In concomitanza con l’avvio della COP29, Fondazione CESVI ha presentato la XIX edizione italiana dell’Indice globale della fame (GHI) da cui emerge che senza una rapida inversione di tendenza, nel 2030, ci saranno 582 milioni di persone ancora cronicamente denutrite, la metà in Africa. A fronte dell’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile di “Fame zero”.
Malnutrizione grave o allarmante in 42 Paesi. Obiettivo Fame Zero sempre più lontano. Necessario agire in maniera concreta e incisiva sul problema della fame, mettendo i diritti umani in primo piano nell’attuazione delle politiche sul clima, la nutrizione e i sistemi alimentari.
È il messaggio che viene dall’Indice Globale della Fame 2024(Global Hunger Index 2024) dal titolo “Come la giustizia di genere può contribuire alla resilienza climatica e all’obiettivo fame zero”, cheFondazione CESVI, Organizzazione umanitaria italiana curatrice dell’edizione italiana del Rapporto delle OngWelthungerhilfeeConcern Worldwide, organizzazioni umanitarie del network europeoAlliance2015– di cui anche CESVI è parte – e, da quest’anno, insieme anche a IFHV (Institute for International Law of Peace and Armed Conflict), ha presentato l’11 novembre 2024, in concomitanza dell’avvio a Baku della COP29.
Nel solo 2023 si sono verificate 399 catastrofi naturali, più di 1 al giorno. Questi eventi hanno provocato 86.473 morti e colpito 93,1 milioni di persone, causando 202,7 miliardi di perdite economiche. Gli eventi meteorologici estremi, in particolare, nell’ultimo anno hanno peggiorato i livelli di fame in 18 Paesi, facendo precipitare in condizioni di insicurezza alimentare acuta oltre 72 milioni di persone, 15 milioni in più rispetto al 2022.
Giunto alla XIX edizione, l’Indice Globale della Fame 2024 è uno strumento progettato permisurare e monitorare in modo completo la fame e la malnutrizione a livello globale, regionale e nazionale, con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza e la comprensione della lotta contro la fame e richiamare l’attenzione su quelle aree del mondo in cui i livelli di fame sono più alti e dove è maggiore la necessità di ulteriori sforzi per eliminarla.
Nel 2023, come ha rilevato ilSOFI, sono state 733 milioni (oltre 152 milioni in più rispetto al 2019) le persone che hanno sofferto la fame, una persona su 11 nel mondo e una su cinque in Africa. Mentre sono quasi 3 miliardi quelle che non hanno potuto permettersi una dieta sana a causa dell’aumento dei prezzi alimentari e della crisi del costo della vita.
“L’insicurezza alimentare acuta e il rischio di carestia sono in aumento e l’uso della fame come arma di guerra sta dilagando e alla base di questi dati allarmanti c’è uno stato di crisi permanente causato da conflitti diffusi, dal crescente impatto dei cambiamenti climatici, da problemi di ordine economico, dalle crisi del debito e dalle disuguaglianze– ha dichiaratoStefano Piziali, Direttore generale di CESVI – Intervenire è ancora possibile, anche se diventa sempre più urgente farlo in maniera rapida e strutturata. Alcuni Paesi hanno, infatti, dimostrato che il progresso è un obiettivo realizzabile: in Somalia, Bangladesh, Mozambico, Nepal e Togo, per esempio, si sono registrate notevoli riduzioni dei punteggi di GHI sulla malnutrizione, anche se la fame resta comunque un problema serio”.
Misurare la fame è complicato. Per utilizzare le informazioni del GHI in modo più efficace, è utile capire come vengono calcolati i punteggi GHI e cosa possono e non possono dirci.
Il punteggio GHI di ogni Paese è calcolato sulla base di una formula che combina4 indicatoriche insieme catturano la natura multidimensionale della fame.
– Denutrizione: la quota della popolazione con apporto calorico insufficiente.
– Arresto della crescita infantile: la percentuale di bambini di età inferiore ai cinque anni che hanno un’altezza ridotta per la loro età, che riflette la denutrizione cronica.
