Risorse e rifiuti

Plastiche nel compost: nuovo protocollo analitico per identificazione

Un’innovativa metodologia messa a punto congiuntamente da Cnr-Isafom e Università degli Studi di Milano permette di individuare con precisione la presenza di inquinanti persistenti – come plastiche e microplastiche – nel compost, favorirà una maggiore sicurezza alimentare e sostenibilità delle catene di approvvigionamento.

Individuare con precisione la presenza di inquinanti persistenti – come plastiche e microplastiche – nel compost, distinguendoli da altre sostanze biodegradabili come le plastiche compostabili.

Un passo in avanti contro la contaminazione da plastiche del suolo è stato compiuto da un team congiunto dell’Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Consiglio nazionale delle ricerche di Perugia (Cnr-Isafom) e dell’Università degli studi di Milanoche ha messo a punto uninnovativo protocollo di analisi che permette di individuare con precisione la presenza di inquinanti persistenti nel compost – come plastiche e microplastiche – distinguendoli da altre sostanze biodegradabili come le plastiche compostabili.

Il metodo descritto nelloStudio“A Selective Thermal-Alkaline Hydrolysis Method for the Separation of Compostable and Conventional Plastics in Compost”, pubblicato sulla rivista scientificaACS Sustainable Chemistry & Engineering, consiste nello sviluppo di una procedura di idrolisi termo-alcalina selettiva che agisce come uno spartiacque analitico. Sottoponendo, infatti, campioni di materiali recuperati dal compost a una soluzione specifica di idrossido di sodio a 80 °C, il protocollo riesce a dissolvere completamente i polimeri compostabili (come PLA e materiali a base di amido), lasciando invece inalterate le plastiche convenzionali (quali PE, PP, PET, PVC, PS). che resistono all’attacco chimico.

Abstract grafico

“Il suolo è diventato un bacino di accumulo di inquinanti persistenti, a causa della produzione di plastica in costante crescita a livello mondiale, di scorrette pratiche di smaltimento del rifiuto in plastica, della sua dispersione accidentale e, in minor misura, di pratiche agronomiche, quali la pacciamatura e l’utilizzo di compost da rifiuti urbani, che possono presentare tracce di plastica (ammesse nella misura massima dello 0,3% in peso dalla normativa vigente)– ha spiegatoMirko Cucina, Ricercatore del Cnr-Isafom e autore dello studio insieme aFabrizio Adanidell’Università degli Studi di Milano –La determinazione delle tracce di plastica nel compost, ad oggi, non permetteva di distinguere tra plastiche tradizionali e compostabili, con queste ultime che rappresentano un costituente legittimo della frazione organica dei rifiuti urbani. In questo contesto, la capacità di distinguere accuratamente tra polimeri fossili recalcitranti e plastiche compostabili nel compost non è più solo una questione tecnica, ma un prerequisito fondamentale per la sicurezza alimentare e la sostenibilità delle catene di approvvigionamento globali. Questa tecnologia permette di superare i limiti dei metodi attuali, spesso troppo costosi o imprecisi per un’applicazione su larga scala, garantendo un tasso di recupero del 98% e una precisione validata tramite spettroscopia infrarossa”. 

L’innovazione rappresenta un importantestrumento anche per l’implementazione di strategie dibioeconomia circolare. Secondo i ricercatori, il metodo messo a punto permette di evitare che i materiali biodegradabili vengano erroneamente classificati come inquinanti, incentivando così l’adozione di alternative compostabili sicure.

A livello tecnico, lo studiooffre agli impianti di trattamento dei rifiuti organici una metodologia a basso costo e alta efficacia per certificare la qualità del compost e monitorare la degradazione dei nuovi materiali polimerici.

Inoltre, la ricerca offre una risposta concreta alla necessità diproteggere i terreni agricoli dall’accumulo di microplastiche, promuovendo al contempo l’uso di bioplastiche che possono effettivamente ritornare alla terra sotto forma di nutrienti.

“Si tratta di un passo avanti decisivo per armonizzare le necessità della produzione industriale con la tutela della biodiversità del suolo– hanno concluso i ricercatori –garantendo che il riciclo organico diventi un pilastro affidabile e trasparente della transizione ecologica globale”.

Immagine di copertina: Bioplastics News

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