È stato presentato il primo Rapporto dell’Osservatorio Decarbonization Policy & Technology dell’Energy&Strategy Group, una ricerca integrata di analisi regolatoria e tecnologica per esaminare la traiettoria della decarbonizzazione industriale, monitorando l’evoluzione del quadro regolatorio (Clean Industrial e le strategie nazionali dei principali paesi europei) e il mercato, con un focus sui progetti e startup rispetto a tecnologie innovative come idrogeno e CCS.
Nonostante negli ultimi trent’anni le emissioni di anidride carbonica nell’area UE si siano ridotte drasticamente (-37%) e maniera omogenea nei principali Paesi membri, gli scenari tendenziali indicano che i target europei al 2040 e 2050 non verranno raggiunti.
A sottolinearlo è la prima edizione delDecarbonization Policy & Technology Report, realizzato dall’Energy&Strategy (E&S Group) dellaPOLIMI School of Managemente presentato il 10 giugno 2026 nel corso dell’evento “Tra geopolitica e decarbonizzazione: quale politica energetica per il settore industriale?”, insieme alle aziende partner.
Ad oggi,il Rapporto stima che il gap ammonti a circa 500 milioni di tonnellate di CO2 eq. al 2030 e che salga a circa 1,5 miliardi di tonnellate di CO2eq. nei due decenni successivi.
Si tratta ancora di obiettivi sostenibili dal punto di vista tecno-economico?
La decarbonizzazione è l’unica strategia capace di garantire maggiore indipendenza energetica all’Europa o i vincoli ambientali hanno ridotto la competitività del nostro sistema industriale?
Oltre ad analizzare l’evoluzione del quadro normativo (a livello sia europeo, con l’introduzione del Clean Industrial Deal, che italiano, con il meccanismo di Energy Release 2.0, ilDL Bollettee la crescenteattenzione verso i Power Purchase Agreements(PPA), lo studio si focalizza sulruolo delle tecnologie innovative nella decarbonizzazione dei processi industriali hard-to-abate: laproduzione di idrogeno rinnovabilee lesoluzioni di cattura della CO2(Carbon Capture Utilization and Storage-CCUS), due settori con luci e ombre ma caratterizzati da una grande vivacità sotto il profilo delle startup.
Lacattura della CO2è ormai riconosciuta come una leva ineludibile per la decarbonizzazione dei processi industriali non elettrificabili (il PNIEC fissa un target indicativo di capacità di stoccaggio pari a 4 MtCO₂/anno entro il 2030), tuttaviail quadro normativo italiano risulta ancora incompleto. In particolare, i Carbon Contracts for Difference (CCfD) vengono individuati dallo stesso MASE come il principale strumento di supporto economico ai progetti CCUS, maper ridurre l’onerosità finanziaria degli investimenti sarà probabilmente necessario affiancare anche strumenti di sostegno in conto capitale.
“L’instabilità del contesto geopolitico evidenzia una volta di più come l’unica risposta strutturale in grado di ridurre l’esposizione ai prezzi dell’energia sia la decarbonizzazione, ma non senza tutela e rilancio industriale, che vanno conciliati con il raggiungimento degli obiettivi climatici– ha affermatoVittorio Chiesa, Direttore di E&S e responsabile del Report –È assolutamente necessario intervenire sui costi energetici, che in Europa risultano più elevati: i dati mostrano come le produzioni energy-intensive abbiano registrato le maggiori difficoltà negli ultimi anni, limitando la capacità dei sottosettori produttivi di competere. La risposta europea contenuta nel Clean Industrial Deal, e seguita da provvedimenti importanti tra cui l’Industrial Accelerator Act-IAA, il nuovo quadro sugli Aiuti di Stato legati al CID (CISAF) e il METSAF, mette al centro la creazione di mercati guida per i prodotti strategici low carbon e made in UE, nonché l’istituzione di aree di accelerazione per progetti di decarbonizzazione industriale e investimenti nel settore delle cleantech”.

