnologico, tale concetto indicala capacità di permanere sul mercato garantendo un livello minimo di redditività o, quantomeno, il pareggio di bilancio. Ciò implica, quale condizione necessaria, la capacità di generare ricavi sufficienti a coprire i costi e a sostenere l’operatività.
“Il riciclo chimico opera in un contesto di mercato specifico, il che richiede alcune ulteriori precisazioni su come possa essere intesa la sostenibilità economica– affermano gli autori –Sosteniamo che esistano tre diverse prospettive riguardo al concetto di sostenibilità economica del riciclo chimico”:
–Mercato difficile. Tecnicamente, il polimero riciclato chimicamente è un sostituto perfetto del polimero vergine, quindi dovrebbe spuntare lo stesso prezzo. In base a questa interpretazione, la redditività richiede che i costi unitari di produzione siano inferiori al prezzo di mercato osservato per la plastica vergine. La tecnologia attualmente non supera in modo inequivocabile questa prova.
–Mercato flessibile. La plastica riciclata chimicamente possiede un attributo “verde” per il quale alcuni acquirenti sono disposti a pagare un sovrapprezzo. In questo contesto, il contenuto riciclato è un bene di fiducia che un acquirente non può verificare semplicemente guardando o utilizzando la plastica, e deve credere all’affermazione basandosi esclusivamente su prove documentali. La certificazione di terze parti è fondamentale per il settore, perché le false dichiarazioni ecologiche rappresentano un rischio concreto. La debolezza del mercato flessibile consiste che si basa su impegni volontari da parte delle aziende, che possono svanire improvvisamente in caso di recessione o quando l’interesse dei consumatori diminuisce.
Mercato regolamentato. Laddove il contenuto riciclato è obbligatorio, la plastica riciclata chimicamente non compete più con la plastica vergine; il sovrapprezzo è determinato essenzialmente dal margine di profitto richiesto dai riciclatori per garantire i volumi necessari, e tale sovrapprezzo può essere considerevolmente più elevato rispetto a un mercato volontario. La conseguenza è che la competizione non si svolge più tra produttori di plastica vergine e riciclata, ma all’interno del settore del riciclo, ovvero tra i riciclatori in grado di fornire la qualità richiesta, in genere materiale per uso alimentare, al costo più basso.
“Qualora il prezzo della plastica riciclata di provenienza locale dovesse superare nettamente i livelli accettabili di “green premium” (o nel caso in cui le quantità disponibili risultassero insufficienti)– sottolineano gli autori –gli utilizzatori a valle (ad esempio i produttori di imballaggi) potrebbero ricorrere a diverse strategie di mitigazione, avvalendosi di opzioni differenziate a seconda dell’orizzonte temporale: breve, medio o lungo periodo”.
Pirolisi: è la resa il fattore limitante
La pirolisi della plastica è un processo termochimico che rompe i polimeri plastici riscaldandoli a temperature tra 450°C e 550°C in assenza di ossigeno, trasformando i rifiuti in olio di pirolisi, gas di sintesi (syngas) e residui solidi. L’olio può essere ripulito per creare nuova plastica chimicamente “vergine”.
Il Rapportotraccia l’intera catena della pirolisi della plastica: pre-trattamento → pirolisi → post-trattamento (purificazione e frazionamento) → cracking a vapore → polimerizzazione. Vengono analizzati3 scenari: attuale (prestazioni raggiungibili oggi), di riferimento (ampliamento a breve termine della tecnologia esistente, ipotizzando l’assenza di scoperte rivoluzionarie) e scenario migliore (ottimale teorico in ogni fase) che gli stessi autori definiscono “altamente improbabile, ma viene comunque incluso come limite inferiore teorico dei costi”.
Ne emerge che il punto debole della tecnologia è la suabassa resa, compresa tra il 30-50% del materiale immesso nel processo. Nello scenario attuale il polimero da pirolisi avrebbe un costo di2.968 euro a tonnellata,da 1,4 a 3,7 volte più costoso del suo equivalente vergine, con un intervallo di incertezza completo che va da 1.500 euro a oltre 4.000 euro per tonnellata.

