6 Luglio 2022
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Rapporto IPPR: la crisi ambientale è la crisi della politica

Secondo il Rapporto IPPR, think tank britannico, la crisi ambientale in atto avrebbe raggiunto livelli tali da provocare  il rischio di impatti economici, sociali e politici, ben superiori a quelli verificatisi con la crisi finanziaria del 2008, mentre i decisori politici non sembrano rendersi conto del pericolo o …cercano semplicemente di esorcizzarlo, senza mettere in discussione il modello economico-politico che ne è la causa.

L’Istituto for Public Policy Research (IPPR) che si definisce il principale think tank progressista britannico, che tra gli altri scopi annovera la promozione della ricerca per la protezione ambientale e lo sviluppo sostenibile, ha pubblicato un Rapporto che sta suscitando un acceso dibattito, almeno in Gran Bretagna, dove sui social stanno imperversando commenti e dichiarazioni tramite l’hashtag #ThisIsACrisis, mutuato dal titolo dello studio “This ia crisis: facing up to the age of environmental breakdown” (Questa è una crisi: da guardare in faccia nell’età della disgregazione ambientale).

L’età della “disgregazione ambientale”, come l’hanno definita gli autori del Rapporto IPPR, è “per evidenziare meglio la gravità del livello raggiunto del ritmo e delle implicazioni della destabilizzazione ambientale derivante dalle attività umane aggregate”.

Gli autori  sottolineano che questa situazione potrebbe innescare una catastrofica rottura dei sistemi umani, causando un rapido processo di “collasso galoppante” in cui gli shock economici, sociali e politici si propagano attraverso il sistema globalmente collegato, in modo simile al tracollo finanziario del 2008, con potenzialità di essere peggiore di quello, allargando ulteriormente le disuguaglianze sociali.

In tutto il mondo – sottolinea il Rapporto IPPR – il nostro impatto negativo sull’ambiente va oltre i cambiamenti climatici per comprendere la maggior parte degli altri sistemi naturali, guidando un processo complesso e dinamico di cambiamento ambientale che ha raggiunto livelli severi. Questo nuovo dominio di rischio riguarda praticamente tutti i settori dell’economia e della politica, con seri dubbi sulla capacità delle società di tutto il mondo di saper gestire tale rischio“.

L’ultimo “Global Risks Report”, presentato dal World Economic Forum alla vigilia dell’annuale Forum di Davos (22-24 gennaio 2019), ha evidenziato che per gli oltre 1.000 esperti, interpellati su 30 differenti rischi che possano accadere e che abbiano gravi impatti socio-economici, quelli ambientali destano le maggiori preoccupazioni.
L’inerzia climatica sta diventando sempre più evidente – vi si legge – e il ritmo accelerato di perdita della biodiversità è particolarmente preoccupante. Potremmo essere dei sonnambuli all’interno di una nuova crisi”.

Già, proprio il termine “crisi” è una di quelle parole che i governanti vorrebbero evitare di pronunciare per qualsivoglia motivo, a maggior ragione nel caso della crisi ambientale che stiamo vivendo, il cui riconoscimento presuppone mettere in discussione il modello economico-politico che l’ha provocata.

Che fine farebbero i “business model” ora imperanti, se il pubblico cominciasse ad avere la consapevolezza che i cambiamenti climatici costituiscono la minaccia più grave da affrontare e iniziassero ad acquistare prodotti sostenibili e a cambiare le abitudini alimentari?

Esorcizzare la crisi ambientale, continuando “business-as- usual” sarebbe oltremodo pericoloso perché non verrebbero adottate quelle misure tempestive e coraggiose, necessarie per contrastarla.

Giambattista Vico tre secoli fa nella “Scienza Nova”, invitando a guardare la “realtà effettuale”, indicava che le “crisi”, come chiamiamo noi oggi le difficoltà sia di tipo ambientale che socio-economiche, “paion traversie, ma sono opportunità” per sperimentare soluzioni che in circostanze normali non sarebbero mai state tentate, anche se gli autori del Rapporto avvertono che  “la finestra di opportunità per evitare rischi catastrofici si sta rapidamente chiudendo”. 

Venendo al Rapporto IPPR, dobbiamo osservare che si tratta di un meta-studio ovvero si sono messi assieme dati di altri studi e ricerche, molti dei quali già sintetizzati da Regioni&Ambiente, in modo da trarre conclusioni più forti di quelle che sarebbero state evidenziate sulla base di ogni singolo studio.

Gli autori mettono insieme 7 fattori chiave che dimostrerebbero come le sfide per la sostenibilità globale non si limitano solo ai cambiamenti climatici in atto.

1.Eventi meteorologici estremi
L’IPPR sostiene che il numero di inondazioni sperimentate in tutto il mondo ogni anno è aumentato di 15 volte dagli anni ’50, un aumento di 20 volte per le ondate di calore e di 7 volte per gli incendi boschivi.

Queste tendenze stanno già generando impatti diretti e negativi sulle società e sulle economie locali. Gli eventi meteorologici estremi sono stati responsabili, di perdite economiche di 340 miliardi di dollari nel corso del 2017, una cifra quasi tre volte superiore rispetto al 2016, secondo i dati forniti dalla Compagnia di ri-assicurazione Munich Re.

Oltre ad essere dannosi per i sistemi finanziari, gli eventi meteorologici estremi stanno distruggendo sempre più le infrastrutture locali e causano malattie, povertà e morte, con le inondazioni responsabili della mortalità e la siccità responsabile del cattivo stato di salute.

