28 Settembre 2021
Lombardia Malattie e cure Salute

Lombardia: nuovo studio su Covid-19 e condizioni atmosferiche

Ancora uno studio sul caso Lombardia, condotto dall’Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati del Cnr, con il Gipsa-lab del Grenoble Institute of Technology e la Fondazione E. Amaldi, supporta le ipotesi di correlazioni tra focolai di COVID-19, inquinamento atmosferico e condizioni meteorologiche.

Sono sempre più numerosi gli studi che suggeriscono una correlazione tra le aree geografiche maggiormente colpite dalla pandemia di Covid-19 e gli alti livelli di inquinamento atmosferico.

Lavori recenti hanno ipotizzato che la presenza di inquinanti atmosferici quali particolato (PM10, PM2,5), ossidi di azoto e di zolfo, e le condizioni meteorologiche come temperatura, grado di umidità, velocità del vento, possano condizionare la stabilità di MERS-CoV e SARS-CoV-1 ed è ipotizzabile un simile effetto anche per il SARS-CoV-2. 

Già nell’aprile 2020 uno Studio, condotto da ricercatori italiani e pubblicato online su Environmental Pollution, aveva individuato una correlazione tra gli alti tassi di mortalità osservati nel nord Italia e il grado di inquinamento dell’aria nella stessa regione.

All’inizio del 2021, tuttavia, è stato pubblicato su Environmental Research lo Studio dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche (ISAC-CNR) e dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente (ARPA Lombardia), che non ha rilevato collegamento tra particolato atmosferico e diffusione outdoor di SARS-CoV-2.

Ora, il nuovo StudioAnalysis of the Chemical and Physical Environmental Aspects that Promoted the Spread of SARS-CoV-2 in the Lombard Area”, pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health, e condotto dall’Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismn), dal Gipsa-lab del Grenoble Institute of Technology e dalla Fondazione E. Amaldi, che ha concentrato l’indagine sulla regione Lombardia, supporta la correlazione tra focolai di COVID-19, inquinamento atmosferico e condizioni meteorologiche.

Da gennaio 2020, milioni di persone in tutto il mondo hanno contratto il virus SARS-CoV-2 con un tasso medio di mortalità compreso tra il 2% e il 5%. Tuttavia, alcune aree del mondo hanno presentato un tasso di contagio superiore alla media. La Lombardia appartiene a queste aree con circa il 40% dei contagi dell’intero Paese (durante la prima ondata dell’epidemia) e un tasso di crescita dell’infezione, nelle 24 ore, superiore al resto delle regioni italiane.

Per la ricerca sono stati analizzati i dati epidemiologici forniti giornalmente da Istituto Superiore di Sanità (ISS) e Protezione civile, riportando la distribuzione geografica nelle 12 province lombarde durante la prima ondata dell’epidemia (dal 24 febbraio al 31 marzo 2020).

Nel periodo analizzato è emerso che oltre il 63% dei 42.283 contagiati registrati in tutta la regione erano concentrati nelle province di Milano, Bergamo e Brescia. Più in generale, mentre a livello nazionale il rapporto medio tra casi infetti e popolazione era di circa lo 0,21%, in Lombardia era il doppio (0,42%).

I risultati ottenuti mostrano una buona correlazione tra insorgenza dei sintomi da COVID-19, inquinamento atmosferico e condizioni climatiche registrati in Lombardia tra febbraio e marzo 2020 –  ha spiegato Roberto Dragone, ricercatore Cnr-Ismn e principale autore dello studio – Tra i possibili meccanismi riconducibili agli inquinanti chimici atmosferici non si può escludere la sensibilizzazione dell’organismo all’attacco virale per abbassamento delle difese immunitarie. Le apparenti discordanze, che a volte emergono dalla letteratura, riguardo agli effetti dell’inquinamento atmosferico possono dipendere da cambiamenti locali nel tipo di inquinanti e/o nelle loro concentrazioni. Inoltre, è da considerare che le concentrazioni di particolato atmosferico monitorate non tengono conto della sua composizione chimica, la quale è responsabile del tipo di interazione con la particella virale e/o con l’organismo umano. Tale composizione dipende dalla fonte di emissione, e quindi può variare anche a seconda dell’area geografica monitorata. Infine, non è da sottovalutare che l’esposizione al virus è favorita nelle situazioni indoor e dagli assembramenti, sia all’aperto sia al chiuso, verificatisi all’inizio della prima ondata della pandemia e in assenza di misure preventive per il contenimento del contagio”.

Per lo studio di correlazione sono stati analizzati i dati meteorologici relativi alla temperatura, all’umidità relativa e alla velocità del vento, registrati giornalmente dalle stazioni meteorologiche distribuite sul territorio della Regione Lombardia. Inoltre, tramite il monitoraggio dell’atmosfera Copernicus (CAMS), implementato dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF), sono stati elaborati i dati satellitari relativi alle concentrazioni giornaliere degli inquinanti atmosferici: PM10, PM2,5, ossidi di azoto (NO, NO2), ossido di carbonio (CO) e di zolfo (SO2), ozono (O3) ammoniaca (NH3). Per i gas con proprietà acide o basiche è stato valutato il possibile contributo alla “acidità atmosferica netta”.


Una maggiore comprensione delle correlazioni tra virus, inquinamento atmosferico e condizioni ambientali è, a nostro avviso, importante nella comprensione dei possibili meccanismi di diffusione – ha aggiunto Gerardo Grasso, ricercatore del Cnr-Ismn e co-autore dello studio – e quindi nell’intervento mirato al contenimento della capacità infettante delle particelle virali”.

Un precedente Studio pubblicato lo scorso ottobre e condotto da un gruppo di ricercatori coordinato da Andrea Pozzer del Centro internazionale di fisica teoretica di Trieste Max Planck Institute – Dipartimento di Chimica e Chimica dell’Atmosfera di Magonza, ha stimato che circa il 15% dei decessi mondiali per Covid-19 potrebbe essere attribuito all’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico, con la percentuale più alta in Asia orientale (27%) mentre in Europa è del 19% e in Nord America del 17%.

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