Quanto all’idrogeno rinnovabile, il mercato italiano sembra pronto a partire ma gli operatori attendono la pubblicazione definitiva delDecreto Tariffe e delle relative regole operative, essenziali per ridurre l’incertezza e rendere concretamente bancabili gli investimenti. Il PNIEC infatti fissa al 2030 un obiettivo di consumo pari a 721 ktep (equivalenti a circa 0,25 MtH₂), ripartiti tra industria (46%) e trasporti (54%), di cui il 70% prodotto in Italia e il resto importato, ma i42 progettiin fieri, per una capacità produttiva di circa 0,3 MtH₂/anno (valore superiore all’obiettivo),sono ancora in fase di fattibilità, quindi non è detto che vedano vedano la luce.
L’ecosistema dell’innovazione e le startup a livello globale: il settore della CCUS
Il Report dedica ampio spazio all’ecosistema dell’innovazione,mappando le startup attive nei settori della CCUS e dell’idrogeno rinnovabile. I risultati mostrano filiere emergenti, in gran parte ancora nelle prime fasi del ciclo di vita (accelerazione, incubazione, seed ed early stage VC), ma già capaci di innovare e di attrarre capitali, con una chiara “centralità” europea. I due terzi delle startup rilevate hanno meno di 5 anni, tutte mostrano dinamismo a livello brevettuale.
In particolare, il settore della CCUS si concentra in Europa e Nord America, quello dell’idrogeno soprattutto in Europa, grazie alla forte specializzazione industriale e al supporto delle politiche comunitarie. La crescita dei deal e degli investimenti registrata a partire dal 2020 evidenzia come si stia entrando in una fase di maturazione industriale e finanziaria:le 372 startup CCUS mappate a livello globale (43% negli USA e 40% in Europa), per il 66% si sono costituite negli ultimi 5 anni ehanno raccolto complessivamente 2.466 milioni di euro e le 163 startup dell’idrogeno 735 milioni, per un totale superiore a 3,2 miliardi di euro.

Spicca il caso delRegno Unito, doveoperano ben 45 delle 151 startup europee appartenenti al campione: si tratta di uno dei mercati CCUS più maturi, grazie alla presenza di una base industriale che genera domanda, di un quadro normativo stabile e di un ecosistema di innovazione e finanziamento particolarmente sviluppato.
Dal punto di vista delle fasi della “value chain integrate”,il 41% delle startup (152) offre esclusivamente soluzioni di cattura, il23% si concentra sullo stoccaggioe il13% sulle soluzioni di utilizzo.Solo il 23% integra più di una fase della catena del valore. Questo dato riflette il progressivo affermarsi di un modello “partial chain” nel settore della CCUS, in cui le diverse attività vengono svolte da attori specializzati e complementari, in sostituzione del modello “full chain” che aveva caratterizzato i decenni precedenti.
L’ecosistema dell’innovazione e le startup a livello globale: il settore dell’idrogeno sostenibile
Quanto al settore dell’idrogeno sostenibile (differente dall’idrogeno tradizionalmente prodotto da fonti fossili, senza cattura della CO₂), sono state individuate a livello globale163 startup, concentrate per il39% in Europa, il28% in Asiae il25% in America. Il primato europeo riflette la forte specializzazione nello sviluppo di elettrolizzatori e componenti, oltre al contesto strategico favorevole creato dalle politiche dell’UE. Anche in questo caso,oltre due terzi delle imprese sono state fondate dal 2020 in poi, segnale di una recente accelerazione dell’innovazione trainata dall’interesse verso l’idrogeno rinnovabile.
Le startup dell’idrogeno mostrano un grado di maturità mediamente superiore rispetto a quelle della CCUS: il 29% si trova già in fase di early-stage VC e il 16% in late-stage VC, specchio di un settore che inizia ad attrarre capitale di rischio in maniera più strutturata. Anche il tasso di innovazione è elevato: 34 imprese detengono brevetti approvati, 28 li hanno in approvazione, per un totale del 38% con attività brevettuale documentata.

“La direzione strategica appare dunque definita– ha concluso Chiesa –ma rimangono aperte molte questioni legate alla competitività industriale, alla sostenibilità economica degli investimenti e alla capacità dei sistemi regolatori di accompagnare la trasformazione in corso. Inoltre, resta da capire quanto il nostro Paese riuscirà a sfruttare questi nuovi spazi di manovra, partendo da una situazione sfavorevole in termini di conti pubblici”.
