Biodiversità e conservazione

CBD-COP17: impegni assunti, incerti i finanziamenti

La Conferenza ONU sulla biodiversità (CBD-COP17) di Yerevan si è chiusa ufficialmente nella tarda mattinata di sabato 31 ottobre 2026, rispetto al Programma ufficiale che prevedeva la sessione plenaria conclusiva il giorno prima, a riprova che ci sono state questioni dirimenti, come i finanziamenti per la conservazione della natura e la fine dei sussidi dannosi per la natura, su cui si sono raggiunti compromessi senza che ne derivino obblighi. Ora la palla passa alle Parti, in attesa della verifica alla prossima COP18 in Ecuador.

LaConferenza stampa di chiusuradella CBD-COP17 sulla biodiversità, originariamente prevista per la giornata conclusiva del 30 ottobre 2026 a Erevan, dopo 2 settimane di intensi dibattiti, è slittata di un giorno perché le Parti non erano ancora riuscite a trovare un accordo, almeno su 2 questioni fondamentali:
– ifinanziamenti necessari per proteggere la natura, a causa di tensioni politiche e profonde fratture geopolitiche tra i Paesi donatori e le nazioni in via di sviluppo;
– ilrallentamento dei negoziatisu alcune questioni chiave, come idiritti delle comunità indigenee l’allineamento dei bilanci nazionali agli obiettivi fissati, tra cui la progressivafine dei sussidi dannosi per l’ambiente.

Sono nella tarda mattinata del 31 ottobre 2026, quindi, il Presidente della COP17, il Ministro dell’Ambiente armeno,Hambardzum Matevosyane la Segretaria esecutiva della Convenzione sulla Biodiversità,Astrid Schomaker,hanno potuto tenere la conferenza stampa per illustrare l’adozione di circa 50 decisioni chiave.

“Credo che abbiamo ottenuto più di quanto ci aspettassimo– ha dichiarato Matevosyan –sia per le divergenze sui punti all’ordine del giorno che per l’importanza di tali punti per molti paesi e Parti, come pure nei termini di punti attesi da tempo che sono stati approvati e adottati“.

“È meraviglioso aver affrontato le lacune individuate nel rapporto globale– ha affermato a sua volta Schomaker –Abbiamo adottato il Percorso di Yerevan e ora dobbiamo seguirlo fino al 2030“.

I riferimenti sono relativi al Rapporto “State of Biodiversity Action”, pubblicato alla vigilia della COP dal Segretario generale delle Nazioni UniteAntónio Guterres, che ha costituito la prima valutazione globale sui progressi compiuti nell’attuazione del Kunming -Montreal Global Biodiversity Framework (KMGBF), a metà strada verso il 2030, da cui, tra l’altro, è emerso che:
–meno della metà degli obiettivi nazionali valutati risulta in linea con la tabella di marcia prevista;
–al ritmo attuale si stima che solo il 26% degli ecosistemi terrestri e il 12% di quelli marini saranno effettivamente protetti entro il 2030 (fallendo l’obiettivo “30 by 30”);
–i progressi sono particolarmente lenti nell’affrontare le cause economiche della perdita di natura, tra cui l’impatto delle imprese, i modelli di consumo, i sussidi dannosi e la finanza per la biodiversità;
–i Paesi sviluppati non stanno colmando il divario finanziario di 200 miliardi di dollari, con il fondo Cali dedicato che ha ricevuto meno di 140 milioni di dollari in due anni.

Un altro rapporto dell’UNEP, pubblicato il 29 ottobre e intitolato “Nature’s comeback” (Il ritorno della natura), ha esaminato l’obiettivo collegato di sottoporre ad un efficace ripristino almeno il 30% degli ecosistemi degradati entro il 2030.

L’altro riferimento è all’Yerevan Pathway che è diventato centrale nelle discussioni sull’accelerazione delle azioni a favore della biodiversità dal 2026 al 2030. Elaborato attraverso il processo di revisione globale, dà priorità a strategie nazionali più incisive per la biodiversità, a un monitoraggio migliorato, a maggiori finanziamenti, al trasferimento tecnologico e allo sviluppo delle capacità. Nel documento si sottolinea, inoltre, l’importanza del coordinamento tra tutti gli enti governativi e della partecipazione significativa dei popoli indigeni, delle comunità locali, delle donne e dei giovani.

