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Ripristino degli ecosistemi: natura in ripresa, ma bisogna accelerare

Nel corso di evento collaterale alla CBD-COP17, che ha visto tra l’altro la premiazione di FORESTAMI- (Foresta urbana di Milano), è stato presentato il primo rapporto globale completo sullo stato di ripristino degli ecosistemi, a metà del Decennio delle Nazioni Unite per il Ripristino degli Ecosistemi (2021–2030).

Ci sono attualmente 252 milioni di ettari (ha) in 149 Paesi che sono in fase di ripristino, creando oltre un milione di posti di lavoro nel settore verde: si tratta del più grande sforzo di ripristino ambientale documentato a livello globale fino ad oggi.Tuttavia, per raggiungere gli obiettivi del 2030, è necessario intensificare rapidamente le azioni, concentrandosi in particolare sugli ecosistemi di acqua dolce, marini e costieri, e quadruplicare i finanziamenti annuali per il ripristino, che potrebbe generare fino a 32 milioni di nuovi posti di lavoro in tutto il mondo entro il 2030.

A sottolinearlo è ilRapporto“Nature’s comeback Scaling ecosystem restoration for people and planet” (Il ritorno della natura: ampliare gli interventi di ripristino degli ecosistemi per le persone e il pianeta) pubblicato congiuntamente dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) e dal Segretariato della Convenzione sulla diversità biologica (CBD), in occasione di un evento di alto livello durante la Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità (CBD-COP17).

Il Rapporto, pubblicato a metà delDecennio delle Nazioni Unite per il Ripristino degli Ecosistemi (2021-2030)fornisce la prima valutazione globale completa dei progressi compiuti rispetto agli impegni assunti per il ripristino di circa un miliardo di ettari e all’obiettivo del Quadro globale per la Biodiversitàdi Kunming-Montreal (KMGBF) che prevede che entro il 2030 almeno il 30% degli ecosistemi terrestri, d’acqua dolce, marini e costieri degradati sia oggetto di interventi di ripristino efficaci.

“Oggi stiamo assistendo alla nascita di uno dei più grandi movimenti per la natura della storia – ha affermatoInger Andersen, Ddirettrice esecutiva dell’UNEP –Eppure, a metà del Decennio delle Nazioni Unite per il ripristino degli ecosistemi, non stiamo ancora ripristinando la natura nella misura e con la velocità necessarie. Entro il 2030, dobbiamo trasformare le iniziative ispiratrici in azioni a livello di sistema, passando a economie di ripristino che proteggano ciò che rimane e ripristinino ciò che è stato degradato”.

Il movimento globale per il ripristino della natura si estende oltre i programmi nazionali, coinvolgendo città, scuole, imprese e iniziative comunitarie. Dall’inizio del Decennio delle Nazioni Unite per il ripristino degli ecosistemi, la sua rete di partnership è cresciuta fino a comprendere oltre 300 organizzazioni in tutte le regioni.

“A cinque anni dall’inizio del Decennio delle Nazioni Unite, il messaggio è chiaro: il ripristino funziona– ha commentato il Direttore Generale della FAO,QU Dongyu–Le sfide consistono nel rendere il ripristino parte integrante della gestione sostenibile del suolo, dell’acqua e delle risorse naturali, e nel realizzare una trasformazione coerente dei sistemi agroalimentari. Ecosistemi sani sono vitali per una migliore produzione, una migliore nutrizione, un ambiente migliore e una vita migliore per tutti, senza lasciare indietro nessuno”.

Il ripristino degli ecosistemi è essenziale per la sicurezza alimentare e idrica, la resilienza climatica, l’occupazione e il benessere. Considerando tutti gli ecosistemi, l’Asia rappresenta 192,2 milioni di ettari della superficie totale documentata interessata da interventi di ripristino, seguita dall’Africa con 36,3 milioni di ettari, dall’Europa con 9,1 milioni di ettari, dal Nord e Centro America con 5,8 milioni di ettari, dal Sud America con 5,4 milioni di ettari e dall’Oceania con 3,2 milioni di ettari. Queste differenze non indicano una classifica delle prestazioni di ripristino, bensì riflettono la portata delle attività di ripristino, l’estensione territoriale regionale e le capacità di monitoraggio e rendicontazione.