– Deperimento infantile: la quota di bambini di età inferiore ai cinque anni che hanno un peso ridotto rispetto alla loro altezza, che riflette una sottonutrizione acuta.
– Mortalità infantile: la quota di bambini che muoiono prima del quinto anno di età, riflettendo in parte la fatale combinazione di alimentazione inadeguata e ambienti insalubri.

Quest’anno il punteggio GHI del mondo è di 18.3, ovvero fame a livello moderato. In 6 Paesi (Somalia, Burundi, Ciad, Madagascar, Sud Sudan e Yemen), nonostante i miglioramenti in alcuni di essi, è stato riscontrato un livello di fame ancora allarmante e in ulteriori 36 un livello di fame grave.
“I progressi compiuti nella lotta contro la fame tra il 2000 e il 2016 dimostrano che un miglioramento sostanziale è possibile, anche in tempi ragionevoli – ha sottolineato Piziali –Purtroppo dal 2016, quando il punteggio GHI globale era 18.8, per il mondo nel suo complesso e per molti Paesi, i progressi si sono arenati e in alcuni Paesi si sono registrate addirittura delle inversioni di tendenza”.
In bendue terzi dei 130 Paesi esaminati nell’edizione 2024 del GHI, ladenutrizione non ha registrato miglioramenti o è addirittura aumentata. In particolare, in 22 Paesi con punteggi di GHI 2024 moderati, gravi o allarmanti, è stato rilevato un peggioramento rispetto al 2016 e in 5 Paesi (Venezuela, Siria, Libia, Giordania e Figi) addirittura anche rispetto al 2000. In base alle attuali proiezioni del GHI, al ritmo attuale, sono almeno 64 i Paesi che non raggiungeranno livelli di fame bassi, tanto meno l’obiettivo Fame Zero, entro il 2030. Si stima infatti che, con il ritmo attuale, nel 2030, 582 milioni di persone saranno ancora cronicamente denutrite, la metà delle quali in Africa; un numero paragonabile alla popolazione denutrita nel 2015, anno in cui il mondo si è impegnato a eliminare la fame entro il 2030.
Dal GHI emerge, inoltre, che l’insicurezza alimentare acuta si sta rapidamente aggravando, con condizioni di carestia in crescita, in diversi Stati e territori, tra cui Gaza, Sudan, Haiti, Burkina Faso, Mali e Sud Sudan e chesolo in un numero ridotto di Paesi(Bangladesh, Mongolia, Mozambico, Nepal, Somalia e Togo)sono stati registrati miglioramenti significativi, sebbene continuino ad essere presenti livelli di fame troppo elevati.
In America Latina e Caraibi il rallentamento della crescita è aumentato anche tra il 2016 e il 2023, con situazioni critiche nei territori di Haiti, Brasile e Argentina. Haiti, in particolare, è tra i paesi con i maggiori aumenti nei punteggi GHI tra il 2016 e il 2023, principalmente a causa dell’aumento della malnutrizione: i livelli di fame stanno aumentando drasticamente, mentre il Paese affronta una serie di shock concomitanti, tra cui piogge irregolari, inflazione e turbolenze politiche che hanno generato violenze delle bande e sfollamenti interni.
Oltre a valutare le tendenze e ad analizzare i livelli della fame, il report GHI di quest’anno approfondiscel’importanza di affrontare la disuguaglianza di genere per raggiungere la resilienza climatica e l’obiettivo Fame Zero.
«La disuguaglianza di genere è una delle minacce più pervasive allo sviluppo sostenibile e alla realizzazione del diritto al cibo e le donne sono infatti protagoniste di un vero e proprio paradosso: sono oltre il 60%delle persone che soffrono la fame pur essendo un pilastro della sicurezza alimentare delle loro famiglie– – ha aggiunto Piziali – Oltre il 43% della forza lavoro agricola nei Paesi in via di sviluppo è infatti femminile, anche se le donne possiedono una minima percentuale delle terre agricolee hanno accesso limitato a risorse come sementi, fertilizzanti e credito”.
