Uno Studio coordinato dall’Università di Bristol rivela che la chiave del successo nella conservazione della fauna selvatica non risiede nell’affrontare minacce isolate, bensì nel contrastare le molteplici pressioni che le popolazioni selvatiche affrontano simultaneamente. Viene evidenziata l’enorme vulnerabilità degli anfibi e il possibile loro ruolo di specie sentinella, il cui stato di conservazione è un indicatore della salute e dell’integrità dell’ecosistema in senso più ampio.
Le informazioni sulle minacce alle popolazioni di fauna selvatica dovrebbero mirare ad affrontare più minacce contemporaneamente, anziché concentrarsi sulle singole.
È quanto emerge dalloStudio“Halting predicted vertebrate declines requires tackling multiple drivers of biodiversity loss”, pubblicato sul numero 7 dell’11 febbraio 2026 diScience Advances, e condotto da un gruppo di ricercatori europei coordinato dall’Università di Bristol, che fornisce studio fornisce la prima prova globale, a livello di popolazione, che quantifica come le minacce interagenti determinino la perdita di biodiversità nelle popolazioni animali.
I ricercatori hanno analizzato le tendenze demografiche di3.129 popolazioni di vertebrati in tutto il mondo tra il 1950 e il 2020e hanno scoperto che quelli esposti ad una combinazione di minacce qualicambiamenti climatici,malattie,inquinamentoespecie invasivestannodiminuendo più rapidamente di quelli colpiti solo da pressioni più ampiamente riconosciute come la perdita o lo sfruttamento dell’habitat.
“Gli sforzi di conservazione si sono tradizionalmente concentrati sulle minacce più diffuse, come la distruzione dell’habitat o lo sfruttamento eccessivo– ha affermato il co-autore principalePol Capdevila, che ha condotto la ricerca mentre era all’Università di Bristol, ma che ora lavora all’Università di Barcellona –I nostri risultati mostrano che altre pressioni, tra cui malattie, specie invasive, inquinamento e cambiamenti climatici, possono portare a un declino della popolazione ancora più rapido, soprattutto quando si verificano contemporaneamente“.
Sebbene la perdita di biodiversità sia stata ampiamente studiata, gran parte della ricerca esistente si è concentrata suvalutazioni a livello di specieo suriepiloghi globali che non tengono conto del modo in cui le minacce interagiscono nel tempo all’interno delle singole popolazioni.
Lo studio ha combinato i dati delLiving Planet 2020 delWWFcon modelli statistici bayesiani per analizzare le tendenze della popolazione nel tempo, nella geografia e nei gruppi tassonomici. Il modello ha permesso al team distimare come le popolazioni avrebbero potuto cambiare se le minacce fossero state rimosse individualmente o nell’insieme.
Per esplorare soluzioni, i ricercatori hanno utilizzato modelli statistici avanzati per simulare scenari ipotetici, stimandocome le popolazioni di vertebrati potrebbero reagire se le minacce venissero ridotte o eliminate.
“I nostri risultati dimostrano chiaramente che le azioni di conservazione devono essere coordinate tra più fattori di pressione– ha aggiunto il co-autore principaleDuncan O’Brien, Ricercatore Senior presso la Facoltà di Scienze Biologiche dell’Università di Bristol– Affrontare le minacce una alla volta non sarà sufficiente per arrestare la continua perdita di biodiversità“.

(A) Distribuzione spaziale delle tendenze della popolazione da 3.129 serie temporali di popolazione di 1.281 specie contenute nel Living Planet Database.(B) Percentuale di popolazioni colpite dalle diverse minacce. Un totale del 20,00% delle popolazioni non è esposto a minacce e il 3,04% è esposto a malattie, il 5,69% a specie invasive, il 6,07% ai cambiamenti climatici, il 7,16% all’inquinamento, il 27,20% alla perdita di habitat e il 30,60% allo sfruttamento.
L’analisi ha dimostrato che mitigare contemporaneamente più minacce è essenziale per raggiungere popolazioni di vertebrati stabili o in ripresa, e cheè improbabile che interventi mirati a una singola minaccia possano invertire le tendenze di declino globale. Tuttavia, se è possibile dare priorità a una sola minaccia, allorala riduzione dello sfruttamento eccessivo, della perdita di habitat o degli impatti dei cambiamenti climatici produrrebbe probabilmente i maggiori benefici a livello globale.
Degna di nota è lascoperta dell’enorme vulnerabilità degli anfibi, un gruppo tassonomico già segnalato per un allarmante declino a livello mondiale. Secondo lo studio, le popolazioni di anfibi soffrono in modo sproporzionato a causa della matrice di minaccia combinata, una conseguenza della loro pelle permeabile, dei complessi cicli vitali che dipendono dagli ambienti acquatici e terrestri e della sensibilità alle perturbazioni ambientali. Questa scoperta rafforza ilruolo degli anfibi come specie sentinella essenziale, il cui stato di conservazione è un indicatore della salute e dell’integrità dell’ecosistema in senso più ampio.
I risultati hanno importanti implicazioni per i Governi, le Organizzazioni per la conservazione e gli Accordi internazionali sulla biodiversità, suggerendo che strategie di conservazione efficaci dovrebbero combinareazioni come la protezione degli habitat, lamitigazione del clima, lariduzione dell’inquinamentoe ilcontrollo delle specie invasive, piuttosto che concentrarsi su singole minacce isolate.
Immagine di copertina: fonte European Wilderness Society