2. Emissioni di gas serra
Lo scorso ottobre l’IPCC nel suo Rapporto per i decisori politici ha concluso che un aumento della temperatura globale di 1,5 °C, limite che l’Accordo di Parigi si è posto come obiettivo per fine del secolo, potrebbe verificarsi già entro il 2030 senza “cambiamenti rapidi, di vasta portata e senza precedenti” in tutti i settori della società.Il superamento di questo obiettivo, secondo gli scienziati dell’ONU, peggiorerebbe significativamente i rischi di siccità, inondazioni, ondate di calore e povertà per centinaia di milioni di persone.

I 20 anni più caldi da quando sono iniziate le registrazioni nel 1850 si sono registrati negli ultimi 22 anni. Il MET Office ha pubblicato nei giorni scorsi le sue previsioni per i prossimi 5 anni (2019-2023), secondo cui la temperatura media globale annua sarà sempre superiore a 1 °C rispetto ai livelli preindustriali e c’è il 10% di probabilità che in uno degli anni del periodo possa essere già raggiunto il target di +1,5 °C.

Peraltro, il limite delle emissioni di carbonio (CO2) che gli scienziati avevano fissato a 350 parti per milione (ppm), se non si vuole andare incontro a fenomeni irreversibili, è già stato abbondantemente superato, come attestato dal WMO nel suo ultimo Bollettino rilasciato il 22 novembre 2018, attestandosi a 405ppm.

3. Biodiversità minacciata
Il riscaldamento globale e gli eventi meteorologici estremi, associati a fattori quali la deforestazione e l’aumento dell’uso di sostanze chimiche nel settore agricolo, stanno provocando l’estinzione di 58.000 specie ogni anno, afferma il Rapporto IPPR. In occasione della VI Assemblea plenaria (Medellin, 17-24 marzo 2018) dell’IPBES(Piattaforma Intergovernativa sulla Biodiversità e sui Servizi Ecosistemici), considerata una sorta di IPCC per la Biodiversità, sono stati presentati 4 Rapporti sulla situazione in 4 aree geografiche (Asia, Americhe, Europa e Asia centrale, Asia e Pacifico) che, secondo gli scienziati che vi hanno concorso (550 provenienti da oltre 100 Paesi), confermano come la Terra si stia avviando alla sua sesta  estinzione di massa, con la scomparsa di specie che si è moltiplicata per 100 a partire dal 1900, cioè con un ritmo senza precedenti da quando i dinosauri si sono estinti  66 milioni di anni fa.

Appena qualche giorno fa, uno Studio che si è concentrato per la prima volta sulla perdita degli insetti, indica che il loro tasso di diminuzione è del 2,5% all’anno indotto da perdita di habitat, pratiche agricole insostenibili e cambiamenti climatici, con effetti potenzialmente catastrofici sugli ecosistemi terrestri e sulla catena alimentare.

4. Degrado dei suoli
Il Rapporto IPPR  evidenzia che il degrado e l’erosione dei suoli costituiscono una seria minaccia per i sistemi alimentari globali. Si sta perdendo humus (lo strato fertile di terreno) al ritmo da 10 a 40 volte più velocemente di quanto non venga ricostituito dai processi naturali. Dagli anni ’50 del secolo scorso, il 30% della terra coltivabile è diventata improduttiva ed entro i prossimi 3 decenni si stima che 4 miliardi di individui potrebbero vivere in territori aridi.

5. Acidificazione degli oceani
Un team di ricercatori internazionali di vari prestigiosi istituti e agenzie ha scoperto che gli oceani hanno incamerato ogni anno, tra il 1991 e il 2016, 13 zetta Joule (Joule è l’unità standard di misura dell’energia e il prefisso Z indica che è seguita da 21 zero), quantità superiore di oltre il 60% di quanto stimato nell’ultima relazione (AR5) dell’IPCC. Gli oceani stanno assorbendo ogni anno circa un quarto di tutte le emissioni di CO2 prodotte dall’uomo e che questo assorbimento ha aumentato l’acidità media delle acque oceaniche del 26% dall’inizio della rivoluzione industriale. Secondo l’IPPR, l’aumento delle emissioni di carbonio è anche la causa  principale del degrado marino ed è probabile che l’acidità dell’oceano potrebbe aumentare del 170% entro il 2100 rispetto al 1850, creando un habitat “invivibile” per il corallo, qualora i responsabili delle politiche e le società continuassero “business-as-usual”.

6. Inquinamento da plastiche
Il Rapporto IPPR  sottolinea come di fronte alla minaccia posta dall’inquinamento delle plastiche, Governi , imprese e consumatori solo ora hanno iniziato a rendersi della quantità di plastica immessa in circolazione: da due megatonnellate del 1950 si è passati alle 407 megatonnellate nel 2017, di cui solo il 9% è stato riciclato. La nostra crescente dipendenza dalla plastica, afferma l’IPPR, non ha lasciato alcun habitat naturale incontaminato, neppure gli abissi oceanici sono risultati immuni dall’inquinamento di microplastiche

7. Sistema alimentare
Secondo il Rapporto IPPR i sistemi alimentari globali sono vulnerabili, con il 75% del cibo basato su 5 animali e 12 specie vegetali. Questa scarsa biodiversità, indebolirebbe la resilienza ai rischi crescenti correlati ai cambiamenti climatici, al degrado dei suoli, all’inquinamento e alla perdita di impollinatori.

Il recente “Food in the Anthropocene”, il Rapporto lanciato lo scorso mese dalla Commissione EAT-Lancet, ha evidenziato che l’attuale dieta globale, minaccia la stabilità climatica e la resilienza degli ecosistemi, essendo il principale fattore di degrado ambientale. Senza cambiamenti, il mondo rischia di non riuscire a raggiungere gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite e quelli per il clima dell’Accordo di Parigi. Per questo è stata proposta una dieta alimentare per la salute sia degli individui che del Pianeta (Planetary Health Diet).

 

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