L’insicurezza alimentare delle donne si ripercuote sui bambini. La malnutrizione infantile è infatti strettamente correlata a quella materna, perpetuando un ciclo intergenerazionale di fame e povertà che colpisce i bambini già nei primi giorni di vita o ancor prima della nascita: oltre 9 milioni di donne e ragazze soffrono di malnutrizione acuta in gravidanza e durante l’allattamento. La situazione peggiora ulteriormente con la crescita: sono oltre 36 milioni i bambini sotto i 5 anni malnutriti e tra questioltre 9 milioni soffrono di malnutrizione grave e hanno quindi bisogno di cure urgenti.
Dal GHI 2024 emerge che la giustizia di genere, essenziale per un futuro equo e sostenibile, si basa su riconoscimento (modifica delle norme di genere discriminatorie), ridistribuzione (assegnazione di risorse e opportunità per correggere le disuguaglianze di genere) e rappresentanza (ridurre il divario di genere nella partecipazione delle donne alla politica e nei processi decisionali): per ottenere un cambiamento reale, ècruciale garantire alle donne l’accesso alle risorse e affrontare le disuguaglianze strutturali come le dinamiche di classe e il controllo delle imprese sui sistemi produttivi.

Sebbene i punteggi GHI siano migliorati significativamente negli ultimi due decenni, l’Africa a sud del Sahara e l’Asia meridionale restano le regioni con i livelli di fame più alti del mondo, con punteggi GHI rispettivamente di 26,8 e 26,2 (livello grave).
L’Africa subsahariana registra le percentuali più elevate di denutrizione e mortalità infantile. Tra il 2016 e il 2023, la denutrizione è aumentata soprattutto in Africa occidentale e centrale, a causa di conflitti e crisi economiche. Nel 2022, il 72% della popolazione non poteva permettersi una dieta sana, il tasso più alto al mondo. Inoltre, in cinque Paesi della regione, oltre 1 bambino su 10 muore prima dei cinque anni, ed è l’area che detiene il più alto tasso di mortalità neonatale globale (40%). A questo si aggiungono le conseguenze dei cambiamenti climatici che hanno ridotto la produttività agricola del 34% dal 1961 nella regione. In Zimbabwe e Zambia una delle peggiori siccità mai registrate ha devastato le colture di sussistenza. Analogamente, molti paesi dell’Africa orientale hanno sperimentato la siccità più grave degli ultimi 40 anni, che ha portato a mancati raccolti, perdite di bestiame, riduzione della disponibilità d’acqua e un aumento dei conflitti.
L’alto livello regionale di fame dell’Asia meridionale è determinato in gran parte dall’aumento della denutrizione e sottonutrizione infantile a livelli costantemente alti, provocata alla scarsa qualità della dieta, dalle difficoltà economiche e dal crescente impatto delle calamità naturali. La regione detiene il tasso più alto di deperimento infantile di tutte le regioni del mondo. In Afghanistan, la sicurezza alimentare è peggiorata dal 2016 a causa del conflitto, dell’instabilità economica e dei disastri che hanno colpito l’agricoltura e gli aiuti. Il Paese ha registrato un aumento significativo della denutrizione e uno dei più alti tassi di arresto della crescita infantile, pari solo al Niger. Il Pakistan è colpito da un’alta inflazione, deficit fiscali e calamità naturali. Le inondazioni estreme del 2022, legate ai cambiamenti climatici, hanno ulteriormente aggravato la crisi alimentare.
“Dal GHI emerge con forza che non c’è più è improcrastinabile agire in maniera concreta e incisiva sul problema della fame, mettendo i diritti umani in primo piano nell’attuazione delle politiche sul clima, la nutrizione e i sistemi alimentari– ha concluso Piziali –In particolare, come emerge dalle raccomandazioni strategiche contenute nel rapporto è fondamentale rafforzare il senso di responsabilità nei confronti del diritto internazionale e l’applicabilità del diritto a un’alimentazione adeguata, promuovere approcci trasformativi di genere ai sistemi alimentari e alle politiche e programmi climatici e fare investimenti che integrino e promuovano la giustizia di genere, climatica e alimentare, ridistribuendo le risorse pubbliche in modo da correggere le disuguaglianze strutturali”.
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