21 Settembre 2021
Economia e finanza Società

Rapporto Istat: povertà mai così alta in Italia dal 2005

Rapporto Istat poverta alta in Italia

Il Rapporto Istat “La povertà in Italia”, rilasciato il 26 giugno 2018 ha subito conquistato le prime pagine dei media e suscitato commenti politici con diverse focalizzazioni e interpretazioni che non possono comunque eludere il dato di fondo che vi emerge: la povertà in Italia non è mai stata così elevata dal 2005.

Le stime del Rapporto Istat si riferiscono a due distinte misure della povertà: assoluta e relativa.
La povertà assoluta è calcolata sulla base di una soglia corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una famiglia con determinate caratteristiche, è considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile.
La povertà relativa viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale (linea di povertà), che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. La soglia di povertà per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media mensile pro-capite nel Paese, e nel 2017 è risultata di 1.085,22 euro (+2,2% rispetto al valore della soglia nel 2016, quando era pari a 1.061,35 euro).

L’Istat stima che nel 2017 erano in povertà assoluta 1 milione e 778 mila famiglie residenti in cui vivono 5 milioni e 58 mila individui, e che rispetto al 2016 la povertà assoluta sia cresciuta in termini sia di famiglie sia di individui.

L’incidenza di povertà assoluta è pari al 6,9% per le famiglie (da 6,3% nel 2016) e all’8,4% per gli individui (da 7,9%). Due decimi di punto della crescita rispetto al 2016 sia per le famiglie sia per gli individui si devono all’inflazione registrata nel 2017. Entrambi i valori sono i più alti della serie storica, che prende avvio dal 2005.

Nel 2017 l’incidenza della povertà assoluta fra i minori permane elevata e pari al 12,1% (1 milione 208 mila, 12,5% nel 2016); si attesta quindi al 10,5% tra le famiglie dove è presente almeno un figlio minore, rimanendo molto diffusa tra quelle con tre o più figli minori (20,9%).

L’incidenza della povertà assoluta è aumentata prevalentemente nel Mezzogiorno sia per le famiglie (da 8,5% del 2016 al 10,3%) sia per gli individui (da 9,8% a 11,4%), soprattutto per il peggioramento registrato nei comuni Centro di area metropolitana (da 5,8% a 10,1%) e nei comuni più piccoli fino a 50mila abitanti (da 7,8% del 2016 a 9,8%). La povertà aumenta anche nei centri e nelle periferie delle aree metropolitane del Nord.

L’incidenza della povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento. Il valore minimo, pari a 4,6%, si registra infatti tra le famiglie con persona di riferimento ultra sessantaquattrenne, quello massimo tra le famiglie con persona di riferimento sotto i 35 anni (9,6%).

A testimonianza del ruolo centrale del lavoro e della posizione professionale, la povertà assoluta diminuisce tra gli occupati (sia dipendenti sia indipendenti) e aumenta tra i non occupati; nelle famiglie con persona di riferimento operaio, l’incidenza della povertà assoluta (11,8%) è più che doppia rispetto a quella delle famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro (4,2%).

Cresce rispetto al 2016 l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie con persona di riferimento che ha conseguito al massimo la licenza elementare: dall’8,2% del 2016 si porta al 10,7%. Le famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, mostrano valori dell’incidenza molto più contenuti, pari al 3,6%.

Anche la povertà relativa cresce rispetto al 2016. Nel 2017 riguarda 3 milioni 171 mila famiglie residenti (12,3%, contro 10,6% nel 2016), e 9 milioni 368 mila individui (15,6% contro 14,0% dell’anno precedente).

Come la povertà assoluta, la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie con 4 componenti (19,8%) o 5 componenti e più (30,2%), soprattutto tra quelle giovani: raggiunge il 16,3% se la persona di riferimento è un under 35, mentre scende al 10,0% nel caso di un ultra sessantaquattrenne.

L’incidenza di povertà relativa si mantiene elevata per le famiglie di operai e assimilati (19,5%) e per quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (37,0%), queste ultime in peggioramento rispetto al 31,0% del 2016.

Si confermano le difficoltà per le famiglie di soli stranieri: l’incidenza raggiunge il 34,5%, con forti differenziazioni sul territorio (29,3% al Centro, 59,6% nel Mezzogiorno

Al di là delle interpretazioni e commenti che possono essere fatti, attenendoci ai dati oggettivi vogliamo segnalarne uno, in particolare.
Se in questi anni ultimi anni il PIL è cresciuto, seppur di poco, di pari passo con la povertà, vuol dire inequivocabilmente che della crescita economica hanno beneficiato in pochi, soprattutto le categorie più ricche, mentre quelle più in difficoltà hanno visto peggiorare la propria situazione.

Peraltro, questa situazione era stata anticipata dall’Indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane nel 2016, in cui si sottolineava che distribuzione dei redditi e della ricchezza nel nostro Paese sono aumentate, nonostante il reddito delle famiglie cresca, convalidando la tesi che a beneficiare maggiormente della ripresa economica sono i ricchi.

Su questo versante bisogna intervenire quanto per avviare processi virtuosi di riduzione delle disuguaglianze di ricchezza, di reddito e di lavoro, nell’accesso e nella qualità dei servizi essenziali e nella partecipazione alle decisioni, come propone il Forum Disuguaglianze e Diversità, costituitosi qualche mese fa e promosso da varie Associazioni e ricercatori.

C’è anche un altro aspetto insito nel Rapporto Istat che merita considerazione: i redditi reali disponibili dei giovani sono rimasti indietro rispetto a quelli delle generazioni anziane e che i giovani stanno affrontando rischi crescenti di povertà rispetto a quelli affrontati dalle altre generazioni.

Quella delle disuguaglianze crescenti è anche un problema globale, le cui conseguenze sono evidenti per i riflessi sui fenomeni migratori. Senza interventi di ridistribuzione della ricchezza  non ci saranno blocchi alle frontiere o sulle coste ovvero hotspot ai confini esterni in grado di arrestare la marcia dei disperati.

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