Solvolisi: elevate rese, costi elevati
La solvolisi ovvero ladepolimerizzazione mediante solvente(glicolisi, metanolisi, idrolisi e varianti enzimatiche) ha un profilo molto diverso. Si applica ai polimeri di condensazione, principalmente PET e poliestere, e le rese di materiale riportate raggiungono il 90% o più su materie prime pretrattate. Gli autori del Rapporto segnalano, comunque, che al momento della sua stesura nessun impianto di solvolisi su scala industriale era operativo nell’UE, per cui i dati riportati derivano da piani aziendali, estrapolazioni da impianti pilota e modelli, piuttosto che da una realtà commerciale consolidata.
I modelli di business divergono nettamente. La conversione degli scarti delriciclo meccanico in PET per imballaggi è considerevolmente più economica del riciclo del poliestere da fibra a fibra. Il processo di trasformazione delle fibre diPetcore(2024) – raccolta e selezione per 500 euro, pre-trattamento per 600 euro, depolimerizzazione per 800 euro, ripolimerizzazione e filatura per 300 euro – si colloca al vertice della gamma. In questo caso il problema non è la resa, mai costi che possono essere più alti della plastica vergine: 2. 150 euro a tonnellata, con un intervallo stimatotra 1.650 e 2.650 euro,tra 1,5 e 2,7 voltedel PET vergine.

Segnali per le politiche di mercato
I ricercatori individuano anche alcuni punti di intervento che possono “correggere le dinamiche di mercato esistenti e orientarle verso comportamenti più auspicabili, è possibile adottare uno o più strumenti di politica economica. La progettazione di tali politiche può basarsi sui prezzi o sulle quantità, dando luogo a una combinazione di segnali di mercato, già riscontrabili in diverse giurisdizioni (quali esito di normative locali/regionali, nazionali o dell’UE)”:
1. Tariffe di conferimento nella fase di smaltimento: laddove l’incenerimento e la discarica presentano limitazioni sufficienti, i detentori dei rifiuti pagano per il trattamento, il che consente anche ai riciclatori di addebitare un costo per l’accettazione, in modo che la materia prima arrivi a un costo negativo. Tomić et al. (2024) rilevano che la conversione termochimica su piccola scala dei rifiuti plastici industriali non è economicamente sostenibile senza una tariffa di conferimento.
2. Premio verde nella fase di conversione: un tetto massimo, stabilito dalle sanzioni per inadempienza e dal costo della sostituzione.
3. Strumenti commerciali: tariffe, sussidi all’esportazione, requisiti di contenuto locale, con implicazioni nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).
4. Sovvenzioni per il riciclo:ad esempio, tramite eco-modulazione della tariffa EPR basata sul peso del materiale riciclato post-consumo incorporato.
5.Sovvenzione per il riciclaggio: applicata direttamente all’attività, in base alla capacità o al volume di produzione effettivo.
Infine, il Rapporto sottolinea che il riciclo chimico, al di là dei costi,è in grado di gestire flussi di rifiuti e requisiti di qualità che il riciclo meccanico non può soddisfare, soprattutto per quanto riguarda le poliolefine destinate al contatto con gli alimenti, che sono di fatto assenti dal mercato odierno, anche per conformarsi ai requisiti di contenuto riciclato del Regolamento sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio (PPWR) e della Direttiva sulle plastiche monouso (Direttiva SUP), nonché a potenziali future normative di natura simile.
“Sulla base dei risultati ottenuti e delle potenziali implicazioni illustrate– concludono gli autori –le ricerche future potrebbero:
– Esaminare i costi sociali e gli impatti distributivi derivanti dall’imposizione al mercato dell’uso di materiali più costosi: chi ne sosterrà l’onere? In che modo i costi saranno ripartiti lungo le catene del valore, ad esempio tra operatori del riciclaggio, industria petrolchimica, produttori di beni di largo consumo, rivenditori e consumatori finali? Come definiranno e svilupperanno gli stakeholder le strategie di conformità o di elusione a breve, medio e lungo termine?
– Analizzare (a lungo termine e a livello di sistema) come ottimizzare l’impiego di risorse fossili tra produzione di combustibili primari, produzione di materiali primari e produzione di materiali e combustibili secondari, sulla base di una contabilità globale del carbonio. Ad esempio, quale ruolo potrebbero svolgere il riciclaggio e il recupero energetico in scenari a lungo termine caratterizzati da una drastica riduzione dell’uso di risorse fossili nell’UE?”.
Insomma, par di capire che senza una riforma fiscale mirata, i polimeri riciclati continueranno a trovarsi ad affrontare condizioni di mercato squilibrate rispetto alle resine vergini, sostenute storicamente da incentivi statali.
