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Meccanismo giusta transizione: è iniziato l’assalto ai 100 miliardi di euro?

Il Consiglio UE ha approvato l’obiettivo di un’UE a zero emissioni al 2050, superando l’opposizione della Polonia che ha avuto l’assicurazione di essere esentata dai conseguenti impegni di riduzione delle emissioni, almeno fino a giugno, dopo la ripartizione dei 100 miliardi di euro previsti dal Meccanismo di giusta transizione.

Il Consiglio europeo (12.13 dicembre 2019) riunitosi sotto la Presidenza belga di turno ha, tra l’altro approvato formalmente “l’obiettivo di realizzare un’UE a impatto climatico zero entro il 2050 – si legge nelle conclusioni in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”.

La decisione costituisce una spinta al Green Deal europeo adottato l’11 dicembre 2019 dalla nuova Commissione UE della Presidente Ursula von der Leyen.

Tuttavia, l’accordo raggiunto contiene un compromesso: “In questa fase uno Stato membro non può impegnarsi ad attuare tale obiettivo per quanto lo riguarda: il Consiglio europeo tornerà sulla questione nel giugno 2020”, quindi, dopo che la Commissione avrà definito i suoi Piani per il Meccanismo della Giusta Transizione da 100 miliardi di euro, per aiutare le industrie e le regioni ancora troppo dipendenti dalle fonti fossili a decarbonizzarsi, e per introdurre forme di sostegno e riqualificazione per i lavoratori messi in difficoltà dalla transizione verso un’economia low carbon. Il termine previsto è anche successivo all’approvazione della cosiddetta Legge sul clima, prevista  entro marzo 2020 dal cronoprogramma pubblicato dalla Commissione UE

Come avevamo anticipato, l’opposizione della Polonia è stata superata solo con una contropartita, tant’è che il primo Ministro polacco Mateusz Morawiecki, come riporta Euractiv ha elogiato la “soluzione molto valida” e ha affermato che il suo Paese è stato “esentato dal principio di applicazione della politica di neutralità climatica. La raggiungeremo con il nostro ritmo“. 

Morawiecki ha aggiunto che alla Polonia verrebbe assegnata una “quota equa” del nuovo Meccanismo, suggerendo che un eventuale accordo sarà effettivamente possibile una volta che saranno resi noti tutti i dettagli.

È accettabile per un Paese che ha fatto molta strada e ha molte regioni che dipendono dal carbone, che abbia bisogno di più tempo per esaminare i dettagli – ha osservato la nuova Presidente von der Leyen – Ma non cambierà i tempi della Commissione”.

I leader hanno anche concordato “la necessità di garantire la sicurezza energetica e rispettare il diritto degli Stati membri di decidere in merito ai rispettivi mix energetici e di scegliere le tecnologie più appropriate“, una richiesta chiave questa, avanzata anche dalla Repubblica ceca che , assieme alla Polonia, aveva posto il veto alla Strategia a lungo termine adottata dalla precedente Commissione Juncker l’anno scorso.

A convincere i cechi a cambiare posizione è stata la presa d’atto del Consiglio che “alcuni Stati membri hanno indicato che usano l’energia nucleare come parte del loro mix energetico nazionale“, come avevano chiesto anche Francia e Ungheria.

Se è vero che le nuove centrali nucleari non emettono carbonio, pongono egualmente seri problemi ambientali. Inoltre, con le fonti rinnovabili che hanno costi sempre più bassi, si pone problema di concorrenza economica che il nucleare potrebbe superare solo con gli aiuti di stato, la cui approvazione sarebbe difficilmente concessa dal Dipartimento della Concorrenza, stante le attuali normative.

Non è casuale che nella lettera inviata alla von der Leyen dal Primo ministro ceco Andrej Babiš nei giorni precedenti il Consiglio UE secondo quanto riportato anche in questo caso da Euractiv, si indicava la necessità che “La costruzione di centrali nucleari potrebbe richiedere cambiamenti nelle norme sugli aiuti di Stato“.

Il ritardo a giugno di rivedere la questione della posizione polacca, si inserisce nell’ambito della più generale richiesta dei Paesi dell’Europa orientale che prima di approvare la Legge sul Clima, debbano essere compiuti sostanziali passi in avanti sul prossimo bilancio pluriennale dell’UE (QFP 2021-2027), che difficilmente potrà concludere l’iter nel primo semestre del 2020, anche perché la Germania cercherà di farlo approvare durante la sua Presidenza che inizierà dal 1° luglio 2020.

Ovviamente queste posizioni dei Paesi dell’Est suscitano malumori non sempre celati, come dimostrano le dichiarazioni del Primo ministro olandese Mark Rutte, riportate dal Financial Times, che avrebbe detto ai giornalisti che un accordo di compromesso era stato raggiunto, aggiungendo tuttavia che i Paesi Bassi non avrebbero intensificato i propri sforzi di riduzione delle emissioni per coprire quelli mancanti della Polonia: “No, non lo faremo. Nemmeno i tedeschi lo faranno. “

L’impressione è che la questione sia essenzialmente di ripartizione dei fondi che, con l’uscita dall’UE della Gran Bretagna che contribuiva al bilancio più di quanto ricevesse, saranno di minore entità.

È fondamentale per passare ad un’economia decarbonizzata l’affermazione del principio della Dichiarazione di Slesia, a cui si ispira il Meccanismo UE della giusta transizione, che tiene conto delle diverse realtà economiche e della necessità di mantenere la coesione sociale, rassicurando i lavoratori dei settori ad alto contenuto di carbonio, maggiormente a rischio di sottoccupazione e soprannumero, sulla loro ricollocazione e formazione e garantendo loro i mezzi di sostentamento.

Altrettanto determinante, però, è che l’adozione del Meccanismo della giusta transizione sia correlata ai contribuiti nazionali di riduzione delle emissioni e all’adozione delle strategie a lungo termine.

Ci sono da salvaguardare non solo i minatori del bacino carbonifero della Polonia o i lavoratori dell’acciaieria di Ostrava, ma anche i minatori sardi del Sulcis e i lavoratori dell’ex-Ilva di Taranto, senza contare gli addetti ad altri settori che inevitabilmente saranno colpiti dalla ristrutturazione economica indotta dalla inevitabile decarbonizzazione, se si vuole salvaguardare il futuro delle prossime generazioni.

In questa fase delicata gli egoismi nazionali non devono prevalere e a nessun Paese deve essere permesso l’ “assalto alla diligenza” che custodisce i 100 miliardi del Meccanismo per la transizione.

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