Accettando il percorso di Yerevan, i paesi si impegnano quindi adadottare strategie nazionali più forti, potenziare la capacità di monitoraggio efacilitare il trasferimento di tecnologie fra un paese e l’altro. L’accordo sottolinea poi che devono essere inclusi nei processi di protezione della natura anche le comunità locali e i popoli indigeni.

Come era prevedibile,la questione dirimente è stata quella finanziaria. Nell’ambito del quadro strategico per la biodiversità, i paesi dovrebbero mobilitare almeno 200 miliardi di dollari all’anno da tutte le fonti entro il 2030. Ciò include l’aumento dei finanziamenti internazionali per la biodiversità destinati ai paesi in via di sviluppo, portandoli ad almeno 20 miliardi di dollari all’anno entro il 2025 e a 30 miliardi di dollari entro il 2030. I paesi in via di sviluppo hanno inoltre avvertito che l’aumento dei costi del servizio del debito limita la loro capacità di investire nella conservazione ambientale.

L’UE ha spinto per ampliare la base dei contributori internazionali, sostenendo che i paesi emergenti economicamente più forti dovrebbero condividere una maggiore responsabilità nel finanziamento della conservazione ambientale. India, Brasile e Cina sono stati tra i paesi in via di sviluppo che si sono opposti alle proposte di ampliamento del bacino dei contributori, sostenendo chei paesi sviluppati dovrebbero onorare i propri impegni esistenti anziché trasferire ulteriori responsabilità finanziarie sulle economie in via di sviluppo. L’Arabia Saudita, insieme ai paesi del Golfo e ad altri paesi economicamente emergenti, si è opposta a modifiche che potrebbero creare nuovi obblighi finanziari. Il disaccordo riflette l’annosaquestione in merito alla responsabilità storica, alla capacità economica e all’equità nel finanziamento ambientale internazionale. Alla fine, si è trovato il compromesso conl’invito ad assumere lo status di donatorie aiutare il fondo per la protezione della biodiversità,senza che ne derivi alcun obbligo.

Lariforma degli incentivi finanziari che danneggiano la biodiversitàè emersa come un’altra importante priorità politica a Yerevan, dal momento che durante la Conferenza è stato denunciato che ogni anno continuano a confluire2.400 miliardi di dollari in sussidi dannosi per la natura, che stimolano la deforestazione, la pesca eccessiva, l’inquinamento e pratiche agricole insostenibili. Il paradosso è che igoverni continuano a spendere somme ingenti in attività che danneggiano la natura, mentre i programmi di conservazione faticano ad attrarre finanziamenti sufficienti.

“Il mondo ha già concordato un piano globale per salvaguardare la natura– ha dichiaratoInger Andersen, Direttrice esecutiva dell’UNEP-Questa COP ha avuto l’obiettivo di accelerare l’attuazione del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal e di trasformare tali traguardi in azioni concrete e decisive. A Erevan, abbiamo visto prevalere ancora una volta il multilateralismo in ambito ambientale. I Paesi si sono uniti, hanno ritrovato lo spirito di compromesso e ci hanno permesso di concordare decisioni importanti che favoriranno un progresso reale per le persone e per il pianeta”.

Altre questioni rimaste in sospeso, tra cui ilmeccanismo sui vantaggi del Protocollo Nagoya, che dovrebbe garantire che chiunque utilizzi risorse genetiche (o le conoscenze tradizionali ad esse associate, spesso custodite da comunità locali e indigene) lo faccia in modo trasparente e restituisca una quota equa dei vantaggi generati al Paese fornitore, saranno affrontate nella prossima Conferenza delle Parti della Convenzione sulla diversità biologica (CBD-COP18) che si terrà nel 2028 inEcuador, che ha prevalso per 2 voti su Panama per ospitare laCOP18, a due anni dal termine previsto per il raggiungimento degli obiettivi globali in materia di biodiversità.

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