Biodiversità e conservazione Economia e finanza

Biodiversità e settore privato in Italia: aggiornato il report di ETIFOR

ETFOR – Valuing Nature, nata come Spin-off dell’Università di Padova e divenuta società benefit di consulenza ambientale che lavora con enti e aziende per migliorare i benefici economici, ambientali e sociali di politiche, progetti e investimenti, ha aggiornato il Rapporto sul ruolo della biodiversità per le imprese italiane.

Il 65% delle imprese italiane rende pubbliche nel 2025 informazioni su temi ambientali, sociali e di governance (ESG), in aumento del 33% sul 2024, complici gli obblighi imposti alle grandi imprese delle direttive europee e un crescente adeguamento da parte delle PMI su base volontaria, spinte dall’opportunità di acquisire maggiore competitività e migliore reputazione.

Lo rileva, ETIFOR – Valuing Nature, Società di consulenza ambientale che lavora con enti e aziende per migliorare i benefici economici, ambientali e sociali di politiche, progetti e investimenti, in collaborazione con l’Università di Padova, che ha deciso di aggiornare e ampliare alla luce dei nuovi sviluppi il Rapporto Biodiversity and the private sector in Italy”,  presentato in occasione della XVI Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Biodiversità (Cali, 21 ottobre – 2 novembre 2024).

Il Rapporto analizza il ruolo cruciale della biodiversità per le imprese italiane, evidenziando le pressioni che le minacciano (agricoltura, sviluppo infrastrutturale) e le risposte del settore privato, presentando strumenti e strategie per conciliare competitività e tutela ambientale, con il supporto di partner chiave come National Biodiversity Future Center (NBFC), Italia Domani e il Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR).

L’edizione 2025 combina ricerche più recenti con i dati raccolti tramite 2 questionari consecutivi, che hanno coinvolto complessivamente 140 aziende italiane, raccogliendo dati di prima parte sulla consapevolezza, le azioni e le strategie delle aziende rispetto alla biodiversità. I risultati mostrano un interesse crescente verso il tema e una sensibilità sempre maggiore nei confronti del nuovo contesto normativo europeo. In parallelo, le aziende chiedono strumenti più chiari per affrontare rischi, dipendenze e opportunità legati alla natura.

Ne emerge che, la consapevolezza dell’importanza della biodiversità tra le imprese è aumento: oggi il 38% valuta il proprio impatto in tal senso (+13%) e il 53% prevede di sviluppare una strategia entro il 2030 (+5%). Solo il 17% ha però già adottato misure concrete per gestire i rischi finanziari legati alla biodiversità, mentre il 30% non ha ancora piani in merito.

La flora e la fauna italiane sono tra le più ricche d’Europa, ma anche tra le più minacciate: oltre 160 specie sono oggi ad alto rischio di estinzione e quasi il 20% degli ecosistemi si trova in uno stato di conservazione sfavorevole. Pressioni come perdita di habitat, inquinamento e specie invasive stanno compromettendo il capitale naturale del Paese, con impatti economici di circa 3 miliardi di euro ogni anno, principalmente a causa della riduzione della produttività agricola e delle attività legate agli ambienti marini.

Il 2025 è anche l’anno che ha visto alcune Natural Based Solutions (NbS) consolidarsi come risposta al problema della biodiversità, in particolare: la gestione idrica contro inondazioni e siccità, il turismo, agricoltura rigenerativa, interventi di riforestazione multifunzionali.

Secondo il report, le difficoltà principali riscontrate dalle imprese chiamate a investire in biodiversità per arginarne il degrado sono: l’assenza di competenze interne, segnalata dal 18%; la carenza di dati e informazioni (13%); la mancanza di incentivi finanziari (13%); regolamentazioni poco chiare (12%); la difficoltà nel misurare gli impatti (11%). Per affrontare questi ostacoli, risulta quindi essenziale standardizzare i requisiti di rendicontazione sulla biodiversità nei diversi settori.

È importante capire perché la biodiversità è importante – spiega Lucio Brotto, Co-Founder di ETIFOR-Valuing Nature – Avere la propria azienda in un territorio e con una filiera con maggiore biodiversità significa avere maggiore resilienza. Siamo nel pieno della crisi climatica che si manifesta attraverso eventi estremi come alluvioni, siccità, ondate di calore ed incendi. Ricostruire un territorio afflitto da un evento estremo costa tantissimo (pensate alla tempesta Vaia, alle inondazioni che alterano i corsi dei fiumi o agli incendi estivi). Ma se quel territorio è ricco di biodiversità allora ci saranno molti impollinatori che renderanno i fiori fertili così che molte specie diverse potranno produrre semi che saranno dispersi da un gran numero di specie animali. La ricostruzione sarà rapida e meno costosa. Investire nella biodiversità permette alle aziende di proteggersi le spalle dagli eventi estremi e nel contempo guardare avanti avendo una strategia per ridurre gli impatti ambientali“.

Le aziende che integrano la biodiversità nelle proprie strategie possono contribuire in modo concreto alla tutela degli ecosistemi, ridurre i rischi operativi e cogliere nuove opportunità di crescita. Un rapporto congiunto di ILO, IUNC e UNEP prevede che le soluzioni basate sulla natura (NbS), oltre che affrontare le crisi interconnesse del clima e della biodiversità, sono in grado di offrire 32 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030.

Eppure, la Direttiva sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale (CSRD), pietra angolare dell’agenda per la sostenibilità dell’UE, concernente l’obbligo di comunicazione di informazioni di carattere non finanziario per le imprese di grandi dimensioni che aveva ampliato la platea delle aziende obbligate (da 11.600 a 49.000), verrà ridimensionata. Dopo l’adozione da parte della Commissione UE del Pacchetto Omnibus I per semplificare la CSRD e quella sulla due diligence di sostenibilità delle imprese (CSDDD), i co-legislatori Parlamento europeo e Consiglio hanno raggiunto il 9 dicembre 2025 un accordo provvisorio in base al quale solo le aziende con più di 1.000 dipendenti e un fatturato annuo superiore a 450 milioni di euro dovranno rendicontare la propria sostenibilità e solo le grandi aziende con più di 5.000 dipendenti e un fatturato annuo superiore a 1,5 miliardi di euro dovranno effettuare la due diligence sui loro impatti negativi.

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