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Cambiamento trasformativo socio-economico per ridurre gli impatti sulla biodiversità

Uno Studio coordinato da Sandra Diaz, inserita da Nature tra le 10 personalità scientifiche più influenti del 2019, sottolinea che solo un cambiamento trasformativo del nostro sistema socio-economico potrà interrompere l’erosione della biodiversità che è la base della vita sulla Terra e del benessere dell’umanità.

Gli impatti dell’uomo sulla vita della Terra hanno raggiunto una pervasività senza precedenti tal che c’è bisogno di cambiamento trasformativo che affronti le cause economiche, sociali e tecnologiche.

È questo l’assunto dello StudioPervasive human-driven decline of life on Earth points to the need for transformative change”, pubblicato il 13 dicembre 2019 su Science e redatto da un gruppo indipendente di esperti internazionali, coordinato da Sandra Díaz che nei giorni scorsi la Rivista Nature ha inserito al 4° posto tra i 10 Personaggi più significativi per la scienza del 2019.

Biologa dell’Università Nazionale di Cordova (Argentina) dove dirige l’Istituto di Ecologia delle comunità e degli Ecosistemi, e Membro del Consiglio Nazionale per la Ricerca Scientifica e Tecnica (CONICET), la Diaz  ha co-presieduto il Rapporto globale sulla Biodiversità nell’ambito della Piattaforma Intergovernativa sulla Biodiversità e sui Servizi Ecosistemici (IPBES) delle Nazioni Unite, pubblicato la scorsa primavera e frutto di uno studio gigantesco di circa 1.800 pagine, sul quale per 3 anni hanno lavorato 150 esperti di alto livello provenienti da 50 Paesi.

Il Rapporto della IPBES, considerata una specie di IPCC per la biodiversità, ha evidenziato che la velocità con cui le specie stanno correndo verso l’estinzione è centinaia di volte maggiore del tasso registrato negli ultimi dieci milioni di anni. In altri termini, la metà della biodiversità conosciuta rischia di scomparire, con ripercussioni anche sulla sicurezza umana.

Stiamo raggiungendo un punto di non ritorno – ha dichiarato la Diaz – Occorre agire al più presto per evitare questa ecatombe. Per oltre un decennio le politiche sulla natura sono state dominate dalle conoscenze delle scienze naturali e dell’economia. Questa vivace ricerca sviluppata da questo approccio ai ‘servizi ecosistemici’, reso popolare dal Millennium Ecosystem Assessment del 2005, ha determinato la ricerca di una sostenibilità, ma ha in gran parte escluso approfondimenti e strumenti utilizzati dalle scienze sociali, umanistiche e altre visioni chiave del mondo. La maggiore consapevolezza del contributo della natura al benessere degli individui sottolinea che la cultura è centrale per tutte le correlazioni tra le persone e natura e riconosce altri sistemi di conoscenza, ad esempio quelli delle comunità locali e delle popolazioni indigene, molto più di prima”.

Esempi di declino globale della natura che sono stati e sono causati da fattori di cambiamento diretti e indiretti. (Fonte: Science, Diaz et al., 2019)

La IPBES ha individuato 5 principali driver di questo mutamento della natura  che sono, in ordine decrescente di importanza:
cambiamenti nell’uso della terra e del mare;
sfruttamento diretto degli organismi;
cambiamenti climatici;
inquinamento;
specie esotiche invasive.

 Vi sono poi altri fattori critici indiretti che includono:
– aumento della popolazione e dei consumi pro-capite;
innovazione tecnologica, che in alcuni casi ha ridotto e in altri casi ha aumentato gli effetti negativi sulla natura;
problemi di deficit di governance e responsabilità.

La capacità della natura di fornire una regolazione benefica dei processi ambientali, come la modulazione della qualità dell’aria e dell’acqua, il sequestro del carbonio, la costituzione di terreni sani, l’impollinazione delle colture e la protezione delle aree costiere dai pericoli di tempeste e mareggiate, è diminuita a livello globale, ma non in modo uniforme. La possibilità di raccogliere informazioni e modellare situazioni per riflettere in modo più accurato le interazioni tra natura e attività umana è notevolmente migliorata.

Tra le metodologie integrative utilizzate, c’è il telecoupling ovvero l’estrazione e la produzione di risorse che spesso si verificano in una parte del mondo per soddisfare i bisogni dei consumatori lontani, di altre regioni del Pianeta, i cui effetti potrebbero raddoppiarsi. Questo approccio ha permesso di cogliere che dal 1990 ad oggi la Terra ha perso 287 milioni di ettari di foreste (13 milioni nel 2017), una superficie pari a quasi 10 volte quella dell’Italia (30 milioni di ettari). La distruzione delle foreste e degli habitat terrestri e marini è la causa principale del declino della biodiversità. Oltre il 90% degli stock ittici marini sono in declino o soggetti a sovrasfruttamento. Il 77%  dei principali fiumi non scorre più ininterrottamente dalla sorgente al mare.

