Quando si parla di disabilità, l’attenzione si concentra spesso sugli aspetti sanitari, riabilitativi, assistenziali o scolastici. Molto meno spazio viene dedicato a una dimensione altrettanto importante: la qualità della vita quotidiana della persona, le sue relazioni, l’autonomia possibile, il senso di appartenenza e la possibilità concreta di partecipare alla vita sociale. È proprio in questo spazio che l’intervento pedagogico può assumere un ruolo particolarmente significativo.
La disabilità non coincide con la diagnosi
Una diagnosi descrive una condizione, ma non racconta da sola la vita di una persona.
Due bambini, adolescenti o adulti con la stessa diagnosi possono avere livelli di autonomia, opportunità, relazioni e bisogni educativi profondamente differenti. Anche l’ambiente familiare, scolastico e sociale può facilitare oppure ostacolare lo sviluppo delle potenzialità individuali.
Per questo il lavoro educativo non dovrebbe limitarsi a chiedersi quali difficoltà presenti una persona, ma dovrebbe interrogarsi anche su quali possibilità possano essere costruite intorno a lei.
La domanda diventa allora: come possiamo favorire una maggiore autonomia, partecipazione e inclusione nella sua vita reale?
Quando alla disabilità si aggiunge il rischio di marginalità
Uno degli aspetti più delicati riguarda il progressivo restringimento delle esperienze.
Può accadere che le occasioni di socializzazione diminuiscano, che le attività vengano organizzate quasi esclusivamente intorno alla famiglia o ai servizi, che aumenti la dipendenza dagli adulti di riferimento o che la persona venga coinvolta sempre meno nelle normali esperienze della propria età.
Sono situazioni che non necessariamente nascono da disinteresse o trascuratezza. Al contrario, molto spesso le famiglie cercano di proteggere il proprio figlio e di garantirgli tutto ciò di cui ha bisogno.
Ma protezione e autonomia devono riuscire a trovare un equilibrio.
Quando questo equilibrio diventa difficile, il rischio è che alla condizione di disabilità si sovrapponga una seconda difficoltà: la marginalizzazione dalla vita sociale.
Ed è un problema che diventa particolarmente importante durante l’adolescenza e nel passaggio verso l’età adulta.
Il futuro non può cominciare a diciotto anni
Per molte famiglie arriva un momento in cui alcune domande diventano inevitabili.
Quanto potrà essere autonomo mio figlio?
Come potrà costruire relazioni al di fuori della famiglia?
Quali attività potrà svolgere?
Come possiamo aiutarlo senza sostituirci continuamente a lui?
Che cosa accadrà quando noi genitori non potremo più occuparci di tutto?
Sono domande difficili, ma non dovrebbero essere affrontate soltanto quando diventano urgenti.
L’autonomia non compare improvvisamente con la maggiore età. Si costruisce progressivamente attraverso esperienze, responsabilità proporzionate alle possibilità individuali, capacità di scelta, relazioni e partecipazione alla vita quotidiana.
Anche piccoli obiettivi possono avere un grande significato: imparare a organizzare una parte della propria giornata, muoversi con maggiore sicurezza negli ambienti conosciuti, esprimere una preferenza, gestire semplici responsabilità, partecipare a un’attività sociale o sviluppare relazioni al di fuori del nucleo familiare.
Non esiste un unico modello di autonomia valido per tutti. Esiste l’autonomia possibile per quella specifica persona.
Che cosa può fare il pedagogista
Il pedagogista non sostituisce il medico, lo psicologo, il terapista, l’insegnante o l’assistente sociale.
Il suo sguardo è differente e, proprio per questo, può integrarsi con quello degli altri professionisti.
L’intervento pedagogico osserva la persona all’interno dei suoi contesti di vita e lavora sulla costruzione di condizioni educative che possano favorirne lo sviluppo, l’autonomia e la partecipazione.
In una situazione di disabilità, la consulenza pedagogica può quindi aiutare la famiglia a individuare obiettivi realistici, riconoscere capacità che rischiano di essere sottoutilizzate, modificare alcune dinamiche quotidiane, costruire gradualmente nuove autonomie e individuare opportunità di partecipazione sociale.
Può essere importante anche aiutare i genitori a distinguere ciò che la persona realmente non può fare da ciò che, magari, non ha ancora avuto sufficienti occasioni per imparare a fare.
È una differenza sottile, ma fondamentale.
Non lavorare soltanto sulla persona, ma anche sull’ambiente
L’inclusione non può essere considerata esclusivamente una responsabilità della persona con disabilità.
Se un ragazzo non riesce a partecipare a determinate esperienze, la domanda non dovrebbe essere soltanto “che cosa non riesce a fare?”, ma anche “che cosa possiamo modificare nell’ambiente perché possa partecipare?”.
A volte sono necessari adattamenti. Altre volte occorre costruire gradualmente competenze. In altri casi bisogna individuare contesti più adatti, creare collegamenti tra famiglia, scuola, servizi e territorio o semplicemente ripensare aspettative diventate troppo basse o, al contrario, irrealistiche.
È qui che il progetto educativo acquista significato: non come elenco astratto di obiettivi, ma come percorso costruito sulla vita concreta della persona.
Chiedere una consulenza non significa necessariamente iniziare un lungo percorso
Esiste infine un equivoco che può allontanare le famiglie dalla consulenza pedagogica: pensare che rivolgersi a un professionista significhi automaticamente intraprendere mesi o anni di incontri.
Non è necessariamente così.
A volte una famiglia ha bisogno innanzitutto di mettere ordine nella situazione, comprendere quali siano i bisogni prioritari e individuare una direzione educativa.
Anche un primo confronto può servire a capire se esiste effettivamente un problema sul quale intervenire, quali risorse siano già presenti e quale professionista o servizio possa eventualmente essere più appropriato.
Perché l’obiettivo non dovrebbe essere quello di creare dipendenza dal professionista.
Al contrario, un buon intervento educativo dovrebbe contribuire ad aumentare le competenze e le possibilità della persona e della sua famiglia.
La disabilità può porre limiti reali, che non vanno negati. Ma quei limiti non dovrebbero trasformarsi automaticamente in isolamento, rinuncia o esclusione.
Tra ciò che una persona non può fare e ciò che potrebbe imparare, sperimentare o conquistare esiste spesso uno spazio.
È precisamente quello spazio che l’educazione può provare ad ampliare.
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Eleonora Giovannini, Pedagogista della marginalità e della disabilità, svolge la propria attività professionale a Falconara Marittima e, a partire dall’autunno, sarà presente anche nel quartiere Palombare di Ancona, dove è prevista l’apertura del suo secondo studio.

