Media e comunicazione Società

Rapporto Istat 2020: il Covid-19 fa crescere le disuguaglianze

Il Rapporto Istat sulla situazione annuale socio-economica dell’Italia ha preso in esame anche le prospettive a seguito della pandemia di Covid-19, tra cui l’aumento delle disuguaglianze, che penalizzerà i più vulnerabili, i giovani e le donne.

 Il Presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo ha illustrato il 3 luglio 2020 la XXVIII edizione del Rapporto annuale della situazione del Paese, alla presenza del Presidente della Camera Roberto Fico, del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e delle più alte cariche dello Stato.

Seppure il periodo di riferimento è il 2019, lo scenario venutosi a creare con l’irrompere dell’emergenza sanitaria e i cambiamenti in atto sono stati analizzati per gli effetti che stanno producendo sulla società e sull’economia dell’Italia, partendo dalle informazioni raccolte nel periodo più critico, anche attraverso indagini specifiche presso le famiglie e presso le imprese.

La pandemia ha avuto un impatto dal profilo specifico sull’Italia, sul suo territorio colpito in modo disuguale, sulla sua struttura demografica e sociale, sulla vita quotidiana delle famiglie, sull’economia e in particolare sulle imprese e sul lavoro, sulla rete dei servizi, a partire da quelli sanitari e della scuola – ha sottolineato Blangiardo – Non siamo ancora in grado di valutarne gli effetti di medio e di lungo periodo: leggiamo con preoccupazione gli esiti più devastanti delle misure di confinamento in aree strategiche, come il capitale umano, per il prezzo pagato fin qui dalla scuola e per l’ipoteca che incombe sui di essa nei mesi a venire; o come il turismo, essenziale per la nostra economia, seppur debole e fragile sotto il profilo della struttura di impresa; ma siamo in grado, con i nostri strumenti, di rilevare già i primi segni di recupero“.

Dedica un’attenzione particolare all’impatto dell’epidemia sulla mortalità, alla situazione del Sistema sanitario nazionale, alla qualità della vita degli anziani. Approfondisce l’analisi della mobilità sociale, delle disuguaglianze di genere e generazionali e l’evoluzione del mercato del lavoro, rilevanti per comprendere il tessuto su cui si innesta la crisi in atto. Analizza sia i punti di forza sia le fragilità del sistema delle imprese, individuando i possibili effetti immediati della recessione. Infine, il Rapporto riprende alcuni temi al centro dell’agenda nazionale e internazionale – la natalità, lo stato dell’ambiente, il capitale umano – che corrispondono a criticità ineludibili, soprattutto in un’ottica di investimento per il futuro.

Al rallentamento congiunturale del 2019 si è sovrapposto l’impatto della crisi sanitaria e, nel primo trimestre, il PIL ha segnato un crollo congiunturale del 5,3%; i segnali più recenti includono: inflazione negativa, calo degli occupati, marcata diminuzione della forza lavoro e caduta del tasso di attività, una prima risalita dei climi di fiducia. Le previsioni Istat stimano per il 2020 un forte calo dell’attività economica, solo in parte recuperato nel corso del 2021

Una rilevazione ad hoc dell’Istat presso le imprese mostra che i fattori di fragilità sono molto diffusi ed è cruciale la questione del reperimento della liquidità, seppure emergano elementi di reazione positiva.

Il segno distintivo del Paese nella fase del lockdown è stato di forte coesione, secondo Istat, manifestata nell’alta fiducia che i cittadini hanno espresso nei confronti delle istituzioni impegnate nel contenimento dell’epidemia e in un elevato senso civico verso le indicazioni sui comportamenti da adottare.

Nonostante l’obbligo di restare a casa, emerge l’immagine di una quotidianità ricca ed eterogenea, in cui la famiglia ha rappresentato un rifugio sicuro per molti, ma non per tutti. Le restrizioni non hanno impedito alle persone di dedicarsi alle relazioni sociali, alla lettura, all’attività fisica e ai tanti hobbies, consentendo di cogliere anche le opportunità che la maggiore disponibilità di tempo ha offerto alla gran parte della popolazione.

Uno degli aspetti messi in risalto dall’Istat e che la pandemia ha aumentato le disuguaglianze già esistenti e colpito di più sui più vulnerabili e sui giovani.
La crisi provocata dalla pandemia produrrà i suoi effetti anche nelle dinamiche di riproduzione sociale delle diseguaglianze collegate alle classi sia perché c’è una diversa esposizione ai rischi, legata ad esempio al tipo di lavoro, sia per una differente vulnerabilità in termini di malattie croniche e di capacità di avvantaggiarsi delle cure disponibili. Pertanto sarà più probabile che gli effetti negativi si distribuiscano in modo diseguale e si osservino di più nelle classi basse che in quelle alte”.

In questi giorni si sta svolgendo il vertice globale virtuale indetto dall’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) per affrontare l’impatto economico e sociale della pandemia di Covid-19 sul mondo del lavoro. Nel suo briefing introduttivo redatto dal Dipartimento per le politiche dell’occupazione dell’ILO, si parla del rischio che i giovani che rappresentano oltre quattro occupati su dieci impiegati a livello globale nei settori più colpiti, oltre alla sospensione delle lezioni scolastiche e delle attività di formazione, sono esposti al rischio di diventare una “generazione bloccata” (lockdown generation) che porterà con sé gli impatti di questa crisi per tutta la durata della loro carriera.

Questa situazione di incertezza lavorativa e di paura per la pandemia inciderà sulla natalità del Paese, già in continuo decremento, e che nel periodo 2020-2021 dovrebbe ridursi di circa 10.000 nati.

Ma la prospettiva peggiora ulteriormente – si legge nel Rapporto – allorché si aggiungono gli effetti negativi indotti dalla verosimile crescita del livello di disoccupazione, inteso come fenomeno proxy del clima di disagio e di insicurezza economica che si instaura nella popolazione e nelle famiglie. In particolare, se si sommano i risultati derivanti dallo shock occupazionale, a quelli indotti dai fattori di incertezza e paura, si perviene a uno scenario che propone, rispetto ai 435 mila nati del 2019, una riduzione che nel 2020 potrebbe mantenersi attorno a due punti percentuali (da -1,6% a -2,1% secondo le diverse varianti), mentre nel 2021 risulterebbe decisamente più accentuata, con un calo, sempre rispetto al 2019, del 4,5% a fronte della variante di caduta occupazionale più ottimistica e del 9,8% secondo quella relativamente più pessimistica (+20 punti di disoccupazione da recuperare in 24 mesi)”.

Articoli simili

Lascia un commento

* Utilizzando questo modulo accetti la memorizzazione e la gestione dei tuoi dati da questo sito web.