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Forum DD: in Italia salari sempre più bassi

Forum DD ha pubblicato il Report “I lavoratori e le lavoratrici a rischio di bassi salari in Italia” da cui emerge che l’incidenza dei bassi salari sul totale dei lavoratori italiani è aumentata da 25.9 nel 1990 a 32.2% nel 2017, ed è l’unico Paese OCSE  in cui c’è stata una riduzione del salario tra il 1990 e il 2020 (-3%). “Servono risposte complesse e quelle che si intravedono nella manovra 2023 non vanno nella direzione giusta”. 

In Italia lavorare non basta per essere al riparo dalla povertà. L’incidenza dei bassi salari sul totale dei lavoratori italiani è aumentata da 25.9 punti percentuali nel 1990 a 32.2 punti percentuali nel 2017. Questa situazione di povertà lavorativa è maggiore tra le donne, i giovani nella fascia 16-34 anni e i residenti al Sud e tra quanti hanno un contratto di lavoro part-time.

È quanto emerge dal Rapporto I lavoratori e le lavoratrici a rischio di bassi salari in Italia” pubblicato il 28 novembre 2022 da Forum Disuguaglianze e Diversità (Forum DD), un’Alleanza costituitasi 3 anni fa tra Associazioni e Ong e studiosi e ricercatori con l’obiettivo di avviare processi virtuosi per ridurre le disuguaglianze di ricchezza, di reddito e di lavoro, nell’accesso e nella qualità dei servizi essenziali e nella partecipazione alle decisioni,  e curato da Michele Bavaro (Università Roma Tre) con il coordinamento di Elena Granaglia e Patrizia Luongo (Forum DD), che utilizzando diverse banche dati, analizza l’andamento della distribuzione salariale nel nostro paese, le caratteristiche dei lavoratori e delle lavoratrici a basso reddito e individua le tipologie lavorative che possono risultare a forte rischio di povertà lavorativa. 

L’Italia, infatti, è l’unico dei Paesi OCSE in cui c’è stata una riduzione del salario medio tra il 1990 e il 2020 (circa 3%) e nello stesso periodo sono aumentate anche le disuguaglianze salariali, in particolare tra gli anni ’90 e la seconda metà della prima decade degli anni 2000. Come si può vedere dal grafico nel periodo tra il 1990 ed il 2017 l’indice di Gini del reddito da lavoro è passato da 36.6 punti nel 1990 al valore di 44.7 nel 2017.

Come mostrato dalla Figura 3, sottolinea Forum DD,  nel periodo 1990-2017 la soglia relativa alla retribuzione bassa in Italia è diminuita (circa l’8% in meno) raggiungendo i 10,919 euro annui a partire da 11,673 euro annui, e al tempo stesso l’incidenza dei bassi salari è aumentata da 25.9 punti percentuali nel 1990 a 32.2 punti percentuali nel 2017 sul totale dei lavoratori italiani.

Il Report inoltre mostra come la percentuale di lavoratori e lavoratrici, tra i lavoratori dipendenti privati, che riceve bassi salari annuali oscilla tra il 26,8% e il 30% (a seconda che si consideri, rispettivamente, chi lavora più di 3 mesi l’anno o tutti coloro che hanno versato dei contributi nel corso del 2018), percentuale che scende a valori compresi tra il 20,3% e il 21,9% se si considerano invece i salari settimanali. Si osserva quindi come il numero di lavoratori poveri oscilli a seconda del campione considerato e del salario tra il 20 ed il 30% riguardando, quindi, una fetta importante del mercato del lavoro italiano.

Come immaginabile, l’incidenza dei bassi salari è maggiore tra le donne, i giovani nella fascia 16-34 anni e i residenti al Sud e tra quanti hanno un contratto di lavoro part-time. Questo dato risulta significativo se consideriamo che nel nostro paese ad essere impiegate nel part-time sono prevalentemente le donne e che la maggior parte del part-time (secondo i dati OCSE più del 60%) è involontario.

Cosa ci dicono i dati e quali sono le possibili risposte
Il Report mostra, secondo Forum DD, che l’aumento dei lavoratori e delle lavoratrici a basso salario dipende da due fattori: il salario orario e il tempo di lavoro.

