Una nuova e importante valutazione della Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità (IPBES) che ha impegnato per 3 anni 79 esperti di spicco di 35 Paesi evidenzia che la perdita di biodiversità rappresenta oggi un rischio sistemico critico e pervasivo per l’economia, la stabilità finanziaria e il benessere umano. Ogni impresa dipende direttamente o indirettamente dalla biodiversità e ogni attività commerciale ha un impatto sulla biodiversità. Le imprese devono guidare il cambiamento trasformativo o rischiano l’estinzione.
Ogni azienda dipende dalla biodiversità e ogni azienda ha un impatto sulla biodiversità. La crescita dell’economia globale è avvenuta a costo di un’immensa perdita di biodiversità, che ora rappresenta un rischio sistemico critico e pervasivo per l’economia, la stabilità finanziaria e il benessere umano.
Al termine della 12ma Sessione Plenaria (Manchester, 3-8 febbraio 2026) dell’International Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES), considerata una sorta di IPCC (Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici) dedicato alla Biodiversità, nel corso di un evento di lancio, svoltosi il 9 febbraio, è stata rilasciata la Sintesi per i decisori politici della valutazione metodologica dell’impatto e della dipendenza delle imprese dalla biodiversità e del contributo della natura alle persone (valutazione di imprese e biodiversità), che costituisce la base di conoscenze a supporto degli sforzi delle imprese per realizzare la Visione 2050 per la Biodiversità del Quadro globale di Kunming-Montreal.
La Valutazione, approvata dai rappresentanti degli oltre 150 Governi membri dell’IPBES, è il frutto di 3 anni di lavoro dei 79 esperti di spicco provenienti da 35 paesi e da tutte le regioni del mondo, provenienti dal mondo scientifico e dal settore privato, in consultazione con i popoli indigeni e le comunità locali, rileva che le attuali condizioni in cui operano le aziende non sono sempre compatibili con il raggiungimento di un futuro giusto e sostenibile e che tali condizioni perpetuano anche i rischi sistemici.
“Questo rapporto attinge a migliaia di fonti, riunendo anni di ricerca e pratica in un unico quadro integrato che illustra sia i rischi della perdita di biodiversità per le imprese, sia le opportunità per le imprese di contribuire a invertire questa tendenza – ha affermato Matt Jones, Chief Impact Officer presso l’UNEP-WCMC e uno dei tre copresidenti della valutazione – Questo è un momento cruciale per le imprese e le istituzioni finanziarie, così come per i governi e la società civile, per districarsi nella confusione di innumerevoli metodi e parametri e utilizzare la chiarezza e la coerenza offerte dal rapporto per intraprendere passi significativi verso un cambiamento trasformativo. Le imprese e gli altri attori chiave possono aprire la strada a un’economia globale più sostenibile o, in ultima analisi, rischiare l’estinzione… sia di specie in natura, ma potenzialmente anche della propria“.
Le aziende spesso si trovano ad affrontare incentivi inadeguati o perversi, barriere che ostacolano gli sforzi per invertire il declino della natura, un ambiente istituzionale con supporto, applicazione e conformità insufficienti, nonché lacune significative nei dati e nelle conoscenze. Tutto ciò, unito a modelli di business che si traducono in un consumo di materiali sempre maggiore e in un’enfasi sulla rendicontazione degli utili trimestrali, contribuisce al degrado della natura in tutto il mondo. Il Rapporto sottolinea che un cambiamento radicale è possibile e necessario per creare un ambiente favorevole all’allineamento tra ciò che è redditizio per le imprese e ciò che è benefico per la biodiversità e le persone.

Gli incentivi del business as usual stanno guidando il declino della natura
Le condizioni attuali perpetuano il business as usual e non supportano il cambiamento radicale necessario per arrestare e invertire la perdita di biodiversità. Un Rapporto dell’UNEP, pubblicato il mese scorso, rivela che nel 2023 i flussi finanziari pubblici e privati globali con impatti direttamente negativi sulla natura sono stati stimati a 7,3 trilioni di dollari, di cui 4,9 trilioni di dollari di finanziamenti privati, con una spesa pubblica per sussidi dannosi per l’ambiente di circa 2,4 trilioni di dollari. Di contro, sono stati destinati nel 2023 solo 220 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici e privati ad attività che contribuiscono alla conservazione e al ripristino della biodiversità, rappresentando solo il 3% dei fondi pubblici e degli incentivi che incoraggiano comportamenti imprenditoriali dannosi o impediscono comportamenti benefici per la biodiversità.
“La perdita di biodiversità è tra le minacce più gravi per le imprese – ha sottolineato Stephen Polasky, Professore di Economia ecologica e ambientale presso l’Università del Minnesota, co-presidente della Valutazione – Eppure la realtà distorta è che spesso sembra più redditizio per le imprese degradare la biodiversità piuttosto che proteggerla. Un tempo, il ‘business as usual’ poteva sembrare redditizio nel breve termine, ma gli impatti su più attività possono avere effetti cumulativi, che si sommano a impatti globali, che possono superare i punti di non ritorno ecologico. Il Rapporto dimostra che il ‘business as usual’ non è inevitabile: con le giuste politiche, così come con cambiamenti finanziari e culturali, ciò che è bene per la natura è anche ciò che è meglio per la redditività. Per raggiungere questo obiettivo, il Rapporto offre strumenti per scegliere misurazioni e analisi più efficaci“.
Misurazione degli impatti e delle dipendenze
Il rapporto rileva l’esistenza di un’ampia gamma di metodi, conoscenze e dati per misurare gli impatti e le dipendenze aziendali, che possono già orientare decisioni e azioni, ma che si sa di più sull’applicazione di metodi per la valutazione degli impatti rispetto alla misurazione delle dipendenze. L’applicazione e l’adozione di metodi risultano scarse e disomogenee tra i diversi settori aziendali e locali, con meno dell’1% delle aziende che pubblicano i propri dati e menzionano il proprio impatto sulla biodiversità nei propri report.
