Cambiamenti climaticiDiritto e normativa

Migrazioni ambientali e crisi climatiche: i dati di “Le rotte del Clima”

Il report “Migrazioni ambientali e crisi climatica”, curato dall’Associazione A Sud, con la collaborazioni del vasto partenariato multidisciplinare del Progetto “Le Rotte del Clima” che ha raccolto le storie di 348 emigrati arrivati in Italia, evidenzia come la crisi climatica non sia solo un acceleratore, ma in molti casi è una delle cause principali della migrazione forzata.

Sebbene di difficile emersione con gli strumenti di indagine ad oggi in uso, I fattori climatici e ambientali hanno una loro rilevanza nella scelta di migrare e si sommano agli altri fattori determinanti quale acceleratore o principale causa dello spostamento forzato.

È quanto emerge dalProgettoLe Rotte del Clima”, promosso dal Centro Studi Systasis conun vasto partenariato multidisciplinare (Amapola;ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione;A Sud;EuCliPa.IT;Fondazione Casa Della Carità Angelo Abriani;Fondazione ISMU – Iniziative e Studi sulla Multietnicità;HRIC – Human Rights International Corner;Klimatfest;Nucleo di Ricerca sulla Desertificazione dell’Università di Sassari(NrdUniss); Panafricando;Popoli Insieme;Progetto Accoglienza Firenze;Rete Legalità per il Clima; RUEBES(Research Unit on Everyday Bioethics and Ethics of Science);Sa Domo De Totus Sassari;Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa;The Sensing for Justice project(SensJus);Tribunale di Milano;WeWorld) e realizzato attraverso un finanziamento diFondazione Cariplo di durata triennale, da gennaio 2023 al dicembre 2025.

L’obiettivo del Progetto èapprofondire la complessità del fenomeno legato alle migrazioni climatiche e ambientali anche attraverso la raccolta di dati direttamente dalle persone migranti in arrivo in Italia, tramite un lavoro di raccolta dati sul campo basato sull’ascolto dei racconti di 348 migranti, per lo più provenienti dal Bangladesh, coinvolti in prima persona nell’indagine, e la successiva analisi multidisciplinare dei risultati ottenuti.

La sperimentazione condotta rileva che tra le persone migranti intervistate e che hanno risposto alla domanda sullaragione per cui hanno abbandonato il loro paese, il 69% di coloro che hanno indicato la scelta migratoria legata a ragioni di studio, lavoro e per migliorare le proprie condizioni di vita, generalmente considerati “migranti economici”, dichiarano il peggioramento delle condizioni climatiche quale concausa dello spostamento

I risultati completi della ricerca sono contenuti nelreportMigrazioni ambientali e crisi climatica – Edizione Speciale Le Rotte del Clima”, curato dall’associazione A Sude  presentato il 23 gennaio 2025,

Il report è diviso in quattro sezioni; la prima è un focus sulla ricerca, la seconda è pensata come un handbook per chi lavora nel campo delle migrazioni; la terza è dedicata ai contributi di approfondimento; la quarta infine contiene le raccomandazioni emerse– ha affermatoMarica Di Pierri, curatrice del report assieme aMaria Marano, a capo del programma Migrazioni Ambientali dell’Associazione –L’intera pubblicazione invita il lettore ad allargare l’orizzonte di comprensione della complessità delle migrazioni contemporanee, che trovano nella crisi climatica un filo rosso che le attraversa. L’auspicio è che possa diventare un vero e proprio strumento di lavoro nelle mani di operatori sociali, giuristi, attivisti, ricercatori che operano nel campo delle migrazioni. È solo attraverso nuovi strumenti di lettura e di lavoro che possiamo pensare di raggiungere un grado di consapevolezza tale da far uscire dal limbo in cui sono relegati i migranti climatici e ambientali”.  

Dall’analisi delle storie raccolte il risultato che ne deriva è complesso.Il sommarsi di cause diverse e tra loro interconnesse che portano alla decisione di lasciare il Paese di origine rende difficile l’isolamento del motivo climatico-ambientale.

Questa difficoltà è dovuta anche alla scarsa consapevolezza da parte del migrante stesso circa l’incisività del fattore climatico-ambientale sulla propria condizione che, di conseguenza, difficilmente è da subito evidenziato nella storia raccontata.  Ciononostante, attraverso la descrizione di quello che è il fenomeno del cambiamento climatico e dei suoi effetti e la spiegazione di cosa sono i disastri ambientali,gli intervistati hanno riconosciuto nella maggior parte dei casi la loro condizione di migranti climatici.

Ad esempio, per quanto riguardai cittadini del Bangladesh, che rappresentano una percentuale rilevante del campione, ricorrente è stato il racconto della distruzione, causata da eventi climatici estremi, di case, edifici o beni da cui dipendeva la sussistenza propria o della famiglia, della presenza di rifiuti urbani e industriali pressoché ovunque e dell’assenza di qualsiasi intervento statale. Altresì, nel caso del Pakistan i soggetti intervistati hanno riconosciuto i disastrosi effetti delle ricorrenti alluvioni in aggiunta agli elevatissimi livelli di inquinamento, mentre i cittadini degliStati dell’Africa dell’est hanno individuato l’inquinamento delle acque e la presenza massiccia di rifiuti come motivi ulteriormente peggiorativi della qualità della vita lì condotta. A questo vengono poi generalmente collegate la perdita della propria abitazione, del bestiame o l’impossibilità di coltivare campi che, unitamente a situazioni di povertà estrema e violenza (cui si ricollega il tema del debito) o di aiuti da parte dello stato, influiscono sulla decisione di partire.

