Inquinamenti e bonifiche

Palle di mare: oltre un terzo contiene plastica

Gli sferoidi di Posidonia oceanica, noti come “palle di mare”, che si formano sul fondale marino, sono bioindicatori naturali ed efficaci per il monitoraggio della contaminazione da microplastiche negli ecosistemi costieri, intrappolando milioni di frammenti di plastica durante la loro formazione, che possono essere trasportati fino alla riva.

Le palle di mare di Posidonia oceanica (aegagropili) molto comuni sulle spiagge del Mediterraneo, rivelano l’inquinamento da microplastiche nei mari: oltre una sfera su tre è contaminata da plastica, di cui quasi la metà è di dimensioni inferiori a 5 millimetri, con netta prevalenza di fibre sintetiche in prossimità degli impianti di depurazione, a dimostrazione delle pressioni antropiche sulla costa.

È quanto emerge dalloStudio The Role of Posidonia oceanica Spheroids in Assessing Microplastic Contamination in Coastal Ecosystems”, pubblicato sulla rivista internazionale peer-reviewed indicizzataEnvironments (MDPI)e condotto da due ricercatori italiani lungo13 siti della costa laziale.

Fonte:Environments (MDPI), 2026

I risultati mostrano che il34,9%delle oltre1.300 palle di mare,denominate anche “palle di Nettuno”, raccolte e analizzarecontenevano frammenti plastici, per un totale di1.415 particelle identificate, con una mediadi 3,1 elementi per sfera. Dal punto di vista dimensionale, il48,7%dei materiali rinvenuti è costituito damicroplastiche(inferiori a 5 millimetri), seguite damesoplastiche(29,6%) emacroplastiche(21,9%).

L’analisi morfologica evidenzia una netta prevalenza difilamenti e fibre sintetiche, mentre tra i polimeri più diffusi figuranonylone polietilene tereftalato (PET), quest’ultimo ampiamente utilizzato per il confezionamento di alimenti e bevande, seguiti da polietileneepolipropilene.

Le analisi spettroscopiche hanno inoltre rilevato segni evidenti di degradazione chimica, indicando chela maggior parte delle microplastiche deriva dalla frammentazione di materiali più grandi, a conferma della loro origine secondaria.

Tra i dati più significativi emerge anche la forte correlazione tra lapresenza di microfibre nelle sfere e la vicinanza agli impianti di trattamento delle acque reflue: questi sistemi di depurazione trattengono infatti solo in parte le microfibre sintetiche rilasciate durante il lavaggio domestico dei tessuti, raggiungendo il mare dove si depositano sui fondali.

Le palle di mare si formano naturalmente quando i residui fibrosi della Posidonia oceanica vengono modellati dalle correnti sul fondale e durante questo processo intrappolano i detriti e le plastiche presenti nel sedimento– ha spiegatoPatrizia MenegonidelLaboratorio ENEA di Biodiversità ed ecosistemi, che ha condotto l’analisi in collaborazione conLoris Pietrelli, delComitato Scientifico di Legambiente, già ricercatore ENEA –In pratica, funzionano come trappole naturali che, senza ricorrere a tecniche complesse o campionamenti invasivi, sono in grado di concentrare le plastiche presenti sul fondale, restituendoci un segnale chiaro dello stato di contaminazione dell’ecosistema costiero”.

Dal punto di vista della metodologia osservata, il protocollo di monitoraggio comprende laraccolta manuale sulle spiagge, l’apertura delle palle di mare, l’osservazione microscopicae l’identificazione dei polimeri con tecniche standardizzate.

L’aspetto innovativo è la trasferibilità del metodo che può essere replicato con facilità da laboratori ambientali e agenzie territoriali– ha sottolineato il co-autorePietrelliCosti contenuti, procedure standard e possibilità di applicazione su larga scala rendono il monitoraggio facilmente accessibile e comparabile nel tempo e nello spazio.

Fonte: Fonte:Environments (MDPI), 2026:

Sebbene l’applicazione delle palle di mare come bioindicatori dell’inquinamento da microplastiche sia ancora in una fase iniziale, lo studio dimostra il loro grande potenziale come strumento di monitoraggio semplice, economico e rilevante dal punto di vista ambientale per gli ambienti marini bentonici. Ulteriori ricerche sono necessarie per standardizzare le metodologie di campionamento e per correlare quantitativamente il contenuto di plastica nelle palle di mare con i livelli di contaminazione del fondale marino.

Infine, l’ampia disponibilità di palle di mare di Posidonia oceanica lungo le coste del Mediterraneo suggerisce promettenti opportunità per programmi di monitoraggio su larga scala. Le iniziative dicitizen scienceche prevedono la raccolta di palle di mare potrebbero integrare gli approcci di monitoraggio tradizionali, ampliando la copertura spaziale e al contempoaumentando la consapevolezza pubblica degli impatti ambientali associati all’inquinamento da plastica.

In un Mediterraneo considerato tra i bacini più esposti all’inquinamento plastico –ha concluso Menegoni –le praterie di Posidonia oceanica, già fondamentali per ossigenazione, stabilizzazione dei sedimenti e sequestro del carbonio, si rivelano in questo modo anche preziose alleate nella sorveglianza ambientale, trasformandosi in indicatori naturali e a basso costo, capaci di rivelare quanto la plastica sia ormai entrata stabilmente nei cicli ecologici dei nostri mari”.

Foto di copertina: Fonte ENEA

Articoli simili

Lascia un commento

* Utilizzando questo modulo accetti la memorizzazione e la gestione dei tuoi dati da questo sito web.