28 Settembre 2021
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Particolato atmosferico: non favorisce la diffusione in aria del Coronavirus

Uno Studio condotto da ricercatori del CNR-ISAC e ARPA Lombardia, che ha valutato l’interazione del virus con le altre particelle presenti in atmosfera, tra cui il particolato atmosferico,dimostrerebbe che, escludendo le zone di assembramento, la probabilità di maggiore trasmissione in aria del contagio in outdoor in zone ad elevato inquinamento atmosferico appare essenzialmente trascurabile. 

Secondo uno Studio pubblicato su Environmental Research e condotto congiuntamente dall’
Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche (ISAC-CNR) e dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente (ARPA Lombardia),che ha analizzato i dati per l’inverno 2020, degli ambienti outdoor per le città di Milano e Bergamo, tra i focolai di COVID-19 più rilevanti nel Nord Italia, per valutare l’interazione con le altre particelle presenti in atmosfera, dimostra che, escludendo le zone di assembramento, la probabilità di maggiore trasmissione in aria del contagio in outdoor in zone ad elevato inquinamento atmosferico appare essenzialmente trascurabile.  

La prima ondata della pandemia da Covid-19, nell’inverno 2020, ha colpito in maniera più rilevante il Nord Italia rispetto al resto del Paese e la Lombardia, in particolare, è stata la regione con la maggiore diffusione. A maggio 2020 vi erano registrati 76.469 casi, pari al 36,9% del totale italiano di 207.428 casi. Perché la distribuzione geografica dell’epidemia sia stata così irregolare è ancora oggetto di dibattito nella comunità scientifica.

Tra le tesi avanzate, vi è quella che mette in relazione la diffusione virale con i parametri atmosferici, ipotizzando che scarsa ventilazione e stabilità atmosferica (tipiche del periodo invernale nella Pianura Padana) e il particolato atmosferico, cioè le particelle solide o liquide di sorgenti naturali e antropiche, presenti in atmosfera in elevate concentrazioni nel periodo invernale in Lombardia, possano favorire la trasmissione in aria (airborne) del contagio – ha spiegato Daniele Contini ricercatore CNR-ISAC di Lecce, co-autore dello Studio “On the concentration of SARS-CoV-2 in outdoor air and the interaction with pre-existing atmospheric particlesÈ stato infatti supposto che tali elementi possano agire come veicolo per il SARS-CoV-2 formando degli agglomerati (clusters) con le emissioni respiratorie delle persone infette. In tal caso il conseguente trasporto a grande distanza e l’incremento del tempo di permanenza in atmosfera del particolato emesso avrebbero potuto favorire la diffusione airborne del contagio”.

Tra i numerosi studi che sono stati pubblicati o rilasciati in questi mesi in modalità pre-stampa, ha ricevuto un’ampia copertura mediatica, attirando l’attenzione del pubblico un position paper diffuso lo scorso marzo da studiosi italiani, che indicava come “la specificità di un aumento del numero di casi di contagio che ha interessato in particolare alcune zone del Nord Italia potrebbe essere legata alle condizioni di inquinamento dal particolato atmosferico che ha svolto un’azione vettore e spinta”.

Ma pochi media hanno messo in risalto il condizionale, così il particolato atmosferico da ipotetico driver che doveva trovare conferme da ulteriori approfondimenti è diventato il precursore certo del Covid-19. Peraltro, la diffusione di notizie sulla pandemia era divenuta “virale”, tant’è che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è intervenuta mettendo in guardia  sul rischio di una vera e propria “infodemia”.

Nella ricerca CNR-ARPA Lombardia sono state stimate le concentrazioni di particelle virali in atmosfera a Milano e Bergamo in funzione del numero delle persone positive nel periodo di studio, sia in termini medi sia nello scenario peggiore per la dispersione degli inquinanti, tipico delle aree in studio

I risultati in aree pubbliche all’aperto mostrano concentrazioni molto basse, inferiori a una particella virale per metro cubo di aria – ha proseguito Contini.- Anche ipotizzando una quota di infetti pari al 10% della popolazione (circa 140.000 persone per Milano e 12.000 per Bergamo), quindi decupla rispetto a quella attualmente rilevata (circa 1%), sarebbero necessarie, in media, 38 ore a Milano e 61 ore a Bergamo per inspirare una singola particella virale. Si deve però tenere conto che una singola particella virale può non essere sufficiente a trasmettere il contagio e che il tempo medio necessario a inspirare il materiale virale è tipicamente tra 10 e 100 volte più lungo di quello relativo alla singola particella, quindi variabile tra decine di giorni e alcuni mesi di esposizione outdoor continuativa. La maggiore probabilità di trasmissione in aria del contagio, al di fuori di zone di assembramento, appare dunque essenzialmente trascurabile”.

Per avere una probabilità media del 50% di individuare il SARS-CoV-2 nei campioni giornalieri di PM10 a Milano sarebbe necessario un numero di contagiati, anche asintomatici, pari a circa 45.000 nella città di Milano (3,2% della popolazione) e a circa 6.300 nella città di Bergamo (5,2% della popolazione) – ha sottolineato a sua volta Vorne Gianelle responsabile Centro Specialistico di Monitoraggio della qualità dell’aria di Arpa Lombardia e co-autore – Pertanto, allo stato attuale delle ricerche, l’identificazione del nuovo coronavirus in aria outdoor non appare un metodo efficace di allerta precoce per le ondate pandemiche”.

La probabilità che le particelle virali in atmosfera formino agglomerati con il particolato atmosferico pre-esistente, di dimensioni comparabili o maggiori, è trascurabile anche nelle condizioni di alto inquinamento tipico dell’area di Milano in inverno – ha concluso Franco Belosi, ricercatore CNR-ISAC di Bologna e principale autore dello Studio – È possibile che le particelle virali possano formare un cluster con nanoparticelle molto più piccole del virus ma questo non cambia in maniera significativa la massa delle particelle virali o il loro tempo di permanenza in atmosfera. Pertanto, il particolato atmosferico, in outdoor, non sembra agire come veicolo del coronavirus”.

Se non c’è collegamento tra particolato atmosferico e diffusione outdoor di SARS-CoV-2, ben diversa è la situazione per quanto attiene l’incidenza di mortalità da Covid-19 sulle persone esposte a lungo termine all’inquinamento.

In copertina: Fonte: tweet di Sotirios Papathanasiou

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