Il Rapporto Italiani nel Mondo (RIM) 2025 della Fondazione Migrantes evidenzia che oltre 6,4 milioni di italiani risiedono all’estero, circa 1 su 9, con un saldo migratorio negativo di quasi 800.000 persone negli ultimi 20 anni, principalmente giovani, diplomati e laureati che si spostano soprattutto verso l’Europa, spinti da carenze del sistema italiano, ma rappresentando anche una risorsa per il Paese, con le donne che emigrano più velocemente.
Negli ultimi vent’anni la mobilità internazionale dei cittadini italiani è diventata un tratto strutturale del Paese. Le partenze non sono più un fenomeno episodico, ma un flusso continuo che coinvolge profili diversi per età, titolo di studio e traiettorie professionali. Accanto a questo, i ritorni hanno accompagnato l’intero periodo in misura variabile, mostrando come l’esperienza migratoria italiana sia sempre più circolare: si parte, si rientra, talvolta si riparte. In vent’anni si contano complessivamente 1 milione e 644 mila espatri a fronte di 826 mila rimpatri, con un saldo migratorio pari a -817 mila cittadini. Al 1° gennaio 2025 risultano iscritti all’Anagrafe per gli italiani all’estero (Aire), 6,4 milioni di persone, pari quasi a 1 italiano su 9. Oltre 1 milione di cittadini italiani nel periodo 2014-2024 si sono trasferiti dal Meridione al Centro-Nord, con un saldo negativo per il Mezzogiorno di oltre 500 mila persone.
Sono alcuni dati e considerazioni che emergono dalla XX edizione del Rapporto “Italiani nel Mondo” 2025 della Fondazione Migrantes, organismo pastorale collegato alla Conferenza Episcopale Italiana (CEI), che raccoglie le analisi socio-statistiche delle fonti ufficiali, nazionali e internazionali, più accreditate sulla mobilità italiana, a cui hanno contribuito 70 autrici e autori che, dall’Italia e dall’estero, hanno lavorato a 45 saggi articolati in 5 sezioni.

Tra il 2006 e il 2024 l’emigrazione italiana è diventata un fenomeno strutturale. Dopo la crisi del 2008, gli espatri sono cresciuti costantemente, toccando nel 2024 il record storico di 155.732 partenze. L’Europa resta il baricentro della mobilità italiana (76% degli espatri), con Regno Unito, Germania e Svizzera in testa. Negli anni però la mobilità si è fatta più circolare e complessa: si parte, si ritorna, si riparte. Accanto ai giovani, tra gli italiani residenti all’estero crescono anche le donne (+115,9% in vent’anni, dati AIRE) e gli over 50, spesso nonni o lavoratori che raggiungono figli e nipoti all’estero. Le costanti? Una spinta migratoria legata a fragilità strutturali del Paese e a un sistema bloccato – lavoro precario, disuguaglianze territoriali, riconoscimento del “merito” – ma anche una dimensione di scelta, curiosità e progettualità personale.
Negli ultimi vent’anni il flusso di cittadini italiani verso l’estero si è progressivamente ringiovanito, fino a concentrarsi nella fascia di età 25-34 anni. È questo oggi il cuore della mobilità in uscita ed è proprio in questa classe anagrafica che si completano i cicli di formazione avanzata e si compiono le prime scelte professionali. Non sorprende, quindi, che al crescere del volume complessivo delle partenze aumenti soprattutto la quota di giovani e giovani adulti: tra il 2006 e il 2024 la loro incidenza aumenta in modo quasi continuo (dal 27,1% al 37,5%) e, nell’ultimo biennio, alimenta il nuovo picco degli espatri. In altre parole, la mobilità internazionale è diventata un tassello ordinario dei percorsi di avvio carriera: spesso si parte per consolidare competenze e reti che in Italia faticano a valorizzarsi con la stessa velocità. L’estero è, letto in questa dimensione, qualcosa di molto più articolato di una frettolosa fuga. Esso diventa un’opportunità di crescita personale, formativa e professionale che non ha nulla di eccezionale. Fa parte di un percorso generazionale diffuso tra i giovani europei e, più in generale, tra coloro che abitano lo spazio globale contemporaneo: un contesto meticciato e interdipendente in cui la costruzione delle relazioni, delle competenze e delle identità avviene dentro reti transnazionali e spazi digitali ormai interiorizzati.
Nel periodo 2014-2024 i cittadini italiani che si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord sono stati, nel complesso, circa un milione e 98 mila, mentre gli individui che hanno compiuto lo spostamento opposto, dal Centro-Nord al Mezzogiorno, sono stati, complessivamente 587 mila. Il saldo migratorio interno del Mezzogiorno, ovvero la differenza tra immigrati da altre aree del Paese ed emigrati, è quindi negativo e pari a -511 mila unità. La maggior parte dei trasferimenti dal Mezzogiorno al Centro-Nord coinvolge i cittadini più giovani. Nel periodo 2014-2024, in quasi la metà dei casi (48,5%), lo spostamento ha riguardato, infatti, giovani di età compresa tra i 20 e i 34 anni

Il Rapporto aiuta a capire che non c’è una sola Italia, ma molte Italie che si muovono a velocità diverse. E che l’emigrazione non è solo un problema individuale o familiare, ma un sintomo di squilibri profondi, territoriali e strutturali. Dietro ogni provincia che si svuota, c’è una politica pubblica che non ha funzionato; dietro ogni giovane che parte, c’è un sistema educativo, produttivo e sociale che non ha saputo accoglierlo.
Lo speciale del Rapporto 2025, “Oltre la fuga: talenti, cervelli o braccia?” invita a superare la visione riduttiva e quasi tragica dell’espatrio e della mobilità come mera “perdita, strappo, trauma”. I dati e le testimonianze raccolte poi dimostrano che non partono solo ricercatori/laureati e che, anzi, prevalgono i diplomati. Il filo comune non è la fuga, ma una scelta, alla ricerca di dignità, riconoscimento e mobilità sociale.
“Il grande bluff non è tra cervelli o braccia, ma nel non riconoscere che tutti sono talenti – si legge nel Rapporto – Non basta trattenerli, né rimpiangerli: serve coinvolgerli nella costruzione di nuove visioni collettive”.
L’Italia fotografata dal RIM 2025 non è più un Paese che “fugge”, ma una nazione che si ridefinisce nei legami, nelle reti e nelle comunità transnazionali. Il Rapporto invita a leggere questa mobilità come una risorsa da ascoltare e valorizzare, non come una ferita da nascondere.
“Questa Italia non può avere come risposta solo il decreto legge del 28 marzo 2025, convertito nella Legge n. 74 del 23 maggio 2025, che ha introdotto modifiche al principio dello ius sanguinis, limitando la cittadinanza automatica a due generazioni di discendenza, con qualche eccezione – ha concluso SE mons. Gian Carlo Perego, Presidente della Commissione episcopale per le migrazioni della Conferenza episcopale italiana e della Fondazione Migrantes – Al contempo, è stato bocciato un referendum sulla riduzione dei tempi della cittadinanza da 10 a 5 anni, anche per il 65% dei bambini nati in Italia da genitori di altre nazionalità e che frequentano le nostre scuole: uno strabismo legislativo”.
