Ancora uno studio sul caso Lombardia, condotto dall’Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati del Cnr, con il Gipsa-lab del Grenoble Institute of Technology e la Fondazione E. Amaldi, supporta le ipotesi di correlazioni trafocolai di COVID-19, inquinamento atmosferico e condizioni meteorologiche.
Sono sempre più numerosi gli studi che suggeriscono una correlazione tra le aree geografiche maggiormente colpite dalla pandemia di Covid-19 e gli alti livelli di inquinamento atmosferico.
Lavori recenti hanno ipotizzato che la presenza di inquinanti atmosferici quali particolato (PM10, PM2,5), ossidi di azoto e di zolfo, e le condizioni meteorologiche come temperatura, grado di umidità, velocità del vento, possano condizionare la stabilità di MERS-CoV e SARS-CoV-1 ed è ipotizzabile un simile effetto anche per il SARS-CoV-2.
Già nell’aprile 2020 unoStudio, condotto da ricercatori italiani e pubblicato online su Environmental Pollution, aveva individuato una correlazione tra gli alti tassi di mortalità osservati nel nord Italia e il grado di inquinamento dell’aria nella stessa regione.
All’inizio del 2021, tuttavia, è stato pubblicato suEnvironmental Research loStudiodell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche (ISAC-CNR) e dell’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente (ARPA Lombardia), che non ha rilevato collegamento tra particolato atmosferico e diffusione outdoor di SARS-CoV-2.
Ora, il nuovoStudio“Analysis of the Chemical and Physical Environmental Aspects that Promoted the Spread of SARS-CoV-2 in the Lombard Area”, pubblicatosull’International Journal of Environmental Research and Public Health, e condotto dall’Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismn), dal Gipsa-lab delGrenoble Institute of Technologye dallaFondazione E. Amaldi, che ha concentrato l’indagine sullaregione Lombardia, supporta lacorrelazione tra focolai di COVID-19, inquinamento atmosferico e condizioni meteorologiche.
Da gennaio 2020, milioni di persone in tutto il mondo hanno contratto il virus SARS-CoV-2 con un tasso medio di mortalità compreso tra il 2% e il 5%. Tuttavia, alcune aree del mondo hanno presentato un tasso di contagio superiore alla media. La Lombardia appartiene a queste aree con circa il 40% dei contagi dell’intero Paese(durante la prima ondata dell’epidemia) e un tasso di crescita dell’infezione, nelle 24 ore, superiore al resto delle regioni italiane.
Per la ricerca sono stati analizzati i dati epidemiologici forniti giornalmente da Istituto Superiore di Sanità (ISS) eProtezione civile, riportando la distribuzione geografica nelle 12 province lombarde durante la prima ondata dell’epidemia (dal 24 febbraio al 31 marzo 2020).
Nel periodo analizzato è emerso che oltre il63% dei 42.283 contagiati registrati in tutta la regione erano concentrati nelle province di Milano, Bergamo e Brescia. Più in generale, mentre a livello nazionale il rapporto medio tra casi infetti e popolazione era di circa lo 0,21%,in Lombardia era il doppio(0,42%).
“I risultati ottenuti mostrano una buona correlazione tra insorgenza dei sintomi da COVID-19, inquinamento atmosferico e condizioni climatiche registrati in Lombardia tra febbraio e marzo 2020– ha spiegatoRoberto Dragone, ricercatore Cnr-Ismn e principale autore dello studio –Tra i possibili meccanismi riconducibili agli inquinanti chimici atmosferici non si può escludere la sensibilizzazione dell’organismo all’attacco virale per abbassamento delle difese immunitarie. Le apparenti discordanze, che a volte emergono dalla letteratura, riguardo agli effetti dell’inquinamento atmosferico possono dipendere da cambiamenti locali nel tipo di inquinanti e/o nelle loro concentrazioni. Inoltre, è da considerare che le concentrazioni di particolato atmosferico monitorate non tengono conto della sua composizione chimica, la quale è responsabile del tipo di interazione con la particella virale e/o con l’organismo umano. Tale composizione dipende dalla fonte di emissione, e quindi può variare anche a seconda dell’area geografica monitorata. Infine, non è da sottovalutare che l’esposizione al virus è favorita nelle situazioni indoor e dagli assembramenti, sia all’aperto sia al chiuso, verificatisi all’inizio della prima ondata della pandemia e in assenza di misure preventive per il contenimento del contagio”.
Per lo studio di correlazione sono stati analizzati i dati meteorologici relativi alla temperatura, all’umidità relativa e alla velocità del vento, registrati giornalmente dalle stazioni meteorologiche distribuite sul territorio della Regione Lombardia. Inoltre, tramite il monitoraggio dell’atmosfera Copernicus (CAMS), implementato dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF), sono stati elaborati i dati satellitari relativi alle concentrazioni giornaliere degli inquinanti atmosferici: PM10, PM2,5, ossidi di azoto (NO, NO2), ossido di carbonio (CO) e di zolfo (SO2), ozono (O3) ammoniaca (NH3). Per i gas con proprietà acide o basiche è stato valutato il possibile contributo alla “acidità atmosferica netta”.

“Una maggiore comprensione delle correlazioni tra virus, inquinamento atmosferico e condizioni ambientali è, a nostro avviso, importante nella comprensione dei possibili meccanismi di diffusione– ha aggiuntoGerardo Grasso, ricercatore del Cnr-Ismn e co-autore dello studio –e quindi nell’intervento mirato al contenimento della capacità infettante delle particelle virali”.
Un precedenteStudiopubblicato lo scorso ottobre e condotto da un gruppo di ricercatori coordinato da Andrea Pozzer del Centro internazionale di fisica teoretica di Trieste e Max Planck Institute – Dipartimento di Chimica e Chimica dell’Atmosfera di Magonza, ha stimato che circa il 15% dei decessi mondiali per Covid-19 potrebbe essere attribuito all’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico, con la percentuale più alta in Asia orientale (27%) mentre in Europa è del 19% e in Nord America del 17%.
