Uno Studio innovativo condotto da ricercatori dell’Università di Oxford e della London School of Economics (LSE), evidenzia come il degrado degli ecosistemi influenzii costi di indebitamento statale (rendimenti dei titoli di stato), e come tale rischio è sproporzionato per le economie emergenti, ma è improbabile che si limiti solo a queste.
Il degrado degli ecosistemi è correlato ad un aumento dei costi di indebitamento dei Governi, soprattutto di quelli dei Paesi a basso reddito.
Lo rivela loStudio“Kicking away the green ladder: the asymmetric sovereign risk from nature degradation” pubblicato il 6 marzo 2026 e condotto da ricercatori dell’Università di Oxforde dellaLondon School of Economics(LSE), che fornisce la prima analisi empirica degli effetti finanziari del degrado della natura sui titoli di Stato: una classe di attività critica, che determinai costi dei prestiti dei governi sovrani, lo spazio di politica fiscale e che incide indirettamente sul costo del capitale nel settore privato.
Le prove dimostrano che il cambiamento climatico sta avendo gravi impatti economici. Tuttavia, si sa molto meno sulle conseguenze economiche del grave e rapido degrado della natura, in particolare suglispread dei rendimenti dei titoli di Stato. Questo nonostante l’entità dei rischi finanziari legati alla natura: unostudiodel 2020stimavache circa la metà del PIL globale dipendesse in modo da moderato a elevato dai benefici che gli esseri umani traggono dalla natura.
Gli autori hanno esaminatoi costi di indebitamento sovrano in 28 economie avanzate e 25 economie emergenti tra il 2000 e il 2020, con scadenze obbligazionarie a due, cinque e dieci anni, individuandoimpatti medi sostanziali derivanti dal degrado interno ai singoli paesi sui costi di indebitamento sovrano. Inoltre, hanno rilevato una significativa variabilità negli impatti, con iPaesi con un rischio sovrano elevato colpiti in modo sproporzionato dalla vulnerabilità fisica e dalla vulnerabilità alla transizione.
Lo studio evidenzia che leconseguenze fiscali dirette e sproporzionate del degrado della biodiversità sono state più elevate nei paesi a basso reddito in Africa e Asia, molti dei quali ospitano hotspot globali di biodiversità. Data l’interconnessione tra commercio e mercati del debito sovrano, gli autori sostengono cheè improbabile che gli effetti finanziari siano limitati ai paesi in difficoltà finanziarie, ad alto rischio e dipendenti dalla natura.
“Definire e misurare il percorso specifico tra la perdita di biodiversità e i costi di finanziamento dei governi di diverse aree geografiche e livelli di reddito– ha affermatoDieter Wang, ricercatore presso l’Università di Oxford e co-autore dello studio– è tutt’altro che banale“.

Aspetti chiave della ricerca
– I paesi con livelli più elevati di degrado della biodiversità pagano una penalità sui costi di indebitamento sovrani: in media, circa 40-75 punti base (bps) per le scadenze rispettivamente di 5 e 2 anni, e su tre indicatori di vulnerabilità finanziaria correlata alla natura.
– La penalizzazione del costo del prestito sovrano non è uniforme nel tempo: i costi del prestito governativo sono più elevati per orizzonti di prestito più brevi (5 e 2 anni) per i paesi con livelli più elevati di degrado della biodiversità, anche quando si tengono conto dei tradizionali determinanti economici e istituzionali del rischio sovrano, degli effetti fissi dei paesi e dei fattori comuni del mercato globale.
– Conseguenze fiscali dirette non uniformi per i paesi a basso reddito: per i paesi che si collocano al 90 percentile dei costi di indebitamento, che tendono ad esserepaesi a basso reddito in Africa e Asia, il degrado della biodiversità è associato a conseguenze suicosti di indebitamento fino a tre volte superiori rispetto alla media.
–Esacerbazione della fragilità finanziaria per i paesi dipendenti dalla natura: i paesi a basso reddito hanno una maggiore dipendenza dai servizi ecosistemici, come terreni fertili e impollinazione, e un maggiore contributo economico da parte dei settori che ne dipendono, come l’agricoltura e la silvicoltura.Molti devono anche affrontare elevate pressioni debitorie. In questo modo, il continuo degrado della natura rischia di esacerbare lafragilità macrofinanziariadei paesi a basso reddito, soprattuttoladdove sono state superate le soglie oltre le quali gli ecosistemi potrebbero non essere in grado di mantenersi.
–Implicazioni per i paesi ad alto reddito: data la natura integrata delle catene di approvvigionamento globali e l’importanza sistemica del debito sovrano per la stabilità finanziaria globale,è improbabile che gli effetti finanziari siano limitati ai paesi a basso redditoin difficoltà finanziarie, ad alto rischio e dipendenti dalla natura.

–Rischi macrocritici: con penalità sui costi di indebitamento simili a quelle delineate dal (ND-GAIN), l’indice di vulnerabilità climatica, strumento gratuito e open-source sviluppato dall’Università di Notre-Dame(Indiana) che classifica annualmente oltre 180 Paesi in base alla loro vulnerabilità ai cambiamenti climatici e alla loro prontezza (readiness) nell’adattarsi, gli autori sottolineano che i rischi finanziari legati alla natura sono altrettanto “macrocritici” e che le conseguenze sostanzialmente disomogenee giustifichino una maggiore integrazione e attenzione nei quadri macroeconomici, comprese le analisi di sostenibilità del debito, le politiche monetarie delle banche centrali e i quadri economici e normativi. Secondo gli autori, si tratta di un’area di intervento urgente da parte dei Ministeri delle Finanze, delle Agenzie di rating e delle Istituzioni finanziarie.
“Il degrado della natura non è più solo una questione ambientale, e non possiamo trattarlo come tale– ha affermatoAlexander Wollenweber, ricercatore presso l’Università di Oxford e la London School of Economics e autore principale dello studio (il terzo autore èNicola Ranger, Professoressa di Capitale Naturale, Rischio e Finanza presso ilGrantham Research Institute on Climate Change and the Environmente Direttrice esecutiva diEarth Capital Nexuspresso LSE) –I nostri risultati e dati mostrano che si tratta di un chiaro problema fiscale, economico e, poiché stiamo analizzando i rendimenti dei titoli di Stato, anche di stabilità finanziaria”.
Foto di copertina:Viswaprem AnbarasapandiansuUnsplash
