Il Rapporto delle Nazioni Unite sui rischi globali, basato sulle opinioni di oltre 1.300 stakeholder provenienti da governi, aziende, società civile e dal sistema ONU stesso, rivela che rispetto al primo sondaggio condotto nel 2024, la percezione dei rischi globali ha subìto una profonda trasformazione, portando le tensioni geopolitiche e i conflitti armati al centro delle preoccupazioni mondiali.
Nell’ambito dei rischi ambientali e di catastrofi, l’inazione sui cambiamenti climatici rimane il rischio globale più importante, nonostante i cambiamenti di percezione in altri contesti, e persiste un’elevata vulnerabilità ai rischi derivanti da calamità naturali, in parte perché la capacità di ridurli è ancora considerata debole.
Lo evidenzia ilRapporto“Global Risk 2026”, diffuso il 15 settembre 2026 in vista dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA81), frutto di un’indagine sui rischi condotta dal 19 febbraio al 24 aprile 2026 e basata sulle risposte di oltre1.300 stakeholder provenienti da governi, imprese, società civile e dal sistema delle Nazioni Unite, in tutte le regioni del mondo, che hanno analizzato28 rischi globali, suddivisi in5 gruppi(politico,tecnologico,economico,ambientaleesociale), valutando laprobabilitàdi ciascun rischio, la suagravità, larapiditàcon cui potrebbe manifestarsi, la preparazione delle istituzioni multilaterali ad affrontarlo e ifattori che favoriscono o ostacolano una risposta efficace.

Ne emerge che nell’ambito dei rischi ambientali e di catastrofi, l’inazione sui cambiamenti climatici rimane il rischio globale più importante, nonostante i cambiamenti di percezione in altri contesti, e persiste un’elevata vulnerabilità ai rischi derivanti da calamità naturali, in parte perché la capacità di ridurli è ancora considerata debole.
Lascarsità di risorse naturalie irischi derivanti da calamità naturalisono percepiti cometra i rischi più importanti, con questi ultimi che si classificanoal 15° posto su 28 per quanto riguarda la preparazione multilaterale. Inoltre, il rapporto rileva che lavolontà politica e le risorse finanziarie spesso seguono le priorità percepitee sottolinea cheun rischio non dovrebbe essere considerato risolto semplicementeperché, secondo gli intervistati, un altro rischio è emerso come prioritario. Gli intervistati ribadiscono chel’azione congiunta multi-governativa rimane di gran lunga il mezzo di prevenzione più efficace in tutte le categorie di rischio.
Tamburi di guerra
Rispetto all’analisi del 2024,la guerra su larga scala ha scalato 16 posizioni in classifica, registrando l’aumento più repentino di qualsiasi altro rischio presente nell’elenco. Oltre un terzo degli intervistati, il36%, ritiene che i suoi effetti potrebbero interessare una parte significativa dell’umanità entro un anno; il76% prevede che ciò avverrà entro sette anni.
Si tratta inoltre di una minaccia che il mondo sembra impreparato ad affrontare:la guerra su vasta scala è stato l’unico rischio a classificarsi tra i primi sei in tutte e quattro le categorie considerate dall’indagine: importanza, imminenza, interconnessione con altri pericoli e impreparazione delle istituzioni a reagire.
Due anni fa, minacce ambientali, disinformazione e pandemie dominavano la scena. Ora,al centro del dibattito si trovano tensioni geopolitiche, guerre e un indebolimento dello stato di diritto.
“I risultati sono sconcertanti– scrive nella Prefazione, il Segretario generale delle Nazioni UniteAntónio Guterres–I rischi politici sono passati in primo piano. La prospettiva di una guerra su vasta scala è considerata molto più importante e molto più imminente di quanto non lo fosse due anni fa. Al contempo,le istituzioni che dovrebbero intervenire sono percepite come meno capaci di agire”.

Nessuna regione immune
Il cambiamento è evidente ovunque.Le guerre su larga scala e le tensioni geopolitiche figurano ora tra le prime 10 minacce in ciascuna delle sette regioni prese in esame dall’indagine, e tra le prime 5 in sei di esse. Due anni fa, questi stessi rischi figuravano tra i primi cinque in una sola regione.
Le armi di distruzione di massasono entrate nella top 10 anche in Asia centrale e meridionale, Africa subsahariana e Oceania.
Nell’Asia orientale e sudorientale, sono cresciute le preoccupazioni per una possibilecrisi finanziaria globale, per gliaspetti negativi dell’intelligenza artificialee per ilcrescente potere delle aziende tecnologiche. Anche in Europa e Nord America i rischi legati all’intelligenza artificiale sono entrati nella top ten.
Al contrario,pandemie e minacce biologiche sono uscite dalla top 10 ovunque, un’inversione di tendenza netta rispetto a due anni fa, quando figuravano ancora tra i rischi più urgenti nell’Asia orientale e sudorientale, in America Latina e nei Caraibi e nell’Africa subsahariana.
Minacce interconnesse
Secondo il rapporto, nessun rischio esiste di per sé.La scarsità di risorse naturali, la frammentazione economica, la disinformazione e l’indebolimento delle istituzioni multilaterali innalzano la tensione geopolitica, rendendo più probabile una guerra su vasta scala.
Delle 705 correlazioni tra rischi individuate dall’indagine,il legame tra tensione geopolitica e guerra è risultato il più forte.

Allarme IA
Il rapporto dedica particolare attenzione all’intelligenza artificiale. Lepreoccupazioni relative all’IA, ad altre tecnologie di frontiera e alla concentrazione di potere che esse consentonosono cresciute notevolmente negli ultimi due anni, nonostante gli intervistati affermino che il sistema multilaterale sia il meno preparato ad affrontare le minacce tecnologiche.
Nel frattempo, il cambiamento climatico non è scomparso: l’inazione in merito rimaneil rischio più importante in assolutoe occupa un posto di rilievo in ogni regione, insieme allepreoccupazioni per la scarsità di risorse.
Gli autori del rapporto avvertono cheil fatto che altri rischi ambientali siano scivolati in fondo alla lista non significa che siano diventati meno pericolosi, ma solo meno visibili. E la visibilità è importante: i problemi che attirano meno attenzione spesso perdono anche i finanziamenti.
Lavorare insieme
Gli intervistati hanno indicato ladebolezza della governance e del coordinamento, lamancanza di consenso politicoe l’erosione della fiducia e della responsabilitàcome imaggiori ostacolialla gestione del rischio, insieme a una scarsa definizione delle priorità, alla resistenza da parte del pubblico, dei politici o delle imprese e alle lacune nei dati.
Inoltre,l’86% degli intervistati ha affermato che i finanziamenti per la riduzione del rischio sono semplicemente insufficienti, e il rapporto ha evidenziato come particolarmentesottofinanziati i rischi legati alle calamità naturalie ilrischio di collasso delle istituzioni multilaterali.
Nessuna sfera di cristallo
Le Nazioni Unite si premurano di presentare ilrapporto come un’istantanea delle percezioni piuttosto che una previsione. Gli intervistati continuano a ritenere che l’azione congiunta tra i governi sia di gran lunga il mezzo di prevenzione più efficace.
“Nessun Paese, nessuna azienda e nessuna istituzione può affrontare questi rischi da solo– conclude Guterres– Abbiamo il dovere, nei confronti delle generazioni presenti e future, di utilizzare questa consapevolezza con saggezza e di agire affinché la cooperazione può ancora tracciare una rotta più sicura. La scelta è nostra”.
