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Consumo di suolo: cementificati nel 2019 altri 57,5 Kmq di territorio

I dati del Rapporto ISPRA/SNPA sul consumo di suolo in Italia confermano la criticità nelle zone periurbane e urbane, in cui si rileva un continuo e significativo incremento delle superfici artificiali, ma sono interessate anche le aree protette e quelle a rischio idrogeologico e sismico.

È stato presentato oggi (22 luglio 2020) in diretta live il Rapporto ISPRA/SNPAConsumo di suolo: dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Ed.2020” che fornisce il quadro aggiornato dei processi di trasformazione del territorio, dello stato di degrado e dell’impatto del consumo di suolo sul paesaggio e sui servizi ecosistemici.

I dati di quest’anno confermano la criticità del consumo di suolo nelle zone periurbane e urbane, in cui si rileva un continuo e significativo incremento delle superfici artificiali, con un aumento della densità del costruito a scapito delle aree agricole e naturali, unitamente alla criticità delle aree nell’intorno del sistema infrastrutturale, più frammentate e oggetto di interventi di artificializzazione a causa della loro maggiore accessibilità.

Avanzano fenomeni quali la diffusione, la dispersione, la decentralizzazione urbana da un lato e, dall’altro, la densificazione di aree urbane, che causa la perdita di superfici naturali all’interno delle nostre città, superfici preziose per assicurare l’adattamento ai cambiamenti climatici in atto. Tali processi riguardano soprattutto le aree costiere e le aree di pianura, mentre al contempo, soprattutto in aree marginali, si assiste all’abbandono delle terre e alla frammentazione delle aree naturali.

Nell’ultimo anno, le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 57,5 kmq , ovvero, in media, circa 16 ettari al giorno. Un incremento che, purtroppo, non mostra segnali di rallentamento e che, in linea con quelli rilevati nel recente passato, fa perdere al nostro Paese quasi 2mq di suolo ogni secondo.

La velocità del consumo di suolo è ancora molto lontana dagli obiettivi europei, che prevedono l’azzeramento del consumo di suolo netto (Land Degradation Neutrality – LDN), ovvero il bilancio tra il consumo di suolo e l’aumento di superfici naturali attraverso interventi di demolizione, deimpermeabilizzazione e rinaturalizzazione.

L’impermeabilizzazione è quindi cresciuta, complessivamente, di 22,1 kmq, considerando anche il nuovo consumo di suolo permanente. Ogni abitante del nostro Paese oggi ha in “carico” 355 mq di superfici occupate da cemento, asfalto o altri materiali artificiali, un valore che cresce di quasi 2 mq l’anno.

I dati confermano che il rallentamento del consumo di suolo è, di fatto, terminato e che si continua a incrementare il livello di artificializzazione e di conseguente impermeabilizzazione del territorio, causando la perdita, spesso irreversibile, di aree naturali e agricole. Tali superfici sono state sostituite da nuovi edifici, infrastrutture,

Il Veneto, con +785 ettari, è la regione che nel 2019 ha consumato più suolo (anche se meno del 2017 e del 2018), seguita da Lombardia (+642 ettari), Puglia (+625), Sicilia (+611) ed Emilia-Romagna (+404).

La Valle d’Aosta, con solo 3 ettari di territorio impermeabilizzato nell’ultimo anno, è la prima regione italiana vicina all’obiettivo di neutralità di consumo di suolo.

A livello comunale, Roma, con un incremento di suolo artificiale di 108 ettari, si conferma il comune italiano con la maggiore quantità di territorio trasformato in un anno (arrivando a 500 ettari dal 2012 ad oggi), seguito Uta (Prov. di Cagliari, +58 ettari) e Catania (+48 ettari). Va meglio a Milano, Firenze e Napoli, con un consumo inferiore all’ettaro negli ultimi 12 mesi (+125 ettari negli ultimi 7 anni a Milano, +16 a Firenze e +24 a Napoli nello stesso periodo). Torino, dopo la decrescita del 2018, non riesce a confermare il trend positivo e nell’anno di riferimento, riprende a costruire, perdendo 5 ettari di suolo naturale.

