Biodiversità e conservazione

Produzione di coca e cocaina: impatti ambientali della filiera proibita

Il rapporto “Dalla foresta alla polvere” evidenzia come il proibizionismo in Amazzonia abbia creato una “economia di guerra” che aggrava la distruzione ambientale e le crisi socio-economiche. Invece di reprimere il traffico di cocaina, il proibizionismo lo ha decentralizzato in ecosistemi più fragili, alimentando un “ecosistema criminale complesso”. 

La crisi della droga e quella ecologica sono indissolubilmente legate, eppure gli sforzi internazionali rimangono disconnessi. Affrontare l’una senza l’altra lascerà incompiuti la mitigazione del cambiamento climatico, l’adattamento e la giustizia.

A sottolinearlo è il Rapporto From Forest to Dust: Socioeconomic and Environmental impacts of the forbidden of the coca and cocaine production chain in the Amazon basin and Brazil”, ideato, coordinato e curato da Rebeca Lerer, giornalista brasiliana e attivista per i diritti umani che si occupa di questioni socio-ambientali dal 1996 e di politiche antidroga dal 2008, dando vita al Progetto Intersecção – Drug Policy, Land Use and Climate Justice, che propone diagnosi delle sovrapposizioni tra crimini socio-ambientali, violenza armata, violazioni dei diritti territoriali, incarcerazione di massa e proibizione della droga, coinvolgendo le parti interessate e i movimenti sociali che lavorano sull’uso del suolo, le socio-bioeconomie, l’adattamento climatico, le riparazioni, il razzismo e i diritti umani.

Alla redazione del Rapporto hanno partecipato: Iniciativa Negra, organizzazione della società civile che si impegna a promuovere la giustizia razziale, concentrandosi sull’advocacy politica, lo sviluppo creativo e la produzione di conoscenza, attraverso azioni e campagne su politiche antidroga, diritti umani, cultura, educazione popolare ed economia, evidenziando le esperienze dei territori neri con un’attenzione particolare al rafforzamento della società civile organizzata; International Coalition on Drug Policy Reform and Environmental Justice, rete interdisciplinare e indipendente di ricercatori, esperti, attivisti, artisti e giornalisti, creata nel 2022, che riunisce circa 100 persone provenienti da oltre 15 paesi e crede che la riforma delle politiche sulle droghe sia essenziale per raggiungere la giustizia climatica.

La pubblicazione presenta una diagnosi con dati senza precedenti sulle dinamiche e gli impatti socio-economici e ambientali del proibizionismo della filiera di produzione di coca e cocaina nel bacino amazzonico e in Brasile, indicando nel proibizionismo il motore della crisi climatica e mettendo in guardia sull’urgenza di integrare la riforma delle politiche in materia di droga e la riduzione del danno ecologico nelle strategie di mitigazione, adattamento e giustizia territoriale.

Proibizione della droga: un sistema di danno ecologico
Secondo gli autori, per oltre 50 anni, la “guerra alla droga” globale non è riuscita a frenarne l’uso, alimentando invece un’economia sommersa da trilioni di dollari controllata dalla criminalità organizzata e devastando territori ecologicamente critici.

Criminalizzando le piante di uso tradizionale e i loro utilizzatori, la politica proibizionista garantisce che la violenza della repressione e la distruzione ambientale rimangano localizzate in determinati territori e gruppi sociali, mentre i profitti finanziari circolano oltre confine.

Si tratta di un sistema che premia il controllo logistico, il monopolio territoriale e il camuffamento infrastrutturale, penalizzando al contempo la trasparenza e la governance comunitaria. I suoi effetti intersezionali sono particolarmente visibili in America Latina, a causa della concentrazione geografica della produzione di coca e cocaina.

Il proibizionismo ha trasformato la coca, pianta sacra per gli indigeni, nella materia prima di un’economia di guerra, senza mai ridurre la produzione o il consumo di cocaina. Anzi, domanda e offerta continuano a battere i record storici.

Fino agli anni ’80, si stimava che il 90% della coltivazione delle foglie di coca avvenisse in Perù e Bolivia, da dove la materia prima pressata veniva trasportata in Colombia per essere raffinata ed esportata principalmente nei mercati del Nord del mondo.

La posizione strategica della Colombia come crocevia continentale, unita alle reti di contrabbando e ai conflitti interni, ha reso il Paese il contesto ideale per la concentrazione e l’espansione industriale della filiera della cocaina. I cartelli di Cali e Medellín hanno sviluppato operazioni verticalmente integrate, acquistando la pasta di base della cocaina dalle aree controllate da Sendero Luminoso in Perù per poi lavorarla nei laboratori colombiani, secondo un modello centralizzato, aziendale e altamente redditizio.

Tuttavia, le politiche di eradicazione delle colture e il maggiore monitoraggio delle rotte del traffico hanno portato a importanti cambiamenti nella catena logistica della droga. Dagli anni ’90 in poi, la coltivazione di foglie di coca si è spostata verso la Colombia, dove è cresciuta al punto che il Paese è diventato il maggiore produttore mondiale.

Lo smantellamento dei grandi cartelli colombiani – attraverso omicidi, estradizioni e sequestri – non ha interrotto la fornitura di droga. In pratica, la repressione ha frammentato l’alto comando della filiera produttiva e ha ridistribuito l’autorità ai gruppi armati. Nel nuovo assetto, guerriglieri e organizzazioni paramilitari hanno consolidato una governance rurale parallela come strategia commerciale: tassando gli agricoltori, regolamentando le zone di coltivazione e garantendo corridoi di traffico, hanno legato strutturalmente l’economia della coca e della cocaina al controllo territoriale.