Per quanto riguarda il primo fattore, ha sicuramente inciso il cambiamento nella struttura occupazionale avvenuto negli ultimi trent’anni anni – con la crescita di settori low-skilled, come quello dei servizi a famiglie e turistici, nei quali la retribuzione non è sufficiente per uscire dalla spirale della povertà – e l’aumento dei contratti collettivi nazionali che coincide anche con una crescente tendenza al mancato rispetto dei minimi tabellari da essi fissati. Per quanto riguarda il secondo, hanno inciso le numerose riforme di deregolamentazione contrattuale, che hanno permesso la moltiplicazione delle tipologie di contratti atipici e spesso precari, e la forte diffusione del part-time.

La figura 7, prende in considerazione il tema specifico della frammentazione, o precarizzazione, del lavoro. Si nota come, all’aumentare dei lavori svolti durante l’anno, segnale di lavoro intermittente, corrisponda un incremento della percentuale di lavoratori che ricevono un basso salario.

Infine, il Report considera altre 2 categorie a forte rischio di povertà: i lavoratori delle piattaforme e i cosiddetti falsi lavoratori autonomi, i quali combinano spesso gli aspetti più negativi del lavoro autonomo e di quello dipendente, dando vita a figure spesso dipendenti a tutti gli effetti ma che devono fronteggiare costi del lavoro più elevati e possiedono molti meno diritti.

Combattere il lavoro povero richiede di agire su più fronti.
Occorre un salario minimo decente, contrastando, anche grazie al rafforzamento della contrattazione collettiva, sia la concorrenza al ribasso dei salari sia la frammentazione delle categorie contrattuali. Occorre più lavoro: la bassa intensità lavorativa è all’origine della povertà di tanti lavoratori. E occorre porre fine alla moltiplicazione delle forme contrattuali non standard, nonché rivedere il sistema degli ammortizzatori sociali e degli eventuali sostegni al reddito di chi resta lavoratore povero.

Cosa si intravede dalla legge di Bilancio del 2023
Si tratta di misure complesse, afferma Forum DD, dirimente, però, è iniziare. Cosa lasciano, invece, intravedere le prime indicazioni della legge di Bilancio per il 2023? Al posto della riduzione delle forme contrattuali non standard, si re-introducono, potenziandoli rispetto al passato, i buoni lavoro aboliti dal Governo Gentiloni nel 2017 anche sulla spinta del referendum promosso dalla CGIL. I nuovi buoni si applicherebbero ai settori dell’agricoltura, dell’Ho.re. ca (hotel, ristoranti, caffè) e della cura della persona e potrebbero arrivare a coprire fino a 10.000 euro di remunerazione all’anno (in precedenza il limite era 5.000), cifra che non è lontana da uno stipendio “normale” povero.

Perché un’impresa dovrebbe, allora, ricorrere a rapporti di lavoro regolati quando i buoni permettono di non pagare contributi per disoccupazione, malattia e maternità?  Si citano i controlli. Ma, i controlli non eliminano la deregolamentazione contrattuale e, comunque, almeno in passato, i buoni sono addirittura utilizzati come tutela di ultima istanza per chi utilizza i lavoratori al nero.

Anche oggi, la consistenza numerica degli ispettori, la polverizzazione del comparto in cui i buoni possono essere utilizzati e le non risolte difficoltà organizzative relative all’unificazione delle competenze nell’Ispettorato nazionale del lavoro gettano più di un dubbio sulla possibilità dei controlli.

Si consideri poi l’intervento sul reddito di cittadinanza. Anziché impegnarsi ad offrire lavori decenti, si toglie il reddito a chi rifiuta il lavoro, anche se a centinaia di chilometri dalla propria residenza, e fra otto mesi a tutti gli “occupabili”.

Infine, flat tax e accettazione di un “normale” tasso di evasione, anche grazie a una revisione dell’Isee che premia l’evasione, segnalano la sostanziale rinuncia a pensare a uno schema universale di protezione del reddito. Offrire qualche regalo individuale (peraltro limitato solo ad alcune categorie), oltre a essere in sé ingiusto, rappresenta una forma di protezione del tutto inefficace ai fini della copertura dei rischi sociali. La lezione del Covid, secondo Forum DD, appare del tutto dimenticata.
E ultima, esemplificativa, chicca, conclude Forum DD, la detassazione per le mance.

Difficile pensare a una crescita inclusiva, con queste misure”.




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