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Agroalimentare: la sostenibilità leva dell’innovazione

Nel corso del Convegno “Dalle regole alla visione, la sostenibilità è leva di innovazione per l’agroalimentare”, l’Osservatorio Food Sustainability della POLIMI School of Management ha presentato i risultati della Ricerca 2025-2026da cui emerge che la sostenibilità si conferma una leva sempre più strategica per il sistema agroalimentare italiano.

– Il 76% delle grandi imprese della distribuzione monitora le eccedenze, meno della metà tra le PMI.

– Circa il 45% delle aziende del settore fa donazioni per fini sociali, l’83% delle grandi imprese dona frequentemente.

– Il 53% delle aziende agricole adotta pratiche di agricoltura rigenerativa, con il 46% dei progetti dedicati alla biodiversità sviluppato in partnership con altre aziende o enti terzi.

– 143 milioni di dollari di finanziamenti alle startup destinati a riutilizzo e redistribuzione del cibo, con Il 44% delle startup che promuove tecnologie digitali contro lo spreco alimentare.

– Il packaging è una leva strategica di sostenibilità che impatta l’intero sistema alimentare.

Sono gli highlights dellaRicerca 2025-2026dell’Osservatorio Food Sustainability, uno degliOsservatori Digital InnovationdellaPOLIMI School of Management, presentata il 17 giugno 2026 durante il Convegno “Dalle regole alla visione, la sostenibilità è leva di innovazione per l’agroalimentare”,  a cui hanno partecipato  rappresentanti di imprese, istituzioni, terzo settore e comunità scientifica, per promuovere un approccio collaborativo e arricchire il confronto con esperienze e punti di vista eterogenei.

L’Osservatorio è parte del Food Sustainability Lab, centro di conoscenza multidisciplinare sui temi dell’innovazione per la sostenibilità dei sistemi agroalimentari, il cui obiettivo è creare un terreno fertile di confronto e collaborazione tra accademici, ricercatori, responsabili di aziende e stakeholder della filiera alimentare: attraverso temi come l’innovazione per la biodiversità nel settore agricolo e alimentare, pratiche di economia circolare lungo la filiera e in ambito urbano, innovazione e sostenibilità per il packaging alimentare, si ambisce a generare un valore condiviso per tutta la filiera.

Dalla ricerca emerge che la sostenibilità si conferma una leva sempre più strategica per il sistema agroalimentare italiano. Oggi la distribuzione genera quasi 632 milioni di euro di valore sociale grazie al recupero delle eccedenze alimentari in Italia, pari a circa 135 mila tonnellate di prodotti recuperati ogni anno, mentre il 71% delle aziende del settore adotta almeno una pratica di valorizzazione delle eccedenze contro gli sprechi. Il 76% delle grandi imprese monitora le eccedenze alimentari, quota che scende al 39% tra le piccole imprese, e il 44,5% delle aziende realizza donazioni per fini sociali, con l’83% delle grandi imprese che dona con continuità.

Parallelamente cresce l’impegno ambientale delle imprese agricole: il 53% delle aziende adotta pratiche di agricoltura rigenerativa e il 46% dei progetti dedicati alla biodiversità viene sviluppato in partnership con altre aziende o enti terzi. Anche l’innovazione accelera la transizione sostenibile: 143 milioni di dollari di investimenti sono destinati a startup focalizzate sul riutilizzo e la redistribuzione del cibo per il consumo umano, in un ecosistema in cui il 44% utilizza tecnologie digitali per contrastare lo spreco alimentare.

In questo contesto, il packaging evolve da semplice elemento tecnico a leva strategica di sostenibilità. L’entrata in vigore del Regolamento PPWR sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio segna infatti un passaggio rilevante per il settore alimentare, trasformandomolte leve volontarie di sostenibilità in requisiti regolatori, capace di incidere susicurezza degli alimenti,organizzazione della filiera,logisticaerelazione con il consumatore. Le imprese della filiera alimentare estesa – inclusi i produttori di packaging – percepiscono la PPWR come una trasformazione sistemica più che come un semplice adeguamento tecnico. In particolare, emergono ambiti su cui le imprese devono anticipare decisioni in un quadro ancora in evoluzione.