Oggi, praticamente tutta la produzione di piante di coca è concentrata in Colombia (66%), Perù (23%) e Bolivia (11%). Nonostante la continua repressione nei paesi andini, la produttività agricola è aumentata ed è cambiato il modello di coltivazione, con le piccole aziende agricole familiari gradualmente sostituite da un’agroindustria in grado di investire in fertilizzanti e pesticidi.

L’ espansione della coltivazione della coca è un fattore diretto della deforestazione nelle valli andine e nell’Amazzonia colombiana. La perdita di copertura forestale legata alla coca è raddoppiata nell’ultimo decennio, con tassi annui superiori a 20.000 ettari.

Uno dei principali risultati degli sforzi di eradicazione nelle aree di coltivazione della coca e della frammentazione dei gruppi armati è stato il trasferimento di grandi laboratori e l’aumento della complessità della filiera produttiva della cocaina nei paesi limitrofi, il cosiddetto “effetto palloncino” del proibizionismo. Sebbene la lavorazione della droga avvenga ancora nelle regioni forestali della triplice frontiera amazzonica (Colombia-Perù-Brasile) e, in misura minore, in Bolivia, Venezuela e Paraguay, il ruolo del Brasile come hub globale per la raffinazione e la distribuzione della cocaina è cresciuto significativamente negli ultimi anni.

Un rapporto del Forum brasiliano sulla sicurezza pubblica – FBSP e dell’Instituto Esfera, pubblicato nel 2024, stima che il mercato della cocaina generi un fatturato di 65,7 miliardi di dollari in Brasile, pari al 3,98% del PIL.

Il rischio insito nel trasporto della droga, di per sé, rende questa attività redditizia, aumentando il prezzo del prodotto fino al 290%; tuttavia, parte degli elevati ricavi indicati da FBSP possono essere spiegati dal valore aggiunto alla droga attraverso i processi di raffinazione e adulterazione.

Le analisi della catena del valore dell’industria della cocaina in America Latina identificano una significativa concentrazione nella logistica della distribuzione all’ingrosso, che detiene circa il 60% del fatturato totale. I gruppi al dettaglio che gestiscono la vendita ambulante detengono circa il 20% dei profitti. In questo comparto, la trasformazione della pasta di base per cocaina e la successiva produzione di cloridrato (polvere) e crack rappresentano il 9% del fatturato totale.

Il traffico di cocaina in Amazzonia funziona come una banca d’investimento per altri crimini ambientali -ha affermato Rebeca Lerer Quando arriva un conflitto armato o l’esercito, la coca viene spostata in aree più remote coperte da foreste. Le autorità cercano di sradicare la coca, e poi di solito arrivano progetti minerari o di allevamento di bestiame“.

Oltre all’uso del suolo, il rapporto documenta il significativo impatto ambientale della raffinazione della cocaina, il cui processo si basa sull’utilizzo di benzina, acido solforico, ammoniaca e acetone, generando rifiuti tossici che contaminano terreni, fiumi e fauna selvatica.


La produzione stessa ha delle ripercussioni – ha sottolineato Lerer – Essendo criminalizzata, non c’è alcun controllo sul processo di trattamento dei rifiuti. Questo contamina l’acqua, il suolo e gli animali… Ci sono rischi per la salute dei lavoratori di laboratorio“.

Gli studi sul campo citati nel rapporto mostrano elevate concentrazioni di metalli pesanti e residui acidi nei corsi d’acqua in prossimità dei siti di lavorazione, nonché un aumento della mortalità tra pesci e anfibi. Tracce chimiche sono state rilevate anche lontano dalle aree di produzione, in particolare nelle specie marine lungo la costa atlantica.

L’impatto sul clima è altrettanto grave. Secondo stime dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e crimine (UNODC), gli autori calcolano che la produzione globale di cocaina nel 2023 ha generato circa 2,19 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, tenendo conto della deforestazione, della produzione chimica, del trasporto e dello smaltimento dei rifiuti.

Nonostante questi impatti – ha proseguito Lerer – la riforma della politica sulle droghe è quasi del tutto assente dall’agenda politica sul clima”.

Invece di sostenere un modello di legalizzazione semplicistico, gli autori propongono un approccio che descrivono come riduzione dei danni ecologici. Questo quadro collega la riforma della politica sulle droghe alla protezione ambientale, ai diritti dei lavoratori e alla sovranità indigena.

Il rapporto avverte che i mercati legali mal progettati potrebbero replicare gli effetti dannosi del proibizionismo attraverso il controllo aziendale, l’agricoltura insostenibile e la concentrazione della terra, sostenendo modelli incentrati sulle comunità indigene, sull’agricoltura familiare e su sistemi agroecologici diversificati. Secondo gli autori, la lavorazione e la raffinazione dovrebbero essere trasferite in aree urbane o industriali dove i rifiuti possono essere regolamentati. La protezione dei lavoratori, la restituzione della terra e le misure per proteggere dal lavoro forzato e minorile sono presentate come elementi essenziali di qualsiasi transizione.

Dobbiamo iniziare liberando la foglia di coca, quindi progettare come dovrebbe essere questo commercio con l’obiettivo di ridurre i danni ambientali e prevenire il controllo aziendale – ha concluso Lerer – La cocaina illegale promuove la distruzione ambientale, ma la cocaina di Big Pharma non porterà nemmeno la giustizia climatica“.

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