Le foreste sono considerate alleate fondamentali nella lotta al cambiamento climatico, ma non sempre più alberi significano un clima più fresco, come ha rilevato uno studio coordinato dall’ETH di Zurigo, con la partecipazione del Cnr-Isafom di Perugia, mostrando che l’effetto delle foreste dipende anche dal tipo di specie e dalle caratteristiche locali.
La conversione da conifere a latifoglie nelle aree attualmente boschive può fornire raffreddamento per gli estremi caldi estivi (ad esempio, riducendo la temperatura massima media giornaliera mensile di luglio sull’Europa continentale di 0,6 °C). e anche mitigare gli impatti indesiderati sul riscaldamento della forestazione con l’attuale composizione forestale nella maggior parte d’Europa, invertendo gli effetti sulla temperatura massima media giornaliera mensile di luglio sull’Europa continentale da +0,3 °C a -0,7 °C.
È il risultato dello Studio “Conversion from coniferous to broadleaved trees can make European forests more climate-effective”, pubblicato il 29 ottobre 2025 su Nature Communications e coordinato dal Politecnico di Zurigo (ETH), al quale ha partecipato l’Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche di Perugia (Cnr-Isafom), all’interno del Progetto europeo Horizon Europe “ForestNavigator”, per valutare il potenziale di mitigazione climatica delle foreste e dei settori forestali attraverso la modellazione di solidi percorsi politici, allineati agli obiettivi climatici a medio (2030) e lungo termine (2050).
Le foreste europee coprono poco più del 30% del territorio continentale e sono considerate alleate fondamentali nella lotta al cambiamento climatico. Tuttavia, lo studio evidenzia che più alberi e più foreste non comportano necessariamente un clima più fresco. L’effetto dipende anche dal tipo di specie e dalle caratteristiche locali.
Il lavoro integra aspetti biogeochimici (assorbimento di carbonio) con quelli biofisici (riflettività, evaporazione e scambi di calore), in modo da disegnare strategie più efficaci per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico, ed evidenzia come in molte regioni europee, l’espansione forestale possa talvolta contribuire al riscaldamento locale invece che al raffreddamento. È il caso, ad esempio, delle foreste di conifere che, avendo una chioma più scura, assorbono una quantità di energia solare maggiore rispetto a pascoli o campi coltivati. Questo minor riflesso della radiazione solare riduce l’effetto rinfrescante legato all’evaporazione.
“Siamo abituati a pensare alle foreste come soli serbatoi di carbonio – ha spiegato Alessio Collalti responsabile del Laboratorio modellistica forestale del Cnr-Isafom di Perugia, e responsabile scientifico del Cnr all’interno del progetto “ForestNavigator”, nonché coautore dello studio – Ma il loro effetto sul clima è più complesso: oltre a catturare CO₂ atmosferica, le foreste influenzano la temperatura dell’aria e la sua umidità così come la riflettività della superficie terrestre”.
Per indagare queste dinamiche, il team di ricerca ha utilizzato il modello climatico regionale COSMO-CLM2, simulando il clima europeo tra il 2015 e il 2059 in diversi scenari di gestione forestale. Confrontando l’afforestazione, cioè il processo con cui vengono piantati alberi in aree dove non era originariamente presente alcuna forma di foresta, e la riforestazione tradizionale con scenari di conversione delle conifere in latifoglie, si è scoperto che la scelta delle specie può modificare in modo significativo la risposta climatica del territorio.
“I risultati sono chiari: sostituire le conifere, come pini e abeti, con latifoglie, come faggio o quercia, può ridurre la temperatura media massima giornaliera di luglio fino a 0,6 °C su larga scala – ha sottolineato Collalti – Quando la conversione è combinata con nuove piantagioni, il riscaldamento previsto di +0,3 °C può trasformarsi in un raffreddamento di –0,7 °C. Una differenza di pochi decimi di grado può sembrare minima, ma durante le ondate di calore può fare la differenza in termini di salute pubblica, stress agricolo e domanda energetica”.

Questi risultati hanno implicazioni dirette per le politiche climatiche europee ed evidenziano che strategie di forestazione (sia afforestazione che riforestazione), come l’iniziativa europea che prevede di piantare 3 miliardi di alberi in più nell’UE entro il 2030, dovrebbero superare la logica puramente quantitativa e considerare quali specie piantare e dove, poiché non tutte le foreste apportano gli stessi benefici climatici.
“Riconsiderare la composizione delle foreste europee non è semplice, richiede pianificazione a lungo termine, nuovi approcci gestionali e un coordinamento tra politiche europee e nazionali – ha proseguito il ricercatore- Ma i benefici potenziali, maggiore resilienza, biodiversità e capacità di raffreddamento, rendono questo cambiamento una priorità”.
In un’Europa che si riscalda sempre di più, lo studio dimostra che la scelta delle specie giuste è fondamentale per una buona gestione: “Le foreste sono attori attivi del sistema climatico, capaci di amplificare o mitigare il riscaldamento a seconda di come vengono gestite”, ha concluso Collalti.
In copertina: Foreste di querce nell’Italia centrale (Foto: Alessio Collalti).