I risultati della ricerca mostrano un comparto che sta accelerando su diversi fronti della sostenibilità, ma con livelli di maturità ancora molto differenziati– ha dichiaratoChiara Corbo, Direttrice dell’Osservatorio Food Sustainability –Le grandi imprese stanno investendo in strumenti di tracciabilità, tutela della biodiversità e competenze ESG, mentre per molte PMI permangono ostacoli legati ai costi, alla disponibilità di risorse e alla complessità degli adempimenti. Inoltre, la crescente attenzione delle normative europee alla trasparenza e alla rendicontazione rende sempre più centrale la capacità di raccogliere e gestire dati affidabili. È proprio su questo terreno che si giocherà una parte importante della competitività futura della filiera agroalimentare”,

Sul fronte della riciclabilità, ad esempio, il settore attende la definizione delle classi di prestazione e delle modalità di prova, necessarie per tradurre il principio didesign for recyclingin criteri verificabili e applicabili. A questi si affiancano tre ambiti in cui l’incertezza è soprattutto applicativa: il contenuto minimo di materiale riciclato, per la disponibilità e la verifica di materie prime seconde idonee al contatto alimentare; lacompliance chimica, con particolare attenzione a PFAS e sostanze soggette a restrizione, per la gestione di prove e dichiarazioni di conformità e dati lungo la filiera;e la riduzione di peso e spazio vuoto, per la necessità di criteri di misurazione che non compromettano protezione del prodotto, shelf-life ed efficienza logistica. L’etichettatura armonizzatainvece, rappresenta un adempimentodi prossima introduzione obbligatoria, con impatti sull’aggiornamento delle informazioni al consumatore e sulla gestione coordinata dei mercati, che non desta particolari preoccupazioni a livello di difficoltà implementativa.

La nuova Direttiva UE sui rifiuti segna un passaggio cruciale nelle politiche europee di prevenzione dello spreco alimentare: entro il 2030 è previsto l’obbligo di una riduzione del 10% dei rifiuti generati nella produzione e trasformazione, e del 30% pro capite di quelli provenienti dal commercio al dettaglio, dalla ristorazione, dai servizi di catering e dai nuclei familiari rispetto alla quantità media registrata nel periodo 2021-2023. Per il settore della distribuzione italiana, l’obiettivo è particolarmente sfidante. Considerando una produzione media annua di rifiuti alimentari pari a oltre 565 mila tonnellate nel periodo 2021-2023, la riduzione richiesta entro il 2030 corrisponde a circa 170 mila tonnellate annue.

Il percorso, tuttavia, è già ben avviato: la quasi totalità delle grandi insegne della GDO che pubblica un bilancio di sostenibilità ha incluso all’interno del reporting almeno una pratica volta a prevenire la generazione di eccedenze alimentari. Tra queste figurano la promozione commerciale di prodotti prossimi alla scadenza, implementata dal 41% delle aziende della distribuzione, e investimenti in sistemi avanzati di previsione della domanda e ottimizzazione delle scorte, che contribuiscono a migliorare l’efficienza gestionale e ridurre le eccedenze. La misurazione e il monitoraggio dello spreco, fondamentali per pianificare interventi mirati e strategie efficaci, rappresentano una frontiera ancora in via di consolidamento, soprattutto per le aziende di dimensione ridotta. Nel complesso, il 43% delle imprese della distribuzione dichiara di monitorare le proprie eccedenze, principalmente attraverso scansione dei codici a barre e analisi dei dati gestionali. La quota cresce sensibilmente tra le grandi imprese, raggiungendo il 76%, mentre si ferma al 39% tra le piccole realtà. Al di là delle attività di prevenzione, attualmente circa il 71% delle imprese del settore adotta almeno una pratica di valorizzazione delle eccedenze.

