23 Gennaio 2022
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Un futuro per i nostri fiumi: lanciata la Campagna del WWF Italia

Di fronte all’intensificarsi di piogge estreme che si abbattono sul nostro territorio, facendo esondare i fiumi, allagando città e campagne, distruggendo infrastrutture e causando vittime, il WWF Italia lancia una Campagna per una seria politica di adattamento ai cambiamenti climatici, fatta di tutela e ripristino dei servizi ecosistemici fluviali.

Nel corso del Convegno “Un futuro per i nostri fiumi. Dal dissesto, alla siccità, alla tutela degli ecosistemi d’acqua dolce: strategie per l’adattamento ai cambiamenti climatici” (Roma, 21 novembre 2019), il WWF Italia ha presentato il Dossier Liberiamo i fiumi. Rigeneriamo le città e i territori, documento di riflessione per costruire una strategia che possa mettere in sicurezza i corsi d’acqua italiani, messi a dura prova dagli effetti dei cambiamenti climatici estremi soprattutto nelle città, partendo dalla “natura’”.

Oggi le città affrontano una sfida difficile, ovvero come rispondere efficacemente ai cambiamenti climatici, riducendo gli impatti del rischio idrogeologico, attraverso una buona gestione degli ecosistemi fluviali, tra i più minacciati sul Pianeta.

Secondo il Rapporto di “Valutazione della situazione delle acque europee” dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA)  il 60% delle acque europee non versa in buono “stato di salute” e in Italia non si sta meglio visto che solo il 43% dei fiumi è in “buono stato ecologico”, come richiesto nella Direttiva Quadro Acque (2000/60/CE), mentre i laghi sono solo al 20%.

I fiumi, sottolinea il WWF, sono stati in gran parte “canalizzati”, sbarrati da dighe e altri ostacoli che ne hanno interrotto la continuità, sbancati dei loro boschi ripariali, dragati nei loro alvei. Il prelievo d’acqua per le irrigazioni è avvenuto in modo insostenibile, eccessivo e con scarichi inquinati; molti centri abitati non hanno ancora sistemi di depurazione e fognari adeguati e, per tutto ciò, la Commissione UE ha avviato diverse procedure d’infrazione.

Il cemento e gli sbarramenti lungo in fiumi, adottati finora come “finta soluzione di sicurezza” al pericolo alluvioni, sono dei veri e propri moltiplicatori del rischio: negli ultimi 50 anni negli ambiti fluviali, attraverso le varie forme di urbanizzazione, si è consumato suolo per circa 2.000 km2, qualcosa come circa 310.000 campi da calcio. Eppure in questo arco di tempo non sono servite da lezione nessuna delle tante tragedie che hanno segnato la storia del territorio italiano.

Un caso emblematico, citato nel Dossier, è proprio quello di Longarone, la città tristemente nota per la tragedia del Vajont che nel 1963 fece quasi 2.000 vittime. L’area urbanizzata di Longarone prima di essere spazzata via, si sviluppava su 59 ettari, ma con la successiva ricostruzione questa superficie si è praticamente quadruplicata. I tre quarti dell’urbanizzato, soprattutto le grandi zone commerciali e industriali, sono state collocate vicino all’alveo fluviale, spesso in aree individuate dall’autorità di bacino come ad “elevata” o “media pericolosità”.

I fiumi sono una cartina tornasole del consumo di suolo: la mancanza di un’efficace pianificazione strategica ha consentito ai quasi .8000 comuni italiani di svilupparsi spesso in modo autonomo, rispetto al contesto territoriale a cui appartengono, e in modo scoordinato tra loro, esponendo i propri cittadini a una serie di rischi assolutamente non trascurabili.

Solo in Liguria quasi un quarto del suolo (23,8%) costruito entro la fascia di 150 metri dagli alvei fluviali, è stato occupato tra il 2012 e il 2015. Si è costruito non solo a ridosso, ma dentro gli alvei. Secondo il Rapporto dell’ISPRA su Consumo di suolo la cementificazione prosegue senza sosta, anche nelle aree già compromesse, e le aree di espansione dei fiumi entro la fascia dei 150 metri sono tra quelle dove il consumo di suolo è maggiore. Il Trentino Alto Adige ha incrementato del 12% il consumo nelle fasce fluviali, il Piemonte del’9%, l’Emilia Romagna con dell’8,2%, la Lombardia dell’8% o la Toscana del 7,2%. Considerando l’assetto demografico dei territori che ricadono in fasce soggette alla pericolosità delle alluvioni (categoria media ed elevata), possiamo dire che vi sono oltre 7,7 milioni di italiani a rischio alluvioni.

Pe cercare di contenere ed invertire questo trend sarà necessaria un’articolata, lunga e complessa azione che tenga conto della gigantesca dimensione sociale coinvolta; un’azione difficile ma indispensabile in quanto altrimenti, secondo la stima corrente, potrebbe raddoppiarsi in soli 10 anni l’odierna densità dell’urbanizzato “disperso”, con effetti ancora più irreversibili.

Nel Dosseier del WWF sono indicate delle best practices basate sulla natura (“nature based solution”) per recuperare le funzioni ecologiche del territorio che potrebbero essere riproposte nelle nostre città. Si tratta di casi di “sistemi di drenaggio urbano sostenibile” (Ruscello di Gohard, Nantes, Fiume Sprea, Berlino); “riqualificazione fluviale in città” (Fiume Marden, Calne (GB), Fiume Isar, Monaco, Fiume Ravensbourne, Londra, Rio Mareta, Vipiteno (BZ), Fiume Great Ouse, Milton Keynes (GB), Fiume Vidå, Tønder Danimarca),  torrente Lura in provincia di Como, Fiume Mayesbrook (GB), Fiume Gallego, Zuera (Spagna il progetto europeo horizon2020 “Clever Cities” (Milano, Amburgo,.Londra).

La rinaturazione, secondo il WWF, è indispensabile per favorire il sempre più urgente adattamento ai cambiamenti climatici, ma è anche conveniente: da alcuni studi, ad esempio, sull’industria della rinaturazione (restoration ecology) si evidenzia che gli effetti occupazionali totali vanno da 10,4 a 39,7 posti di lavoro per ogni milione di dollari investito, contro i 5,3 posti che ne supporterebbe l’industria petrolifera e del gas.

Nel corso del Convegno, il WWF ha ufficialmente lanciato la Campagna #LiberiAmoifiumi che intende sensibilizzare istituzioni e cittadini a cambiare l’approccio culturale verso i nostri ecosistemi d’acqua dolce, attraverso una più adeguata informazione, azioni di citizen science e attività di formazione diffusa per tecnici e funzionari pubblici. 

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