23 Gennaio 2022
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Inverno 2019-2020: tra gli inverni italiani più caldi e aridi di sempre

Secondo i dati forniti dall’ISAC-CNR, l’inverno 2019-2020 (dicembre-febbraio) è risultato uno dei più caldi (secondo solo a quello del 2006-2007) e aridi (la metà delle precipitazione medie del periodo) da quando si hanno disposizione le osservazioni meteorologiche.

Con una nota-stampa l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna (ISAC-CNR) ha comunicato che quello che si è concluso è stato uno degli inverni più miti e secchi per l’Italia da quando si hanno a disposizione le osservazioni meteorologiche.

L’inverno meteorologico (dicembre-gennaio febbraio) ha fatto registrare per l’Italia un’anomalia di +2,03 °C rispetto alla media del trentennio di riferimento 1981-2010, secondo solo all’inverno 2006-2007 (anomalia di +2,13 °C). Nello specifico:
– il mese di dicembre ha fatto registrare un’anomalia di +1.91 °C, il secondo più caldo dal 1800 ad oggi;
febbraio è risultato il più caldo da quando abbiamo a disposizione misure di temperatura, con un’anomalia di +2,76 °C;
gennaio, invece, chiude “solamente” al nono posto con un’anomalia di 1,42°C.

Temperature medie dell’inverno 2019-2020 (Fonte: ISAC-CNR)

Accanto alle temperature insolitamente alte, l’inverno 2019-2020 è stato caratterizzato da precipitazioni pesantemente sotto media:
– il mese di dicembre è rimasto nella media;
– a gennaio le precipitazioni di gennaio (-68%):
– a febbraio addirittura -80% a febbraio.

Così la cumulata sul trimestre invernale è risultata di poco al di sopra della metà di quello che piove di solito, facendo segnare un deficit del 43% rispetto alla precipitazione invernale media del trentennio di riferimento 1981-2010, chiudendo come l’ottavo inverno più secco dal 1800 ad oggi.
Il deficit risulta più contenuto al nord (-25%) grazie alle precipitazioni delle prime decadi di dicembre, mentre sale a -55% al sud dove l’inverno appena concluso risulta il più secco da quando si hanno le misurazioni.

I bollettini dell’Osservatorio sullo Stato delle risorse idriche dell’ANBI (Associazione Nazionale Bonifiche Irrigazioni Miglioramenti Fondiari) che raccoglie periodicamente i dati sulla situazione idrica, fin dall’inizio di febbraio segnalavano la sofferenza di molte regioni italiane.

Anche ora che ci sono state piogge di carattere primaverili che hanno ristorato in parte le campagne al Nord Italia, la periodica analisi fornita dall’ANBI, indica che la scarsità di precipitazioni accompagnata da temperature miti che anticipano i cicli colturali mette in maggiore difficoltà le regioni del Centro e, soprattutto, del Sud.

La situazione italiana ricalca quella dell’intera regione mediterranea che per effetto dei cambiamenti climatici si sta riscaldando più delle altre aree, con inverni sempre più aridi.

Un recente Studio condotto dall’ISAC-CNR, insieme all’Imperial College di Londra e all’Università di Reading (Gran Bretagna), ha rivelato i meccanismi con cui i cambiamenti climatici influenzano le regioni caratterizzate da clima mediterraneo.

Al contempo, ha constatato, con la modellazione utilizzata, che la riduzione delle emissioni, oltre ai benefici del contenimento del riscaldamento globale entro i +1,5 °C, comporterebbe vantaggi nell’immediato con un aumento delle precipitazioni nelle regioni a clima mediterraneo.

In copertina:La situazione del fiume Po (Fonte: ANBI)

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