Un recente sondaggio condotto tra istituti finanziari che rappresentano il 30% del valore della capitalizzazione di mercato globale ha rilevato che i 3 ostacoli più citati a una maggiore diffusione della valutazione e gestione del rischio legato alla natura sono: a) accesso a dati affidabili, b) accesso a modelli affidabili e c) accesso a scenari.
“Troppo spesso, le aziende dedicano più tempo a decifrare quadri complessi e contrastanti per la conformità e la rendicontazione che ad adottare misure significative – ha aggiunto Polasky – Uno degli aspetti più importanti di questo rapporto è che aiuta a decifrare quali metodi, metriche e strumenti politici siano appropriati per l’ambito di attività, contribuendo a portare chiarezza e coerenza nel modo in cui le aziende misurano e rendicontano le loro interazioni con la natura. Stiamo spostando il dibattito dagli impegni volontari per la sostenibilità a una tabella di marcia scientifica per il cambiamento del sistema“.
Gli autori sottolineano che non esiste un singolo metodo per misurare e gestire impatti e dipendenze adatto a tutte le decisioni aziendali e che gli aspetti da misurare dipendono dal contesto e dall’azione da intraprendere o dalla decisione presa: spesso saranno necessari più metodi o metriche. Il rapporto propone 3 caratteristiche generali che possono essere utilizzate per valutare quali metodi siano più appropriati per qualsiasi azienda, di qualsiasi dimensione o settore: copertura (sia geografica che relativa all’entità degli impatti e delle dipendenze); accuratezza (il grado in cui i risultati descrivono correttamente ciò che sono progettati per misurare); e reattività (la capacità del metodo di rilevare i cambiamenti attribuibili alle azioni e alle attività dell’azienda).

Le decisioni a livello operativo richiedono informazioni specifiche per ogni sito, generate attraverso approcci “bottom-up“, che includono osservazioni basate sulla localizzazione, monitoraggio e mappatura partecipativi e analisi spaziali basate su queste fonti di dati. Gli approcci più appropriati a livello di portafoglio, di azienda e di catena del valore includono metodi “top-down“, come gli approcci basati sul ciclo di vita e i modelli economici ambientali su scala macro. A seconda dello scopo della misurazione, questi possono essere condotti con dati a risoluzione spaziale inferiore ma su una scala geografica più ampia.
Un’altra scoperta fondamentale è che le imprese potrebbero migliorare la misurazione e la gestione degli impatti e delle dipendenze attraverso un adeguato coinvolgimento della scienza e delle conoscenze indigene e locali.
“Dati e conoscenze sono spesso isolati – ha dichiarato Ximena Rueda, Professoressa di Gestione della sostenibilità e catene di fornitura globali presso l’Università delle Ande di Bogotá, co-Presidente della valutazione – La letteratura scientifica non è scritta per le imprese e la mancanza di traduzione e attenzione alle esigenze delle imprese ha rallentato l’adozione dei risultati scientifici. Tra le imprese, inoltre, vi è spesso una comprensione e un riconoscimento limitati delle popolazioni indigene e delle comunità locali come custodi della biodiversità e, quindi, detentori di conoscenze sulla sua conservazione, ripristino e uso sostenibile“.
Lo sviluppo industriale minaccia il 60% delle terre indigene in tutto il mondo e un quarto di tutti i territori indigeni è sottoposto a forti pressioni a causa dello sfruttamento delle risorse, ma i popoli indigeni e le comunità locali si trovano spesso inadeguatamente rappresentati nella ricerca e nei processi decisionali aziendali.
“Una collaborazione rispettosa che si traduca nella condivisione e in un migliore utilizzo di dati, informazioni, approfondimenti scientifici e conoscenze indigene e locali – ha aggiunto Rueda – può tradursi in una migliore gestione dei rischi aziendali e nella realizzazione di opportunità“.
Oltre 100 azioni concrete per governi, attori finanziari e società civile
Un altro messaggio centrale del Rapporto è che le imprese non possono, da sole, realizzare il cambiamento necessario per arrestare e invertire la perdita di biodiversità. Collaborazione e azioni collettive e individuali sono essenziali per creare un ambiente favorevole in cui le imprese contribuiscano a un futuro giusto e sostenibile.
Sono individuate 5 componenti specifiche come centrali per un tale ambiente abilitante: quadri politici, giuridici e normativi; sistemi economici e finanziari; valori sociali, norme e cultura; tecnologia e dati; capacità e conoscenza. Il Rapporto fornisce oltre 100 esempi specifici di azioni concrete che possono essere intraprese, in ciascuna di queste componenti, da imprese, governi, attori finanziari e società civile.
“Questo primo Rapporto di Valutazione IPBES accelerato è stato presentato con urgenza, all’inizio della seconda metà di questo decennio, su richiesta dei nostri governi, come contributo vitale agli sforzi di imprese, governi, attori finanziari e dell’intera società per raggiungere gli obiettivi e i traguardi del Quadro Globale sulla Biodiversità, degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e dell’Accordo di Parigi sui Cambiamenti Climatici – ha dichiarato il Dott. David Obura, Presidente dell’IPBE – Si collega direttamente al Target 15 del Quadro Globale sulla Biodiversità, che si concentra sulle imprese, ma in definitiva a tutti i nostri obiettivi globali condivisi, perché le imprese sono al centro del modo in cui le nostre economie e gran parte della nostra società dipendono e hanno un impatto sulla natura“.