Le ricerche indicano cheil ripristino di appena il 15% delle aree prioritarie a livello globale potrebbe catturare e immagazzinare il 30% delle emissioni equivalenti di anidride carbonica (CO₂) registrate dall’inizio della rivoluzione industriale e contribuire a evitare il 60% delle estinzioni di specie.

Tra i successi documentati deiProgrammi di puntadi Ripristino Globale delle Nazioni Unite   si annoveranoil recupero di specie che vanno dai gorilla di montagna nell’Africa orientale e i giaguari in Brasile, ai leopardi delle nevi in ​​Kirghizistan e ai delfini del Gange in India.

Secondo il rapporto, i progressi nel ripristino variano a seconda degli ecosistemi e dei paesi. Il ripristino degli ecosistemi terrestri ha raggiunto quasi la metà dell’obiettivo globale di ripristinare il 30% degli ecosistemi terrestri degradati entro il 2030. LaCina segnala la più vasta area terrestre in fase di ripristino(127,4 milioni di ettari), mentre aree considerevoli sono documentate anche inMongoliaeKazakistan.

Iprogressi sono molto più limitati negli ecosistemi di acqua dolce, marini e costieri, che si stanno anche degradando ai ritmi più rapidi. Solo 11 milioni di ettari di ecosistemi di acqua dolce e 5,7 milioni di ettari di ecosistemi marini e costieri, rispettivamente in 62 e 46 paesi, risultano essere oggetto di interventi di ripristino. Tuttavia, lo slancio sta crescendo:la percentuale di Paesi che segnalano l’attuazione di programmi di ripristino o riabilitazione delle zone umide è aumentata dall’8% al 54% dal 2022. Il rapporto avverte che la limitata rendicontazione relativa al ripristino degli ecosistemi acquatici potrebbe comportare una sottostima.

Il ripristino della natura per la resilienza e il benessere delle persone richiederà un impegno politico costante e un aumento di oltre quattro volte dei finanziamenti annuali per il ripristino,da 64 miliardi di dollari a 296 miliardi di dollari entro il 2030. I maggiori fabbisogni di investimento annuali stimati riguardano l’agroforestazione (87 miliardi di dollari), ilrimboschimento rigenerativo(52 miliardi di dollari), ilripristino delle torbiere(44 miliardi di dollari) e ilripristino delle praterie di posidonia (28 miliardi di dollari).

“Non possiamo pensare di riparare la natura con una mano mentre la distruggiamo con l’altra– ha dichiaratoAstrid Schomaker, Segretaria esecutiva del Segretariato della Convenzione sulla diversità biologica (CBD) –I governi devono affrontare le cause del degrado degli ecosistemi e investire in meccanismi di monitoraggio per garantire la durata del movimento di ripristino finora intrapreso”.

Oltre il 2030, il ripristino deve essere sostenuto per un periodo sufficientemente lungo da consentire il recupero dell’integrità dell’ecosistema e della biodiversità, offrendo al contempo benefici duraturi alle comunità. Lasicurezza del possesso dei terreni, unapartecipazione significativae ilrispetto dei diritti, delle conoscenze e della leadership dei popoli indigeni e degli altri titolari di diritti sono essenziali per un ripristino duraturo.

Nel corso dell’evento sono state premiate5 iniziative di spicco, tra cuiFORESTAMI–Foresta urbana di Milano“per il suo ambizioso impegno volto a riportare la natura in una delle aree metropolitane più densamente popolate e inquinate d’Europa. FORESTAMI mette in contatto comunità, istituzioni e imprese per ripristinare gli ecosistemi urbani, ampliare la copertura arborea e contribuire a mitigare il caldo estremo in una città sempre più esposta. Entro il 2030, l’iniziativa si propone di incrementare del 5% la copertura arborea piantando tre milioni di alberi – circa uno per ogni abitante dell’area metropolitana di Milano – e di riqualificare 255 ettari di aree urbane degradate, equivalenti a oltre 350 campi da calcio”.

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