Anche quest’anno, indagando i primi comuni in termini di percentuale di superficie artificiale rispetto ai confini amministrativi, si osserva che i piccoli centri urbani della Campania e della Lombardia – e in misura minore di altre regioni – si distinguono per essere quelli che presentano un alto o altissimo tasso di suolo consumato. Nello specifico, Casavatore, Arzano, Melito di Napoli, in Campania, rivelano una percentuale di aree coperte artificialmente che supera il 90% nel primo e l’80% negli altri due.

Tra i comuni capoluoghi di provincia con una percentuale prossima o superiore al 50% si segnalano Torino (65%), Napoli (63%), Milano (58%), Pescara (51%) e Monza (49%).

Il consumo di suolo è più intenso nelle aree già molto compromesse. Nelle città a più alta urbanizzazione, solo nell’ultimo anno, si sono persi 29 mq per ogni ettaro di aree a verde (erano 24 lo scorso anno). In totale, quasi la metà del suolo perso in 12 mesi si trova nelle città, contribuendo a farle diventare sempre più calde, con il fenomeno delle isole di calore e la differenza di temperatura estiva tra aree a copertura artificiale densa o diffusa che, rispetto a quelle rurali raggiunge spesso valori superiori a 2 °C nelle città più grandi.

Uno degli aspetti che hanno colpito di più della diffusione di Covid-19 è stata la sua velocità di propagazione e l’alta incidenza del contagio nella area geografica che è stata l’epicentro del contagio, ovvero la Lombardia in particolare e la regione padana in generale.

L’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) con una nota del 27 marzo ha sollevato una riflessione con un’ipotesi che esplora un altro probabile “propagatore” del contagio, ovvero le caratteristiche dell’assetto del territorio colpito in prevalenza nel nostro Paese.

“La nostra area di contagio, intendo per così dire quella principale, è ‘spalmata’ su un territorio ampio ha affermato Carlo Gasperini componente della Giunta esecutiva dell’INU, responsabile del cluster delle community “Reti e infrastrutture” – Questo significa che quando scoppia un’epidemia in quella che si configura come una vera e propria città diffusa, in cui è difficile persino stabilire dove finisce un paese e ne inizia un altro, la propagazione del virus è rapidissima, difficile da contrastare. La vulnerabilità è innanzitutto quella territoriale, causata dai modi in cui è stata costruita questa ‘città esplosa’ e quindi dal suo impressionante consumo di suolo”.

Il consumo di suolo è avvenuto anche in aree protette (+61,5 ettari nell’ultimo anno, seppure in netto calo rispetto allo scorso anno), aree vincolate per la tutela paesaggistica (+1.086 ettari), aree a pericolosità idraulica media (+621 ettari), aree a pericolosità da frana (+310 ettari) e in aree a pericolosità sismica (+2.184 ettari).

Le nuove coperture artificiali non sono l’unico fattore di degrado del suolo e del territorio, che è soggetto a diversi processi (altri cambiamenti di uso del suolo, perdita di produttività, di carbonio organico e di habitat, frammentazione, erosione, ecc.).

Una valutazione degli scenari di trasformazione del territorio italiano, nel caso in cui la velocità di trasformazione dovesse confermarsi pari a quella attuale anche nei prossimi anni, porta a stimare il nuovo consumo di suolo in 1.556 kmq tra il 2020 e il 2050.

Nel caso in cui si attuasse una progressiva riduzione della velocità di trasformazione, ipotizzata nel 15% ogni triennio, si avrebbe un incremento delle aree artificiali di 721 kmq prima dell’azzeramento al 2050.

Sono tutti valori molto lontani dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 che, sulla base delle attuali previsioni demografiche, imporrebbero un saldo negativo del consumo di suolo. Ciò significa che, a partire dal 2030, la “sostenibilità” richiederebbe un aumento netto delle aree naturali di 316 kmq o addirittura di 971 kmq che andrebbero recuperati nel caso in cui si volesse assicurare la “sostenibilità” dello sviluppo già a partire dal 2020.

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