4 Dicembre 2022
Biodiversità e conservazione Flora

Foreste pluviali: continua la distruzione nonostante gli impegni alla COP26

Sono stati diffusi dal Global Forest Watch del World Resource Institute i dati aggiornati sulla situazione delle foreste globali, da cui emerge che, seppure in lieve calo, è continuata la perdita delle foreste pluviali nel corso del 2021, con l’aggiunta di quella di foreste boreali, a causa degli incendi sviluppatisi in Siberia per effetto delle temperature eccezionalmente elevate correlate ai cambiamenti climatici.

Nel corso del 2021 i tropici hanno perso circa 11,1 milioni di ettari di copertura arborea, di cui 3,75 milioni di ettari sono scomparsi nelle foreste umide intatte o primarie, aree di importanza critica per lo stoccaggio del carbonio e la biodiversità, pari a 2,5 Gt di emissioni di anidride carbonica, equivalenti a quelle annuali da combustibili fossili dell’India. Tutto ciò, nonostante 143 Paesi abbiano sottoscritto la Dichiarazione della COP26 a Glasgow che impegnaa porre fine alla deforestazione in questo decennio.

Il dato emerge dall’aggiornamento dei dati satellitari diffusi nel corso di un webinar il 28 aprile 2022 dalla piattaforma Global Forest Watch del World Resource Institute (WRI), di cui fanno parte circa 40 organizzazioni, che, utilizzando i dati satellitari di Google Earth, di altre fonti ufficiali e anche informazioni inserite dagli utenti (crowdsourcing), permette di avere in tempo quasi reale la situazione delle foreste in ogni angolo del globo.

È vero che gran parte del disboscamento è avvenuta prima del Vertice di Glasgow, tuttavia la perdita negli ultimi anni è stata costantemente elevata, tanto da lasciare intravedere quanto sarà impegnativo raggiungere l’obiettivo prefissato. Frances Seymour, Ricercatrice senior del WRI e una delle maggiori autorità mondiali sullo sviluppo sostenibile, ha affermato che i dati del 2021 dovevano essere presi come riferimento per valutare gli impegni della COP26, sottolineando la necessità di un’azione senza precedenti.

Abbiamo 20 anni di dati che mostrano la persistente perdita annuale di milioni di ettari di sole foreste tropicali primarie – ha sottolineato la Seymour – Ma abbiamo meno di 10 anni per azzerare la situazione. Sapevamo già che tali perdite sono un disastro per il clima. Sono un disastro per la biodiversità. Sono un disastro per i popoli indigeni e le comunità locali”.

Il Brasile ha rappresentato il 40% di perdita della foresta primaria tropicale in via di estinzione lo scorso anno, un’area di 1,5 milioni di ettari, in leggero calo rispetto al 2020. Tuttavia, sono aumentate le perdite non legate agli incendi, che di solito è un segno di espansione agricola. 

Uno Studio pubblicato lo scorso marzo e condotto da ricercatori europei ha lanciato l’allarme che l’Amazzonia si sta avvicinando a un punto di svolta che potrebbe vederla trasformarsi in savana.

La Repubblica Democratica del Congo, dove la povertà è uno dei principali fattori di deforestazione, ha avuto il secondo più alto disboscamento di foreste tropicali, con 0,5 milioni di ettari. 

La Bolivia, a sua volta, ha visto il suo tasso di perdita il più alto degli ultimi 20 anni di record satellitari moderni, con 0,3 milioni di ettari, a causa dell’agricoltura e degli incendi, anche nelle aree protette.

In Indonesia, la perdita di foresta tropicale primaria è diminuita di un quarto rispetto ai livelli del 2020, segnando il quinto anno consecutivo di tassi in calo. Un altro anno di declino,  è un segnale che il Paese è sulla giusta direzione per incontrare alcuni dei suoi impegni sul clima (NDC)  che prevedono di ridurre le emissioni nel settore forestale e dell’uso del suolo in modo che diventino un pozzo netto di carbonio entro il 2030

L’anno scorso anche le foreste boreali, principalmente in Russia, hanno subito una perdita record a causa della peggiore stagione di incendi verificatisi in Siberia, con più di 8 milioni di ettari che sono andati in fumo. Il clima più caldo e più secco correlato ai cambiamenti climatici ha determinato condizioni favorevoli ad incendi, al prosciugamento delle torbiere e allo scioglimento del permafrost. La vasta area di torbiere della Siberia, la più grande del mondo, immagazzina enormi quantità di carbonio, che viene rilasciato nell’atmosfera quando la torba si asciuga. Lo scioglimento del permafrost rilascia anche carbonio e metano immagazzinati. Queste condizioni possono rappresentare una nuova normalità, con un impatto sulle persone che vivono in Siberia e creando un circuito di feedback in cui l’aumento degli incendi e delle emissioni di carbonio si rafforza a vicenda e porta a un peggioramento delle condizioni.  

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