In vista del Vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari (Addis Abeba, 27-29 luglio 2025), un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) e dal think tank britannico Chatham House individua tre importanti ostacoli che impediscono la transizione verso un sistema alimentare globale sostenibile: il predominio del paradigma del “cibo più economico”; il consolidamento del mercato e gli interessi acquisiti; percorsi di investimento stabilizzati.
Nonostante il suo ruolo cruciale nel sostenere miliardi di vite, il sistema alimentare globale non riesce a garantire la salute, i diritti e, in particolare, la natura.
Secondo ilRapporto“Unlocking Sustainable Transition for Agribusiness”, pubblicato il 1° luglio 2025 dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) e daChatham House, Istituto londinese leader a livello mondiale, la cui missione è aiutare i governi e le società a costruire un mondo sostenibile, sicuro, prospero e giusto, ci sono 3 ostacoli:il paradigma del cibo più economico; il consolidamento del mercatoegli interessi acquisiti; ipercorsi di investimento consolidati.
Il Rapporto, pubblicato in vista delFood Systems Summit Stocktacking Moment + 4(UNFSS+4) che si terrà a quattro anni dal primo Vertice ONU sui sistemi alimentari (Addis Abeba, 27-29 luglio 2025), esamina come questi blocchi creinole “regole del gioco” per l’agroalimentare, disincentivando il passaggio da pratiche di “business as usual” a modelli di business più sostenibili. Considera inoltrele azioni che i governi, con il supporto di organizzazioni intergovernative, istituzioni finanziarie, settore privato e società civile,devono intraprendere per cambiare queste regole, in primo luogo, dimostrando un impegno politico per un cambiamento radicale e sistemico e, in secondo luogo, costruendo un solido business case per una transizione sostenibile.
“Con il Global Biodiversity Framework i governi si sono già impegnati a ridurre i sussidi che danneggiano la biodiversità, a ridurre l’inquinamento da nutrienti, pesticidi e sostanze chimiche pericolose e a proteggere almeno il 30% delle terre e dei mari– ha affermatoDoreen Robinson, Vicedirettrice della Divisione Ecosistemi dell’UNEP –Eppure, nonostante questo forte slancio politico, il sistema alimentare globale rimane vulnerabile e contribuisce alla triplice crisi del cambiamento climatico, della perdita di biodiversità e dell’inquinamento. Sbloccare il potenziale positivo dell’agroindustria, come mostrato in questo rapporto, è essenziale per raggiungere un sistema alimentare sostenibile, equo e a sostegno della salute“.
A livello globale, l’ultimo Rapporto sullo Stato dell’Insicurezza Alimentare (SOFI) ha evidenziato che ci sono733 milioni di individuiche soffrono la fame, mentrecirca il 30% del cibo, dal raccolto al consumo, viene sprecato. Lediete povere contribuiscono a una morte prematura su 5. I costi ambientali e sanitari nascosti del sistema alimentare potrebbero arrivare fino a 20 trilioni di dollari. L’agroindustria– aziende ad alta intensità di capitale e di input impegnate nelle catene del valore agricole industrializzate –è al centro di questo sistema.
Gli attori privati sono centrali per il sistema alimentare globale. I più potenti tra lorosono le grandi aziende agroalimentari e gli investitori, con un grande potenziale per trasformare, su larga scala e rapidamente, il modo in cui il cibo viene prodotto e consumato.
Questo mercato è sostenuto da sussidi, tasse e normative plasmate dal primo lock-in: il paradigma del cibo più economico, secondo il quale il cibo deve essere economico da produrre e da acquistare, anche se costoso per l’ambiente e la salute umana nel lungo termine (ad esempio attraverso il consumo eccessivo e l’aumento degli sprechi). Il rapporto raccomanda unamaggiore regolamentazione e ricerca pubblica per premiare le pratiche sostenibili e aumentare i costi del business-as-usual.

Secondo il Rapporto, questo paradigma contribuisce a 2 ulteriori vincoli:
–la concentrazione del mercato, per cui il settore privato può essere resistente al cambiamento, alla concorrenza o all’innovazione dirompente, limitando il potere decisionale degli agricoltori;
–la dipendenza dal percorso di investimento, che riflette le tendenze consolidate negli ultimi 80 anni.
Queste dipendenze si concentrano sull’aumento dell’efficienza e delle vendite, aumentando al contempo ladipendenza degli agricoltori da sementi, prodotti agrochimici e piattaforme digitali controllate da grandi aziende, ma concosti significativi per l’ambiente e altri obiettivi di sviluppo sostenibile.
È urgente riformare gli standard e la tassazione per riflettere i costi ambientali e sanitari a lungo termine. Ciò richiede lariduzione dei sussidi dannosi, l’aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo pubblici, l’introduzione di requisiti di trasparenza e incentivi per la tutela del suolo sano, lariduzione delle emissionie ilpassaggio a regimi alimentari più sani.
Leazioni dei consumatori possono accelerare questi cambiamenti. Un numero crescente di iniziative promosse dai cittadini sta intensificando il controllo delle pratiche agroalimentari e delle decisioni degli investitori, spingendo per la riduzione delle emissioni nocive, dell’inquinamento del suolo e delle acque e per il miglioramento dei valori nutrizionali degli alimenti.
Ciò si tradurrebbe in:
–macchinari agricoli e produzione chimica meno dipendenti dai combustibili fossili;
–cibo proveniente da paesaggi diversificati piuttosto che da monocolture;
–lavorazione della carne potrebbe produrre maggiori profitti attraverso prodotti di alta qualità, a basso impatto e ad alto benessere e carni alternative di origine vegetale o coltivate.
Nel complesso,il sistema alimentare può diventare meno dispendioso in termini di input e tecnologie, e più diversificato e ricco di conoscenze.