In conclusione, quello che si deduce dalle esperienze ascoltate è che ildisastro climatico o ambientale ha una sua rilevanza, sebbene di difficile emersione con gli strumenti di indagine ad oggi in uso, e si somma agli altri fattori determinanti la migrazione, quale motivo acceleratore o principale dello spostamento forzato.

Alla luce delle considerazioni emerse dalle storie personali dei migranti intervistati e della rilevanza che le componenti climatiche e ambientali hanno rivestito nella decisione a lasciare il proprio Paese, tra le numerose indicazioni formulate dalle realtà coinvolte nella ricerca, si anticipano le seguentiraccomandazioniche appaiono fondamentaliper disegnare politiche migratorie in grado di declinare una protezione dei migranti climatici in maniera più sistematica, piena ed esplicita.

Incrementare la conoscenza e la consapevolezza del fenomeno della migrazione indotta da fattori climatico-ambientali, documentare e valorizzare i fattori climatico-ambientali.
È innanzitutto fondamentale aumentare la consapevolezza dei migranti sui loro diritti, sul ruolo che i driver climatico-ambientali hanno svolto nella decisione di intraprendere il percorso migratorio e la capacità di documentazione dei fenomeni occorsi nel Paese e nell’area di provenienza per poter aver accesso alle protezioni ad oggi disponibili. Gli avvocati, i giudici, gli operatori del settore e le Commissioni Territoriali dovrebbero documentare e valorizzare l’importanza dei fattori climatici e ambientali nell’amplificare la portata di condizioni che compromettono la tutela dei diritti fondamentali e della dignità della persona tali da essere causa o concausa dei processi migratori. Inoltre, la ricerca scientifica sul nesso tra cambiamento climatico, degrado ambientale e migrazione dovrebbe prediligere approcci qualitativi e multidisciplinari, nonché l’analisi sociologica delle percezioni.

Assicurare la considerazione dei fattori di rischio climatico-ambientali per l’accesso alla protezione giuridica.
In linea con le recenti pronunce giurisprudenziali si raccomanda l’applicazione dello status di rifugiato o della protezione umanitaria e dunque sussidiaria ai migranti che affrontano rischi climatico-ambientali laddove sia dimostrato che chi fugge da devastazioni ambientali si trova nella stessa situazione di vulnerabilità e impossibilità di esercitare i propri diritti fondamentali al pari di un rifugiato politico o di coloro che scappano da guerre e conflitti. A questo fine, è necessario contrastare il ricorso a procedure accelerate di esame delle domande di protezione internazionale e al concetto di Paese d’origine sicuro che costringono le possibilità di ricostruire i nodi e i nessi di violazione dei diritti ai fattori climatico-ambientali.

Sviluppare politiche che tengano in considerazione la causa climatico-ambientale della migrazione, con particolare attenzione all’intersezionalità di genere.
È fondamentale rafforzare e rendere efficaci piani di prevenzione dei disastri naturali e politiche di adattamento al cambiamento climatico, destinando capacità e risorse a infrastrutture e servizi minimi essenziali resilienti al clima. I piani di adattamento al cambiamento climatico (in Italia il PNACC) dovrebbero prevedere e governare le dinamiche di mobilità umana non come emergenza, bensì come progettualità di futuri riassetti residenziali della popolazione. Considerare la causa o concausa climatico-ambientale nelle politiche migratorie permetterebbe di apprezzare la migrazione come strategia di adattamento agli impatti negativi della triplice crisi ambientale (clima, inquinamento, biodiversità) sulle comunità e sui territori. Ciò dovrebbe passare per l’abbandono delle politiche di esternalizzazione e securitizzazione delle frontiere, garantendo al contrario l’accesso al territorio e alla protezione a tutte le persone in movimento.

Promuovere una corretta informazione e comunicazione pubblica sul nesso tra migrazione e cause climatico-ambientali, come presupposto per adeguate politiche di inclusione fondate su una cittadinanza globale solidale e coesa. Infine, si raccomanda di adottare un approccio olistico e intersezionale che tenga conto delle specifiche vulnerabilità delle donne e dei minori, promuovendo dati e politiche di adattamento sensibili al genere e supportando l’empowerment delle donne attraverso la formazione professionale, l’istruzione e la conoscenza degli impatti del cambiamento climatico sulla loro vita.

Negli ultimi anni sono stati fatti dei passi in avanti nel riconoscere il legame, sempre più stretto e complesso, tra crisi climatica e migrazioni forzate, anche grazie al lavoro congiunto di realtà come quelle coinvolte nelle ‘Rotte del Climaha sottolineato l’altra curatrice del report,Maria Marano – Resta ancora tanto da fare per una vera e propria integrazione normativa. Un nodo cruciale in questo rimane la necessità della presa di coscienza. Un’assunzione di responsabilità da parte dei Paesi industrializzati rispetto a quelle che sono le logiche scellerate del modello di sviluppo economico e culturale dominante. Un sistema che subordina la natura e i diritti delle persone (nel Sud del mondo quanto nelle periferie del Nord) al profitto e che ci pone domande forti, legate alla sopravvivenza stessa dell’uomo sulla Terra a prescindere dalle coordinate geografiche”.

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