11 Agosto 2022
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Allevamenti intensivi: i soldi pubblici per alimentarli

In vista della votazione al Parlamento UE della riforma della PAC per il 2021-2027, Greenpeace ha presentato il 12 febbraio 2019 un nuovo Rapporto in cui si evidenzia che la maggior parte dei sussidi vanno a foraggiare gli allevamenti intensivi, anziché sostenere gli allevatori che producono meno e meglio e gli agricoltori che garantiscono con le loro produzioni vantaggi ambientali e climatici.

Almeno il 70% della superficie agricola dell’Unione Europea (coltivazioni, seminativi, prati per foraggio e pascoli) è destinata all’alimentazione del bestiame. Escludendo dal calcolo i pascoli, oltre il 63% delle terre coltivabili viene utilizzato per produrre mangime per gli animali invece che cibo per le persone.

Sono questi i risultati del nuovo rapportoFeeding the problem. The dangerous intensification of animal farming in Europe” (Alimentare il problema. La dannosa intensificazione dell’allevamento in Europa), pubblicato da Greenpeace il 14 febbraio 2019 (qui la sintesi in Italiano).

Greenpeace ha commissionato una valutazione sull’utilizzo dei fondi pubblici erogati tramite la Politica Agricola Comune (PAC) dell’UE, per analizzare in particolare le tendenze nel settore zootecnico europeo e l’uso dei terreni agricoli in Europa.

I ricercatori incaricati hanno calcolato che in Europa 125 milioni di ettari di terra sono utilizzati per produrre mangimi o per il pascolo. Tenendo conto dei pagamenti della Politica Agricola Comune (PAC) basati sulle dimensioni delle aziende nonché dei sussidi che sostengono direttamente la produzione di bestiame, è stato stimato che annualmente tra i 28 e i 32 miliardi di euro di pagamenti diretti vanno al settore dell’allevamento, rappresentando circa il 18-20% del bilancio totale dell’UE.

Gli scienziati avvertono che dobbiamo diminuire drasticamente la produzione di carne per evitare disastrose conseguenze per l’ambiente, la salute e il clima, ma i sussidi della PAC, invece di incentivare gli agricoltori verso un’agricoltura più ecologica stanno spingendo in una direzione pericolosa – dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura e Progetti speciali di Greenpeace Italia – A questo si aggiunge la mancanza di informazioni ufficiali sull’ammontare complessivo dei sussidi PAC destinati alla zootecnia, che è sintomatico di una preoccupante opacità del sistema”.

Secondo i dati Eurostat, circa il 72% degli animali allevati in Europa proviene allevamenti intensivi di grandi dimensioni, mentre il numero totale di allevamenti è diminuito di 2,9 milioni, ovvero di quasi un terzo, tra il 2005 e il 2013, a scapito solo delle aziende più piccole. L’Italia, per esempio, tra il 2004 e il 2016 ha perso oltre 320mila aziende (un calo del 38%), ma il numero delle aziende agricole molto grandi è aumentato del 21%, e di quelle grandi del 23%.
Le aziende agricole di piccole dimensioni stanno scomparendo a ritmi allarmanti – aggiunge la Ferrario – e il denaro pubblico aiuta quelle di dimensioni maggiori a crescere sempre più. Un ciclo perverso che deve finire”.

Questi risultati si uniscono alle crescenti prove scientifiche dei danni arrecati al clima, all’ambiente e alla salute pubblica dalla produzione e dal consumo eccessivo di carne e prodotti lattiero-caseari. Il nuovo RapportoCibo per l’era dell’Antropocene  pubblicato lo scorso gennaio dalla Commissione EAT-Lancet, composta da 37 scienziati e ricercatori di fama internazionale, dove per la la prima volta vengono proposti obiettivi scientifici per quel che riguarda una dieta sana in un sistema alimentare sostenibile, raccomandando la riduzione del consumo di carne rossa e prodotti lattiero-caseari nei Paesi sviluppati.

Questo è il momento per invertire la rotta – conclude la Ferrario – ce lo chiede il Pianeta e i Governi nazionali e il Parlamento europeo non possono non tenerne conto nella negoziazione della prossima Politica Agricola Comune, che riguarderà il periodo 2021-2027”.

Domani (14 febbraio 2019), la Commissione Ambiente, Sanità pubblica e Sicurezza alimentare del Parlamento europeo voterà sulla riforma della PAC proposta dalla Commissione UE.

Secondo Greenpeace, la nuova Politica Agricola Comune deve:
1. Dedicare il 50% del bilancio complessivo per sostenere l’agricoltura ecologica attraverso due canali:
a. destinare il 50% dei pagamenti diretti agli eco-schemes obbligatori che garantiscono vantaggi ambientali e climatici, incoraggiando gli allevatori a produrre meno e meglio, e il settore agricolo a produrre più frutta e verdura;
b. destinare il 50% del budget dello sviluppo rurale a misure agroambientali e climatiche.

2. Rafforzare i requisiti della “condizionalità” (enhanced conditionality) che devono essere rispettati da tutti coloro che ricevono sussidi PAC e, in particolare, stabilire un numero massimo di capi per unità di superficie agricola oltre il quale non è possibile erogare i pagamenti PAC. Le aziende con un numero di capi superiore al corrispondente limite di 170 kg/ha di azoto – come stabilito dalla direttiva 91/676/CEE – non dovrebbero ricevere fondi pubblici.

3. Erogare i pagamenti accoppiati solo a settori e sistemi che offrono vantaggi ambientali chiari e misurabili.

4. Impedire che i sussidi della PAC mirino o incoraggino la produzione e il consumo di prodotti di origine animale, anche attraverso misure di mercato e di promozione.

Peraltro, nel suo Documento di riflessione “Verso una Europa sostenibile al 2030” la Commissione UE ha ben chiaro che la transizione verso la sostenibilità presuppone “la correzione degli squilibri nel nostro sistema alimentare”.

C’è da aggiungere, poi, che un nuovo Studio (sarà pubblicato ad aprile, ma è stato anticipato online qualche giorno fa), ha posto in evidenza il drammatico declino degli insetti nel mondo, indotto principalmente da pratiche agricole intensive, con effetti potenzialmente “catastrofici” sugli ecosistemi terrestri e sulla catena alimentare.

Per chiedere all’UE di tagliare i sussidi agli allevamenti intensivi e sostenere le aziende agricole che producono con metodi ecologici, Greenpeace ha pure avviato una raccolta di firme.

 

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