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INU: è l’assetto territoriale dell’epicentro alla base della virulenza di Covid?

Secondo Carlo Gasparrini, responsabile del cluster “Reti e infrastrutture” dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) la velocità di diffusione di Covid-19 nell’area dell’epicentro sarebbe correlata alla sua vulnerabilità territoriale, causata dall’assetto della città diffusa e, quindi, dal suo impressionante consumo di suolo.

Uno degli aspetti che hanno colpito di più dell’epidemia di nuovo coronavirus (Covid-19) è la velocità di propagazione e l’alta incidenza del contagio nella area geografica che è l’epicentro del contagio, ovvero la Lombardia in particolare e la regione padana in generale.

Nei giorni scorsi in un position paper dei ricercatori italiani che hanno incrociato i dati sulle polveri sottili (PM10) rilasciati dalle Agenzie Regionali di Protezione dell’Ambiente con i casi di contagio da Covid-19 riportati dalla Protezione Civile, avrebbero colto una correlazione tra la maggior diffusione del virus e l’inquinamento atmosferico della Padania.

Sulla questione, nonché per avanzare un’altra ipotesi per spiegare la virulenza del nuovo coronavirus nell’area, è intervenuto con una nota-stampa del 27 marzo 2020 l’Istituto Nazionale di Statistica (INU).
Ho ascoltato queste ipotesi, ma ricordiamoci che si tratta di un rapporto non dimostrato – ha affermato Carlo Gasperini componente della Giunta esecutiva dell’INU, responsabile del cluster delle community “Reti e infrastrutture” – Francamente non so se si tratti di un problema di sofferenze polmonari accumulate nel corso dei decenni legate alle modalità di degrado e sofferenza a causa dell’inquinamento. Se fosse così, come si spiegherebbe il numero elevato di contagiati anche dove il tasso di inquinamento è più contenuto, come le valli della provincia di Bergamo? Senza contare che tutto è partito da piccoli Comuni dove la qualità dell’aria è migliore. Ritengo perciò che sia azzardato pensare di affrontare ed esaminare la questione del contagio, e delle possibili soluzioni, da questo punto di vista. Questo naturalmente non deve sminuire la portata dei problemi legati alla qualità dell’aria, e la necessità di lavorare per costruire una qualità ecologica più elevata”.

Si torna perciò a quello che è un ambito in cui Gasparrini è stato molto impegnato negli ultimi anni, quello del rafforzamento nelle nostre città delle cosiddette infrastrutture verdi e blu, utili a intensificare la “porosità”, far circolare meglio l’aria, produrre ossigeno.

Le infrastrutture verdi e blu sono generalmente quelle che sostengono il progresso di un territorio o di una regione verso il raggiungimento degli obiettivi della conservazione ambientale, dello sviluppo sostenibile e della resilienza urbana, attraverso politiche di governo che consentono di pianificare urbanizzazioni più resilienti e di promuovere forme di produzione sostenibile.

Per quanto riguarda la questione coronavirus, Gasparrini solleva invece una riflessione che non è stata avanzata sui mass media generalisti, un’ipotesi che esplora un altro probabile “propagatore” del contagio, ovvero le caratteristiche dell’assetto del territorio colpito in prevalenza e in prima battuta nel nostro Paese.
Colpisce che in Cina l’area di Wuhan, pur contando il ragguardevole numero di 17 milioni di abitanti, insista su un territorio molto concentrato – ha osservato Gasparrini – La nostra area di contagio, intendo per così dire quella principale, è invece ‘spalmata’ su un territorio ampio. Questo significa che quando scoppia un’epidemia in quella che si configura come una vera e propria città diffusa, in cui è difficile persino stabilire dove finisce un paese e ne inizia un altro, la propagazione del virus è rapidissima, difficile da contrastare. Ci sono delle caratteristiche di cui tenere conto, le mille traiettorie del pendolarismo casa-lavoro, del consumo, della scuola, del tempo libero e del divertimento giovanile anche notturno interessano un territorio urbanizzato molto vasto, senza soluzione di continuità e racchiuso in tempi di spostamento molto ridotti, quindi fortemente predisposto alla propagazione dell’infezione, a differenza di Wuhan dove la concentrazione della popolazione consente un controllo più facile”.

Una ulteriore conferma perciò del fatto che“la vulnerabilità è innanzitutto quella territoriale, causata dai modi in cui è stata costruita questa ‘città esplosa’ – ha concluso Gasperrini – e quindi dal suo impressionante consumo di suolo”.

E il consumo di suolo nelle aree già molto compromesse non si arresta, come attesta l’ultimo Rapporto di ISPRA-SNPA, in particolare nelle aree urbane ad alta densità dove si è concentrata la metà della perdita di suolo nazionale nel 2018, con record a Milano, dove la totalità del consumo di suolo ha spazzato via 11 ettari di aree verdi (su un totale di 11,5 ettari). Mentre Veneto e Lombardia sono le regioni che hanno avuto nel 2018 i maggiori incrementi di superficie artificiale, rispettivamente di 923 e 633 ettari.

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