Lo Studio suggerisce che un’azione a livello di fattori diretti di declino della natura, sebbene necessaria, non è sufficiente per prevenire un ulteriore deterioramento del tessuto vitale sulla Terra. L’inversione del recente declino e un futuro globale sostenibile sono possibili solo con un urgente cambiamento trasformativo che affronti le cause alla radice, intervenendo non solo su driver diretti, ma anche su quelli indiretti.

Sebbene la sfida sia notevole, ogni ritardo renderà il compito ancora più difficile.  Lo Studio individua 5 interventi prioritari (leve):
sviluppare incentivi e capacità diffusa di responsabilità ambientale ed eliminare i sussidi dannosi;
riformare il processo decisionale settoriale e segmentato per promuovere l’integrazione tra settori e giurisdizioni;
intraprendere azioni preventive e precauzionali nelle istituzioni e imprese di regolamentazione e di gestione per evitare, mitigare e porre rimedio al deterioramento della natura e monitorarne i risultati
gestire sistemi sociali ed ecologici resilienti di fronte all’incertezza e alla complessità per prendere decisioni che siano in grado di affrontare un’ampia gamma di scenari;
rafforzare le leggi e le politiche ambientali e la loro attuazione.

L’analisi degli scenari e il processo di input di esperti hanno inoltre riscontrato che gli sforzi focalizzati sui seguenti otto punti di leva producono effetti sproporzionatamente grandi e 8 punti di leva per l’intervento nei driver indiretti.

L’analisi degli scenari e il contributo degli esperti nelle fasi del processo hanno permesso di cogliere come gli sforzi focalizzati su 8 punti di leva per intervenire sui driver indiretti relativi ai sistemi sociali ed economici globali siano in grado di produrre effetti notevoli:
consentire visioni di una buona qualità della vita che non comportino un consumo di materiali in costante aumento;
ridurre i consumi globali e i rifiuti, anche affrontando la crescita della popolazione e il consumo pro capite in modo diverso in contesti diversi;
dare spazio ai valori esistenti e ampiamente diffusi di responsabilità per attuare nuove norme sociali per la sostenibilità, in particolare estendendo le nozioni di responsabilità per includere gli impatti associati ai consumi;
affrontare le disuguaglianze, soprattutto in termini di reddito e genere, che minano la sostenibilità;
garantire un processo decisionale inclusivo e la condivisione equa e giusta dei benefici derivanti dall’uso, e il rispetto dei diritti umani nelle decisioni di conservazione
tener conto del deterioramento della natura dovuto sia alle attività economiche locali sia al telecoupling, compreso, ad esempio, il commercio internazionale;
garantire un’innovazione tecnologica e sociale rispettosa dell’ambiente, tenendo conto dei potenziali effetti di rimbalzo e dei regimi di investimento;
promuovere l’educazione, la consapevolezza e il mantenimento dei diversi sistemi di conoscenza, anche nelle scienze e nelle conoscenze locali e indigene, in particolare per quanto riguarda la natura, la conservazione e l’uso sostenibile della natura

Oltre a un approccio pan-settoriale per la conservazione e il ripristino della natura, lo Studio ha anche indicato che sono necessari approcci di governance innovativi integrativi, inclusivi, informati e adattivi.

Quel che è certo è che non è possibile continuare business-as-usual. Il nostro Pianeta ha bisogno di un rapido cambiamento trasformativo e un nuovo modo di fare impresa, che i ricercatori definiscono come “una riorganizzazione a livello di sistema attraverso fattori tecnologici, economici e sociali, facendo della sostenibilità la norma piuttosto che l’eccezione altruistica”.

Non possiamo salvare il Pianeta, e noi stessi, fino a quando non capiremo quanto sono strettamente correlati gli individui e i benefici naturali che ci consentono di sopravvivere – ha sottolineato il Prof. Jianguo Liu, titolare della cattedra di Sostenibilità all’Università Statale del Michigan (USA), membro del Board sulla valutazione globale dell biodiversità della IPBES e co-autore dello Studio, che ha introdotto per primo nel 2008 il telecoupling come metodo di analisi scientifica – Abbiamo imparato nuovi modi per comprendere queste connessioni, mentre si diffondono in tutto il mondo. Questa strategia ci ha dato la possibilità di comprendere l’intera portata del problema, consentendoci di trovare soluzioni vere. La posta in gioco è alta, i benefici possono essere enormi, ma la vera sostenibilità comporterà assolutamente un cambiamento trasformativo“.

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