Tra queste, la donazione per fini sociali – che rappresenta la soluzione prioritaria secondo la gerarchia europea – è oggi effettuata dal 44,5% delle imprese della distribuzione. La sua diffusione, tuttavia, è fortemente influenzata dalla dimensione aziendale: le grandi imprese donano nell’83% dei casi con elevata frequenza, mentre le PMI mostrano tassi di adozione inferiori, rispettivamente 42% e 46%, e una minore frequenza nelle donazioni. In parallelo alla donazione, emergono altre strategie di valorizzazione circolare delle eccedenze e degli scarti. Il 43% delle imprese adotta infatti almeno una pratica alternativa alla donazione: il 24% ricorre ad altre forme di riuso circolare, mentre circa il 13% si concentra su forme di riciclo e recupero.

Sul fronte dell’innovazione tecnologica, un contributo rilevante proviene dall’ecosistema internazionale delle startup dedicate alla riduzione dei rifiuti alimentari, di cui circa il 21% opera, almeno in parte, nel settore della distribuzione. Un censimento condotto tra le startup italiane e internazionali, fondate tra il 2021 e il 2025 e tuttora attive, ha evidenziato che il 37% di esse opera principalmente nella prevenzione delle eccedenze e degli sprechi attraverso soluzioni che evitano la generazione di scarti lungo la filiera. Segue il riutilizzo e la ridistribuzione per il consumo umano (32%), che consente di recuperare prodotti ancora idonei al consumo. Il riciclo rappresenta il 22% delle iniziative, mentre il riutilizzo per l’alimentazione animale raggiunge l’11%. Infine, il recupero energetico dei rifiuti alimentari coinvolge il 10% delle startup analizzate.

Le startup offrono soluzioni principalmente per il settore primario (36%) e per i consumatori finali (33%). Tra i beneficiari seguono quindi le aziende della trasformazione alimentare (26%), i distributori (21%) e il comparto Ho.Re.Ca. (20%). Le soluzioni di prevenzione si concentrano soprattutto su distributori e consumatori, mentre quelle dedicate al riutilizzo e alla ridistribuzione coinvolgono maggiormente consumatori e aziende della trasformazione.

Le tecnologie digitali rappresentano la categoria più diffusa contro lo spreco alimentare, adottata dal 44% delle startup. Tra le applicazioni più comuni figurano piattaforme software per migliorare l’incontro tra domanda e offerta, sistemi IoT per il monitoraggio della freschezza dei prodotti, strumenti di gestione delle eccedenze e applicazioni per ridurre lo spreco domestico. Seguono le biotecnologie (32%), le tecnologie di trasformazione alimentare (26%), le soluzioni per lo sfruttamento di risorse rinnovabili (9%) e il novel farming (5%).

Tra queste, la maggioranza (71%) si concentra sulla prevenzione, offrendo strumenti digitali per ottimizzare pianificazione e gestione delle scorte, mentre il 27% abilita processi di riutilizzo e redistribuzione alimentare. Tra le soluzioni emergenti figurano anche realtà italiane.

La sfida per il settore non riguarda solo il rispetto dei nuovi obblighi normativi, ma la capacità di trasformarli in soluzioni industrialmente praticabili e realmente sostenibili– ha affermato Barbara Del Curto, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability-La transizione richiede criteri chiari, investimenti e una visione sistemica capace di considerare l’intero ciclo di vita del packaging alimentare. In questo scenario, il PPWR viene percepito dagli stakeholder non come una semplice norma di compliance, ma come un fattore di trasformazione strategica, in grado di generare valore attraverso innovazione, coordinamento di filiera e nuove soluzioni per coniugare sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare ed efficienza industriale.”

Immagine di copertina: Fonte Osservatorio Food Sustainability –POLIMI

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